lunedì 1 novembre 2010

La caduta delle foglie d'autunno

Cara Darianna, tu esprimi tante idee 'tue', che mi scoraggi se voglio rispondere a tutto; ma va bene così. Io espungo solo un qualche concetto come quello su Dio, il quale costituisce, secondo te, l'assoluto di ciascuno.
Per me non è così. Vado perdendo il concetto di assoluto nel senso stretto della parola, ma faccio del rapporto con me stessa un laboratorio di sofferente paziente speranzosa ricerca. Ogni giorno cade nel mio autunno spirituale una o più foglie; so che cadranno tutte; e mi piace questo aspetto del cambiamento delle stagioni. Parole sacrosante come amicizia, impegno, e tutto ciò che si riferisce al modo di gestire il rapporto con me stessa e con gli altri, scivolano pian piano sulla terra umida a marcire, e intanto tra i tronchi denudati si fa spazio maggiore per l'attraversamento della luce. Appena le mie sofferenze risultano sopportabili, tutto, anche questa caduta degli assoluti, mi dona serenità e senso di abbandono fiducioso verso Chi ha vovoluto che io esistessi.
Ci sono tanti rimescolamentti nella mia vita interiore, così interessanti, da poterli esprimere solo in poesia. Ed è a questa che mi dedico preferibilmente in quest'ultima mia fase di vita. Ho tanto da dire, soprattutto agli spaventati del mio pessimismo (chi si permette chiamarlo così?) perché non è mai brutta la verità che ne risulta, appunto perchè è sempre un po' più vera della precedente. La depongo in un braciere perchè arda, bruci, fosse anche per distruggere, se ci sono cose da distruggere.
Ma quanto a fare dell'io il proprio Dio, NO NO NO. Ne parlerò un'altra volta. Tua Ausilia

domenica 31 ottobre 2010

Riflessioni libere

Non so se sia effettivamente giusto dire "riflessioni libere" per il tentativo di esprimere un segmento di pensiero. Forse avrei dovuto titolare questo messaggio come riflessioni non necessariamente coordinate, e questo per eludere il tema che mi corre nella testa e che si richiama ai messaggi precedenti. Forse il titolo più adeguato sarebbe "parliamo con dio", ma quante cose avrei dovuto dare erroneamente per scontato? Troppe!
C'è la diffusa opinione che vi sia un solo dio che ciascuno chiama ed individua nella modalità che più gli è consone. Opinione diffusa che si contraddice da sola nel momento in cui in troppi si affaticano a diffondere una loro visione di questo dio, come l'unica visione possibile e vera. Se il dio è unico, perché affannarsi tanto? Si affannano tanto a girare il mondo in lungo ed in largo per portare la loro visione, perchè profondamente sanno che non è vero che vi è un solo dio, ma che vi sono tantissimi dei, tanti quanti sono le persone che hanno un pensiero assoluto. Direi che è la mistificazione non superata dell'ultima evangelizzazione che vorrebbe assimilare per inculturazione chi non è assolutamente assimilabile. Ma ciò che importa è dare l'impressione di un pensiero unico, di un unico riferimento, di una unica possibilità di gestione e di comprensione delle cose. Tutto gira intorno a questo pensiero assurdo di unità che troppo arriva ad assomigliare a quanto scritto nel capitolo 11 della Genesi; si, la così detta storia della Torre di Babele. Questa pretesa di unità, questa pretesa di unicità, questa pretesa di riportare tutto ad uno, ad una esclusiva norma, non è altro che la replica di quanto raccontato in quel capitolo, così come il disastro sociale, politico, economico e, soprattutto, culturale di cui siamo autori e spettatori, altro non è che il logico epilogo di questa ripetizione ottusa di quella narrazione mitica e simbolica contemporeaneamente.
Si dovrebbe avere il coraggio di parlare del proprio dio, così da avere il coraggio di parlare con il proprio dio. Coraggio di vedere le differenze, di enfatizzare le diversità, scoprire come ciascuna persona poi esprime con questa sigla "dio" i propri assoluti etici, morali, ideologici o, molto più semplicemente, i propri interessi soggettivi.
Parlare con dio, parlare ciascuna persona con il proprio dio, significherebbe compiere un atto di verità con se stessi e se stesse. Significherebbe fare i conti veramente con il proprio assoluto e dialogarci se si ha questa possibilità. Provarci non è immune dal dolore, non è immune dal dover fare i conti con se stesse e con la propria storia; implica porsi nella dolorosa condizione di mettere a nudo se stesse di fronte ad un autoinganno che si è perpetuato per tutta la nostra esistenza. Implica trovarsi di fronte a se stessi e non potersi più nascondersi.
Ma poi, ne abbiamo veramente la voglia?

domenica 24 ottobre 2010

Parliamo di noi?

Cara Ausialia, parliamo di noi e parliamo a noi. Nei fatti più che a noi stesse, con quale raro ascoltatore o ascoltatrice, non possiamo parlare. Uso il termine "parlare" perché ho la presunzione (per quanto mi riguarda) e la stima (per quanto ti riguarda) che le nostre siano "parole" e non "chiacchere". La parola è performativa, la chiacchera è un passatempo che, nella generalità dei casi, mi annoia.
Se tu sei "Giobbe" io non ti sarò certo "amica", ma "sorella" nel profondo di quel dolore che percepisci e che vivi, della rabbia sorda nei confronti di una società, di un mondo malato che rende sporca ed invivibile d irrespirabile questa terra ai suoi abitanti.
Io taccio, è vero! Taccio perché dovrei scrivere di quale rabbia e di quale dolore mi nutro quotidianamente a causa di coloro che sono potere e principati, che si arrogano il diritto di decretare vita o morte delle persone, semplicemente per loro calcoli opportunistici o per ingrassare i loro ventri. Ma, cara Ausilia, la rabbia più profonda ed il dolore più profondo lo ho per il silenzio dei giusti. Taccio, è vero! Taccio perché dovrei parlare di quel dio che avrebbe risparmiato Sodoma e Gomorra se solo vi fossero stati 10 giusti! Taccio, perché dovrei parlare e dire il perché quel Gesù intimò ai suoi di non chiedere la distruzione.
Ho dolore per quello che vedo quotidianamente, per quello che quotidianamente devo combattere e per quello che quotidianamente è il luogo della mia lotta. Ho rabbia perché i molti che potrebbero dire anche solo una parola non lo fanno, così che le nostre grida sono lanciate nel deserto di una società che è divenuta incapace di capire ed udire parole, per crogiolarsi e bearsi delle chiacchere.
Nel gran vociare del mercato delle chiacchere, accade anche poesia, ma è rara ed alimenta il dolore, ed acuisce la rabbia.
Gli ignavi si scandalizzano, perché è più semplice stare attaccati a qualcosa che sparati nell'universo come una incognita, più semplice credere che non aver fede. Troppo spesso gli ignavi confondono le due cose, e troppo spesso si adeguano a ritener di essere soggetti dell'una e dell'altra.
Spogliata degli stereotipi, dei pregiudizi, malata guarita della malattia di questo mondo (cosmos), come guarita ho compreso che è il mio dio che ha fede in me, tanto da pensare che - nonostante tutto - rimarrò fedele al mandato. Non saranno gli eventi a farmi tacere. Si, lo so, io sto tacendo qui, perché altrove sto urlando come urla chi lotta e si lancia nella mischia, ed io urlo come chi sa bene che potebbe essere l'ultima.
Conto i giorni che cadono come gocce da un vecchio rubinetto, come sabbia che scorre in una clessidra. Arrabbiata, esausta giro ogni giorno quella clessidra per contare il tempo. Così rimangono sei giorni, in un susseguirsi di ritardi e rimandi, di acquisizioni e successi, di prospettive come promesse che non potranno forse mai essere mantenute, eppure vere, reali, pesantemente concrete.
E mi chiedo fino a quando? E non ho un dio che può, piuttosto può nella misura che io posso, ha potere nella misura che io ho potere, esprime potere nella misura che io esprimo potere. Si, perché di potere si tratta! Ed io ho potere, per questo ancora lotto, per questo ancora mi batto. Ho potere e lo gioco, fino in fondo, fino alla feccia. Lo gioco perché può essere l'ultima mia possibilità di giocarlo, e guardo gli altri, i tanti altri - ma non tutti - che questo potere non lo giocano e lo nascondono a se stessi ed agli altri, e mi chiedo a quale fine?
Per chi ha futuri forse un fine c'è, ma per me che non ho futuri non vedo fini o scopi. La mia esistenza si concluderà ad un certo punto, e con essa anche la possibilità di aver memoria di me, se non negli altri, nelle sperdute ed inutili pagine che ho scritto, nelle parole che ho pronuciato, negli atti che ho compiuto, nell'inutilità di una esistenza che si compie nel suo assurdo e vuoto/pieno significato. Si, perché io posso (ho potere) spendere e sprecare la mia esistenza pur di vivere fino in fondo, fino alla feccia, chi sono. Lo posso fare, ho questo potere e lo faccio.
Un tempo ero serva di questo mio dio, a lui pregavo e chiedevo; un tempo sono stata figlia di questo mio dio, a lui pregavo e chiedevo; ora sono amica di questo dio che non è più mio ed io non sono più sua. Non chiedo e non prego. Oggi parlo anche con questo mio amico, con lui mi confronto e gradisco la sua fiducia.
Sto arrivando alla convinzione che, per quanto io sia stata sconfitta sotto ogni aspetto della mia esistenza, io comunque ho vinto. Si, ho vinto perché comunque io dalla malattia di questo mondo sono guarita.
Ti abbraccio

sabato 2 ottobre 2010

Parlo con te, preghiera

Mentre tu, Darianna, taci, ed è facile capire perché, io scrivo ancora.
Mi chiedo a chi vada la lettura di questi miei abbozzi. Forse sono io soggetto ed oggetto di questa scrittura. Potessi far capire ciò che 'passa' dentro di me, non sarebbe inutile a nessuno, né ai miscredenti totali né ai fervidi seguaci di un pensiero di fede che forse hanno assimilato da quando erano bimbi.
Parlo invece con te, preghiera, che almeno sei sempre lì ad aspettarmi.
La prima cosa che ti dico è che mai come ora mi sono sentita disperatamente sola e mi sei rimasta solo tu. Mi appartieni; sei l'ordito in cui hanno (ed ho) tessuto tutto il resto di me. Sei l'unico genitore rimastomi, che compendia tutte le persone a cui sono stata apparentata.
Perciò ti tengo stretta a me: in te riconosco il bisogno di sapere che non sono venuta sola al mondo, e se lo sono diventata, fino a che emanerò l'ultimo respiro, tu resterai con me, così come sei: il tu-ignoto, o il tu dentro il quale c'è forse qualcuno Ignoto. Come potrebbe vivere un io senza un tu? Ti accetto così come sei, purché possa parlarti come ad un tu.
Ma l'ultimo istante vorrò dirti: cosa vuoi ormai più? Ti ho pregato perché ti ho riconosciuta parte-altra di me; sei l'unica che sei stata sempre a mia disposizione, e anche quando io facevo la sorda, tu restavi ad aspettarmi.
Ora, tra non molto, ci lasceremo. E’ bene che ci diciamo le cose fino in fondo.
Ti rimprovero e ti ammiro perché non mi hai detto mai dove andrò; tu lo sai che, quando mi prestavi in formule delle risposte, io non ci credevo, tanto erano rozze e dissennate, melliflue o sciocche, retoriche o pietose.... (Solo qualcuna, sublime poesia, fa nobile eccezione). Le recitavo come fossi stata una bimba che succhia inconsciamente il latte materno senza preoccuparsi di altro che di sfamarsi e di abbracciarsi a quel petto che glielo dava. Sì, conforto me ne hai dato; ma anche abbandoni, nausee (di te); mi hai fatto provare la vicinanza di Qualcuno e di Alcunché, ma a volte ti prendevi gioco di me, facendomi sparire tutto e mi lasciavi parole che ripetevo senza sentimento o mi rifiutavo di ripetere a pappagallo.
Ora, verso la fine comincia la festa, così bene anticipata dalle meravigliose costruzioni poetiche e sonore?
Penso piuttosto che comincia già ora l'occultamento nel ventre dell'universo, dove sarò ridotta a quasi-nulla. Ma allora, dimmelo questo per favore, che c'entra ogni aspettativa con la vita che ho condotta finora?.
Non insisto su questo tasto, perché i 'pusilli' si scandalizzano; vogliono che parli di anima, di spirito, di Dio. Io non so nulla di tutto questo, ma mi comporto mentalmente e nei momenti di resipiscenza, "come se ci fosse".
Tu, invece, preghiera, non richiedi una fede. Mi metti in bocca ed in cuore parole, così come 'mi vengono', senza tener conto se non corrispondono alle formule. Io, per compensarti della tua magnanimità, sai cosa farò quando ti userò per 'ultima volta? Ce la metterò tutta a raccogliere i miei sentimenti, pensieri e virtù teologali per emanare un grido di severo rimprovero a chi appesta il mondo con ogni specie di male e di dolore. Tu non hai fatto nulla a favore di quanto io anelavo riguardo a ciò; forse non potevi; non sei che una impotente altera-ego. E a me non resta che la rivincita di sfogare tutta la rabbia contro il mal-vivere di tutti nel mondo.
Dopo di che, reciterò il mio ultimo AMEN.
Sì, amen, perché, lo riconosco, c’è tanta ricchezza in me. So che - sarà stato grazie al tuo aiuto, o preghiera - il bene l'ho cercato e l'ho amato davvero, e per esso, e solo per esso, ho lasciato che la mia vita continuasse accanto a chi CAPISCE COSA E' SOFFRIRE. A modo mio, io, disperatamente sola, ho cercato - almeno dentro di me - di stare accanto ai disperati della terra.
Se in cambio di questo potessi ottenere un po' di pace.... Ma no, allora mi smentirei; sarebbe il crollo dell'unica idea sana che mi fa partecipe del mondo.

mercoledì 29 settembre 2010

Parlo al dio di Giobbe

Cara Darianna, tu sei priva di speranza e me ne dispiaccio. Ma io sarò più catastrofica perché dirò la verità che tutti vogliamo nascondere nei modi più ambigui. Mi si rimprovererà la mai mancanza di fede e mi considereranno perduta moralmente e spiritualmente? Facciano. S’accomodino in salotto a parlarne. Io questa volta voglio parlare così. Questa libertà me la prendo col dio di Giobbe.:
Sofferenze parlano in modo vario nei visi di persone provate dalla sventura.
Permettetemi di cominciare dal coniglione che se ne sta chiuso (in una casa dove vivo per un po’ di tempo) SEMPRE in una gabbia che appena appena lo contiene. Non gli fanno mancare cibo né acqua perché deve vivere per dare a gente stupida la soddisfazione che esiste un vivente d’altra specie, da accudire, da guardare una volta tanto (non tanto). Lui qualche volta batte non so cosa quando vede qualcuno che si muove dietro la sua prigione senza spazio vitale. Ho provato a guardare i suoi occhi. No so se implorassero liberazione, ma certamente portano stampata l’atrocità della sofferenza: e sì! Questa la capiscono gli animali, e la vivono nell’infelicità assoluta. Mi verrebbe da gridare che la ferocia umana è insopportabile, che io non ci sto bene per questo in un mondo fatto così.
E non mi si dica che ci sono moltissime altre sofferenze, soprattutto quelle umane. Elimino subito questo termine ‘soprattutto’. Il martirio del coniglio non è uno che si aggiunge agli altri come un oggetto si accumula agli altri. Il coniglio è un essere singolo che patisce, smaltisce in sé il destino notte e giorno, SEMPRE.
Vi assicuro che le sofferenze di tutti me le sento addosso, e se parlo del coniglio è perché lo vedo ogni giorno. Mi sarebbero più sopportabili le mie, se fossi io un’eccezione. Invece che visi, Dio mio! Gente trasportata in carrozzella: chi le guida sempre soddisfatto di offrire una divagazione; ma il sofferente è un rassegnato, piegato ad un’insopportabile inerzia. Ma la vita per lui c’è solo per poter digerire il suo stato pietoso: perché?
E poi, e poi? Vi pare che ignori le schiavitù di ogni giorno, solo perché ho accennato a queste?
Predicatori di ogni giorno, retori tutti! anche se sotto i panni di ‘pezzi grossi’, politici soprattutto: vi ODIO. Lasciatemelo dire. Vi associo senz’altro ai mafiosi. Tutti, altrimenti vu contentereste di un piccolo stipendio: o fate questo o non credo in nessuno di voi.
Solo di tratto in tratto si vede qualche luogo – ahimè quanto pochi ce ne sono! – dove si sfrutta quel che di vitale sussiste in queste vite morte e si ridà modo di vivere la loro vita in una forma di normalità accettabile. Fino a quanto si prenderanno cura di questi? Quando diverranno del tutto inabili, la crudele natura non potrà essere sconfitta, ed allora anch’essi ritorneranno ad essere conigli nella gabbia del proprio corpo e degli avari controllati spazi che saranno concessi a beneficio degli stipendiati attraverso la loro prigionia.
Ci si lamenta della mancanza del necessario per la sussistenza delle famiglie. Si vogliono stipendi più sicuri. A parte il fatto che spesso gli stipendi non bastano perché non bastano a soddisfare bisogni indotti, spesso inutili o dannosi, E’ questo il motivo del contendere tra destra e sinistra? Li sopporterei se si preoccupassero di questo (assieme a tutto ciò che è necessario perché non si muoia di fame e di freddo, di mancanza di istruzione e di mezzi per comunicare con la vita sociale… e non ho voglia di specificare). Ma ma ma…. La vita sociale è malata, e si rimedierebbe di più senza le politiche ladre a tutto tondo, da sostituire attraverso una gara a denudarsi di privilegi e di prestigio.
Ma, Dio mio, vuoi che questo mondo lo aggiustino questi signori, qualche verginella che prega in clausura, qualche devota di P.Pio & company?
Per ora mi fermo qui perché non trovo risposte e temo le risposte arroganti di chi parla di SPERANZA, senza pensare che questo mondo bisogna rifarlo daccapo, o…. che sia distrutto. Subito.

domenica 19 settembre 2010

Ritrovarmi ...

Scvrivo di getto, non ho altra possibilità di scrivere! Leggo le tue parole, Ausilia, e mi trovo portata a vedere ciò che faccio sempre finta di non vedere.
Come posso io aiutarti in un qualcosa? Non ho idea! Potrei dirti che chi non perde la propria vita non la trova, ma forse questo aiuterebbe? Non so, a me lascia un senso di profondo vuoto. Non riesco a leggere quanto hai scritto nella logica della dragma perduta, del tesoro nascosto, della perla di valore. Non riesco a trovare il nesso in me, e come ben sai non mi azzardo a trovare nessi in te. C'è gioia nel ritrovare qualcosa che si era perso, ma appunto che si ritrova. Ma quando si perde qualcosa o qualcuno e si ha consapevolezza che non lo si può più ritrovare, la gioia dove può essere ricondotta? Solo nella memoria dell'azione che imprime una eredità che si perpetua nel pensiero e nell'esistenza.
Scrivo così, perché leggo quanto hai scritto e tutto mi si riconduce, mi interroga sempre e comunque su me stessa. Io che sono persona che è stata costretta a doversi nuovamete inventare, nuovamente trovare, nuovamente ripensare, non mi sono poi praticamente ritrovata in cominciare "da capo", quanto un tentare malamente di continuare ad esistere sulle briciole che sono rimaste.
Sono arrivata alla convinzione - mai definitiva, ma pur sempre presente e contestuale - che nell'esistenza di una persona non c'è un punto ed a capo, quanto piuttosto un continuo, dove ciò che si trasforma sono quelle sensazioni, pensieri, impressioni che io chiamo "marcatori" della nostra esistenza. Quell'inisieme di cose che da aspetti e luci diverse nella nostra interpretazione dei nostri principi e presupposti.
La mia "vuotezza" dichiarata, che riversa quantità di cose senza un senso logico, come impressioni e sensazioni che si susseguono investendo - senza pietà e rispetto alcuno - altri, non sono che il prodotto di quei marcatori che mi fanno ritenere e mi fanno oggi comprendere come un "re mida" al contrario, poiché tutto ciò che tocco diventa fango e non oro, complice della stessa dimensione di assurdo e di ingordigia che caratterizza la figura di "re mida", così come caratterizza me e la mia storia di persona disutile e non nel senso evangelico del termine.
Ritrovarmi significa toccare con le dita e le mani intere questa mia predisposizione al fallimento, questa mia predisposizione alla sconfitta non voluta e sempre subita. Mi ritrovo, si, ma deprivata di ogni desiderio e di ogni spinta emotiva o affettiva; spenta nel senso del mio stesso vivere; condannata ad un esistere per responsabilità. Mi trascino, più che ritrovarmi, tutt'altro che interessata ad un nuovo inizio, poiché troppi ne ho iniziati, troppi sono finiti così che ogni volta mi è sembrato di vedere un film già visto, film di cui ora non ho più curiosità di vedere se qualche fotogramma mi è sfuggito.
Il film è lo stesso. Agire? Parlare? Impegnarsi? Dedicarsi? A fronte di cosa?
Veramente oggi tutto ciò che mi è di fronte appare come "pula", come "vento".
A nulla è servita la mia esistenza, a nulla serve, a nulla potrebbe servire.
A differenza di te, Ausilia, io non ho lasciato nulla perché nulla ho avuto. L'amara constatazione della mia esistenza è che nulla è servito e nulla serve; che per quanto attorniata da persone pochissime ci sono state, e quelle pochissime le ho trascinate nel baratro del mio nulla.
Anche io, carissima sorella mia, attendo di una infinita attesa solo per la serenità di chi ancora ha coraggio a volermi bene.
Darianna

domenica 12 settembre 2010

Rinnovarsi

Il ritrovare mi pareva ier l'altro bellissimo. Oggi il mio pensiero insiste su un altro punto: Si può andare oltre il ritrovare (se stessi come si era e con le cose che si avevvano), ma forse è più bello ancora avere una gran voglia di cominciare tutto daccapo. Anche se certamente in questo 'daccapo' c'è l'equivoco di poter rpetere-in-altro-modo, il fattore dell'umano più affascinante è il ri-crearsi; non fa niente che si possa prendere a nostra insaputa dal passato, ma non è questo che torna, sono io che ora lo riprendo e lo piego a quel che desidero oggi.
Mi è sempre piaciuta la parola desiderio. Ecco oggi voglio appagare il mio desiderio profondo: guardare a me e a tutto con occhi nuovi, come se il passato non contasse in quanto passato. Il nuovo è ciò che non muore; resiste al passato e resisterà al futuro.
Desidero.
Ecco, oggi nel paniere vuoto della mia mente c'è impressa questa semplice parola: desidero. Se quel che posso essere o fare non risponde al mio desiderio è perché non era una cosa nuova, e cioè destinata a morire.
Oggi metto un solo contenuto nel mio paniere: la pazienza d'attendere. Questa colora la visione delle cose: se va male, attendendo, andrà bene; se patisco qualche pena, attendendo, questa finirà. E se fosse bella? attenderò che si faccia l'armatura necessaria a resistere al tempo. A te, Darianna, e a tutte le altre amiche ed amici, Ausilia

domenica 5 settembre 2010

La gioia del ritrovare

Oggi ho perso il telefonino. Mi son sentita persa io: tanti riferimenti a persone e cose, di cui alcuni non saprei come ricostruire....
Lo trovo dopo tanta affannosa ricerca: era sotto il mio cuscino.
Dunque per avere un'esaltante gioia c'è bisogno - prima - di perdere. Aiutami, Darianna, ma anche altri che legge, a spiegarmi questo misterioso intreccio tra perdere e trovare. Sono sicura che senza quel perdere, una gioia simile a quella del ritrovare è impossibile, può avere tratti di somiglianza e niente più.
Io ho perso il marito e ben nove familiari (e non ne ho più!); ho perso di vista tante cose e tante persone e tanti luoghi e situazioni appaganti che arricchivano la mia vita. Ma cosa aspetto di ritrovare, se non cerco più ciò che è perduto, in quanto irrimediabilmente perduto?
E' bene che pensi cosa posso cercare di quel che ho perduto..... Ausilia

giovedì 19 agosto 2010

Quel che resta

Quel che resta
Come al solito quando tu ti effondi come un fiume in piena, io mi fermo ad afferrare un solo passo, per timore di sperdermi. Ecco l’espressione che più mi ha colpita:
“….. La convinzione che ancora qualcosa si possa dare sta finendo, e con essa la voglia e la possibilità della vita. Esisteremo, nella storia, come corpi! La storia scorrerà ancora su me, levigandomi ancora inutilmente, fino a quando la sequenza finirà”.
E’ certamente duro pensare alla fine di un qualcosa da dare. Che resta se si toglie questa possibilità, se non l’attesa che anche quel-che-resta, il corporeo decadente, venga “levigato”? Bello questo termine che mi fa pensare a tante similitudini: alla pietra levigata, alla scarpa lucidata, alla tomba di un marmoreo splendente, perfino ad un viso lucidato dal trucco…. Sono bizzarra con questi richiami della mia fantasia. Eppure, attraverso essi riesco ad aggiungere un mio pensiero.
Da un po’, nella mia quarta età, medito sul senso del togliere, diminuire, perdere. Sa’ che mi pare evangelico? Almeno io gli do questo senso. Ho cercato sempre di dar posto a Dio nel mio io, comprendente tutto di me, dal corpo allo spirito. Pensare che egli vi si possa intronare mi va molto bene. Sono sicurissima che il mio io assunto in Dio vive della stessa potenza di Dio (intendendo per potenza, le sue potenzialità infinite). Quante volte, invocando una persona cara che mi è mancata, io non so distinguere tra invocare lei o Dio. Certamente Dio non risucchia la persona nel nulla. Certamente il creato ha una sua eternità in Dio. Levigata (ma non truccata!). Ausilia

venerdì 13 agosto 2010

questa sera

Questa sera è una di quelle sere in cui si darebbero le dimissioni da ogni cosa! Dalla vita sostanzialmente! Non perché non si ritenga valido, piacevole, importante quanto si sta facendo, ma semplicemente perché si ritiene che il nostro apporto sia sostanzialmente finito. Ci sono giorni che si vive e sere in cui si sente il giungere della "sera" della nostra vita, così che la nostra esistenza si esaurisce da sola, come una logica sequenza.
Ma sono sere di giorni, e non sere di esistenze, per cui quella voglia di dare dimissioni da ogni dove, la trattieni pensando che domani, a mente lucida, potresti darle meglio,con maggiore considerazione delle cose, con maggiore razionalità di te e di quanto ti circola intorno.
Ma questa sera, la voglia di dare le dimissioni da ogni dove, si tradurrà semplicemente in un andare a dormire. Domani e dopodomani vedremo se questa dimensione di finitezza, persisterà. Se sarà ancora presente, allora si daranno le dimissioni, lasciando il campo ad ogni più pronta intelligenza, ad ogni più acuta osservazione, ad ogni più limpida strategia, ad ogni più valida consideazione delle cose.
Noi non abbiamo mai avuto parola, abbiamo preso parola con fatica, tanta, tanta! Ora dobbiamo ancora lottare per avere parola e ci si chiede il perché. Ma il perché può anche stare nel fatto che abbiamo finito di poter dire. La parola che abbiamo conquistata si è anche subito esaurita. Il tacere potrebbe essere adeguata condizione del nostro essere? Non so del vostro, ma persistente è la sensazione che lo debba essere per il mio essere. Forse, anche la possibilità di esserci può venire meno, in quanto non essenziale, non più richiesto ne da me stessa ne dagli altri. La convinzione che ancora qualcosa si posssa dare sta finendo, e con essa la voglia e la possibilità della vita. Esisteremo, nella storia, come corpi! La storia scorrerà ancora su me, levigandomi ancora inutilmente, fino a quando la sequenza finirà.
Bacio

domenica 8 agosto 2010

qual è il senso?

Non ho buone notizie da dare, tutto è come ieri e spero che non sia come domani. In questi tempi di attesa, di silenzio, di tensione, si aprono - qualche volta - delle finestre di riflessione su se, sul proprio "mondo", tali da potersi proporre come momenti di riflessione comune.
Si parla spesso di affetto, quando non si arriva a parlare di "amore": due parole forse troppo usurate dal tempo e svilite nel loro significato. C'è da chiedersi quale sia ancora il loro senso, quale il loro significato nel nostro contesto storico. Forse dovremmo inventare nuove parole per dire il loro significato? Forse dovremmo ridare spessore a qualcosa che è stato volgarizzato al punto di non aver quasi più senso?
Ma cosa si dice e cosa si vuole dire quando si parla di "amicizia" o si parla di "affetto"! Quale peso può veramente avere la frase "ti voglio bene"? Il linguaggio corrente ha trasformato queste parole in un generico e molto fluido intendere di un interesse non definito nel tempo e nell'intensità. Focalizzo la parola "amicizia" poiché ritengo che sia fondamentale, primaria! E ridiamo senso a questa parola senza produrci in pericolose definizioni o pericolose descrizioni, ma piuttosto scoviamo nella nostra mente quale sia il vero senso di questa parola "amicizia", poiché solo riscovando nella nostra memoria potremmo poi ridare senso alle altre parole, come affetto, amore e quant'altro.
Non ho molti amici ed amiche, piuttosto ho una considerevole quantità di conoscenze con le quali condivido anche molto, ma con le quali non c'è una reale comunione, una reale condivisione di "mensa".
La persona che definisco "amica" è la persona che conosco per quello che è, di fronte alla quale non ho alcuna aspettativa, ma di cui godo la sua esistenza e possibile presenza. Non prentendo la sua intelligenza, non pretendo alcuna cosa, piuttosto è lo scoprire quotidiano di avere una modalità comune nel pensare, nel procedere; anche nella diversità di pensiero la modalità è comune. Non c'è uniformità, piuttosto il riconoscersi ed il comprendersi, senza bisogno di trasferire sull'altra persona nostri desiderati, poiché sono sufficienti i suoi che non necessariamente sono i miei, che non necessitano di essere soddisfatti, ma che trovano soddisfazione nel quotidiano senza sforzo. Nell'esistenza si trova il vivere senza lo sforzo di doverlo fare.
Se c'è attesa, aspettativa, pretesa, necessità ... può esserci amicizia o non piuttosto delusione, bisogno, insoddisfazione? Di chi potrò mai essere io amica, che nulla chiedo e nulla do, ma tutto metto a disposizione e tutto uso?
Ed in ciò che metto a disposizione perché dovrei pensare a gratitudine? Perché dovrei pensare a ringraziare? Perché?
Il non senso del dare ed avere che mi svuota ogni termine che indica, senza definire, quello che è il vicendevole relazionarsi fra persone libere o liberate. E' il gioco sottile del giudizio del bene o del male che mi svilice la figura di fronte a me, pretendendo che io interpreti la maschera che ho di fronte senza godere di ciò che mi rappresenta.
Ma gioco basso o troppo alto nelle relazioni dove io sono di fronte ad un io sono che dialoga o tace, ma in ogni caso discute e ragiona con me su me per me.
Qual è il senso? Me lo chiedo e mi guardo in giro cercando, forse cieca, forse ottusa, forse abbagliata. Forse in quel dubbio interrogante che non mi lascia tregua, ma che mai prende il sopravvento uccidendo la vita che voglio vivere in questa mia esistenza, unica, che unica rimane anche se in compagnia.

sabato 7 agosto 2010

Lacrime ed Ave Maria

Da tempo impazzivo nel vuoto della grande Mancanza.
Finché tu, sorella da poco sparita, t'accostasti
alla pietra del mio cuore, e con veemenza la spezzasti.
Mai lacrime così dolci, mai tanta armonia nell'Ave Maria

che assieme recitammo...

domenica 1 agosto 2010

Solitudine

Emily Dickinson

Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte - eppure
tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare,
che è un’anima al cospetto di se stessa:
infinità finita.

martedì 13 luglio 2010

Sensazioni e pensiero

Ho sensazioni di niente e di una massa indefinita
di persone e di cose, di tanto sentire,
di tanto pensare pensare pensare.
Ma il pensiero mi sfugge, non so chi o cosa sia.

Il pensiero – il mio, almeno - non agita pensieri,
né li cerca né li trova né li guarda né li lascia guardare.
E se il fremere delle sensazioni pulsa alle sue porte
-da dentro, da fuori, è lo stesso- il suo segreto si addensa.

Le serrature si oppongono inerti se cerchi dentro il pensiero,
gelosamente nascondono l’ignoto come in uno scrigno.
Il pensiero trascende il pensare e l’oggetto del pensare:
entità fatta di vuoto, meglio: dello spazio di Dio

domenica 11 luglio 2010

Marciando

Non ricordo il modo esatto di chiamare il passo di marcia senza spostamento; ma di questo voglio parlare, perché non faccio altro che TENTARE di restare in moto (spirituale), senza progetti e senza quelle che tu, Darianna, chiami speranze, meglio speranza al singolare.
Sento però che potrebbe essere una straordinaria occasione di crescita questa esperienza stressante del mio spostarmi da un posto all'altro in cerca di dove farmi una finta-casetta da abitare, anche senza le classiche mura che definiscono una casa regolare.
Gli altri, ignoti - io a loro e loro a me - mi guardano e notano che c'è in me un travaglio non banale. Mi dicono tante cose i loro sguardi pieni di sbalordimento e di.... non so che: certamente non passo inosservata.
Intanto gli attimi, le ore, i giorni (con le loro terribili notti) sento che non passano invano. Ausilia

domenica 4 luglio 2010

Ancora avanti

C'è una parola che sempre pogno di fronte a me, in ogni contesto, in ogni situazione. Questa parola è "speranza". Lo stesso progetto sul quale sto lavorando da anni, in questa ultima sua edizione, l'ho chiamato "La Speranza".
Il motivo per cui ho dato questo nome al progetto e questa parola la pongo sempre di fronte a me, ritengo sia giusto esprimerlo in questo contesto. In effetti questo è il contesto meno legato a tutto quanto sto facendo, ma forse proprio per questo posso dirlo, posso esprimerlo nel suo significato.
Faccio sempre una netta distinzione fra l'esistenza e la vita, le considero due dimensioni diverse, per quanto possono essere estremamente intersecate. Dico e sostengo che la vita non è altro che una interpretazione dell'esistenza, ed è proprio questa interpretazione che fa differenza fra esistenza ed esistenza. Tutte le interpretazioni sono legittime, così come tutte le esistenze sono reali. Ma la mia esistenza come viene vissuta e, quindi, quale interpretazione vengo a dare alla mia esistenza? Quando, in altre parole, trovo senso alla mia esistenza? Trovo senso quando nei fatti lavoro e impiego le mie energie nella realizzazione di un progetto. La parola "speranza" diventa quindi quella che più radicalmente e più esattamente esprime la mia modalità di interpretare la mia esistenza. La speranza non è una attesa di un accadimento, ma è il quotidiano lavoro di costruzione di un progetto, il costante tener presente l'obiettivo, il non perdere di vista - mai - cosa ci ha mosso! Questa la speranza! Costruire, sempre e comunque - parlando sia che ti ascoltino sia che non ti ascoltino - nel senso che ti è indicato dalla tua partenza, e senza la pretesa di vedere la fine! Questa è la speranza? Per me questo è il senso interpretativo della mia esistenza!

domenica 27 giugno 2010

Me stessa nel diario

Mi sei davvero amico, caro Diario, e spesso mi parli eloquentemente anche attravreso Darianna. Voglio effondere in te quello che sono, per evitare di vedermi imbruttita ed incattivita dagli altri. Per ora passo momenti trememdi nel notare con amarezza quanti cosiddetti amici si siano rivelati... (forse esagero) nemici; il loro motivo? .
Ti ho già detto, caro diario, che il mio dolore è mortale. E tale resta. Perché una persona a me carissima è considerata e trattata da matta, e io debbo accettare tale valutazione, o almeno tapparmi la bocca. Fino a quando non impareremo a credere nella guaribilità delle persone? e ci ripromettiamo premure e toppe a modo nostro, per "guarirle", senza tenere in conto quello che il soggetto vuole e sa fare? Invece nessuno gli crede e lo aiuta come vorrebbe lui. Mi mordo i freni: come capire che credere nella non-guarbilità da parte di chi lo circonda è come ucciderlo?
Non sarò mai creduta, ma io ci credo, lo voglio............ Non mi rassegnerò mai.
Mmeno male che tu, mio amico diario, mi fai parlare, perché gli altri mi mettono a tacrere e CON SARCASMO... Vita amara!

lunedì 21 giugno 2010

La sofferenza di d-o?

Cara Ausilia
Ieri avevo pensato di scrivere qualcosa di più vicino al discorso teologico, in relazione all'ampia parte del tuo messaggio, e questo mi capita ogni volta in cui mi trovo di fronte ad un "qualcosa" che mi "provoca" in relazione alla mia fede. Non voglio e non posso discutere, interloquire su quello che è la fede di una persona, per quanto mi sia vicina e per quanto io abbia nei suoi confronti un profondo affetto e stima. La fede è sempre un qualcosa di assolutamente soggettivo, ed in quanto tale può essere espressa, testimoniata e comunicata, ma non trasmessa, non discussa, non posta sullo stesso piano di una teorizzazione o di un pensiero.
La sofferenza di d-o non la conosco, nella stessa identica maniera come non posso pensare di conoscere la tua sofferenza. Posso conoscere la mia di sofferenza, ma il fatto che tu parli di dignità negata non mi autorizza a pensare che io possa conoscere la tua.
Nella mia esperienza posso dire di aver imparato a scindere la sofferenza dalla rabbia che mi genera ogni volta che mi trovo di fronte ad una ingiustizia, ad un soppruso, ad un inganno.
Forse la mia necessità di decodificare, di chiarificare a me stessa quello che provo, mi porta a scindere il mio senso di giustizia (che mi apre all'abisso della mia impotenza) e la sofferenza che si genera in me quando sono spettatrice di una esistenza che si annulla. Forse il mio è un sofismo, o più provabilmente un modo per difendermi. Non so dire! Ciò che più o meno conosco è la mia sofferenza, posso solo per simpatia partecipare alla sofferenza altrui, ma nella sofferenza la dimensione che - forse - è costante per ogni persona, è la solitudine.
L'utopia (consentimi questo termine) del messaggio cristiano è che tale solitudine si possa in un qualche modo rompere, appunto nell'essere vicino a chi è nella solitudine, senza invaderla, senza abusarla.
Non so quale sia la sofferenza di d-o! Spero e, nel contempo, credo che il mio d-o sia veramente capace di essermi vicino, di darmi - appunto - quella unica vera con-solazione che riesce a darmi un po' di pace. Si, pace, ma dove io preferisco sempre dire "giustizia".
Non vogio invadere la tua sofferenza, se ho fatto questo ti chiedo scusa, ma nella mia impotenza ed incapacità, voglio solo esserti vicina.
Un abbraccio
Darianna

sabato 19 giugno 2010

Ferite

... e insulti. Grazie, non c'è di che.
E dovrei mettere punto con il "non ti curar di lor, ma passa e guarda".
Ma se il cuore langue di dolore, non per le ferite ricevute nel proprio sé, bensì per le ferite che una persona riporta nella dimensione assoluta del suo essere persona, fino a diventare fantoccio creato dagli altri, ... e tu che te ne accorgi, che vorresti dargli una mano, lenire qualche piaga..... sei costretta ad assistere impotente?
Soffro, questo è l'unica cosa davvero mia: SOFFRIRE. Le ingiurie che mi rivolgete, gente per bene, non mi toccano, anzi mi fanno ... quasi ... sorridere, tanta è la vostra scempiaggine. La sofferenza è invece sostanza del mio essere-in-situazione-d'impotenza.
Come deve essere terribile la sofferenza di Dio se assomiglia alla nostra del tipo descritto! Terribile. E intanto Lui non la ripudia, come io non mi nego la mia, rassegnandomi alla mia impotenza.
Capisco questo volersi assomigliare nel diritto a soffrire per l'altro vilipeso nella sua dignità di persona libera. Non capisco come mai Lui resista a soffrire, pur potendo vincere l'impotenza e sollevare l'altro. Ci deve essere un qualcosa di più valido della stessa sofferenza per il vilipendio dell'altro.
Ad occhi chiusi mi fido nel credere che la prova dell'impotenza abbia un valore ancora più eccelso del diritto sacrosanto di ciascuno ad essere rispettato nella sua dignità di persona libera. Avevano ragione i sapienti di tempi lontani nel dire che solo il dolore genera cose incredibilmente superiori ad ogni bene. E, mentre riconosco che le cose stanno così - historia docet - il cuore che sanguina in maniera immateriale ma irresistibilmente feroce, si mescola a quello infinito di Cristo.

domenica 13 giugno 2010

Ferite e riconciliazione?

A quest'ora cosa posso trovarmi a pensare?
La riflessione di Laura Denu, che si trova a questo indirizzo:
http://lauradenu-lauradenu.blogspot.com/2010/06/le-ferite-e-la-riconciliazione.html
mi ha posto di fronte ad una questione che, tutto sommato, avevo pensato di aver già sufficientemente affrontato. Il problema della riconciliazione lo avevo già valutato dal punto di vista teologico e dal punto di vista personale, avevo già tentato alcune correlazioni, ma il testo di Laura mi ha richiamata con forza a ripensare e, quindi, a rivedere. Questo è il bello del dialogo che a molti sfugge, il bello del poter rimettere in discussione con noi stesse le questioni che riteniamo già assodate.
Riconciliarsi con chi? Con cosa? Ecco cosa pone in una prospettiva nuova Laura, ovvero il riconciliarsi nasce e si produce dal fatto che si hanno ferite, ferite che pretendono di essere rimarginate, che pretendono di non essere più invasive nella nostra esistenza.
Possiamo aver accertato ed, in un qualche modo, anche accantonato queste nostre ferite, nascondendole o non considerandole più perché si è affrontato in modo chiaro ed onesto il "chi" le ha prodotte! Forse abbiamo anche ottenuto di non dover dare più tanto peso a quanto ha prodotto quelle ferite, ma nei fatti non abbiamo curato, non abbiamo rimarginato, non abbiamo sanato le nostre ferite, le quali ad ogni occasione risputano fuori. Sono quei fantasmi che ci inseguono e che si palesano di fronte a noi senza preavviso, senza una logica motivazione, che si riaprono improvvisamente riportando alla superficie gli stessi dolori, le stesse sensazioni.
Si è pensato di aver superato la questione, di aver risolto, di aver dato una motivazione sufficiente per poter passare oltre, ma così non è! Nei fatti, per quanto ci si possiamo esseci date motivazioni, spiegazioni e quant'altro, la ferita è rimasta aperta, e questo significa molto semplicemente che non c'è stata riconciliazione. Si, perché ciò che è fondamentale, è comprendere che la riconciliazione non è con "altri", ma è con noi stess*!
Chi mi ha ferita, chi mi ha oltraggiata, chi ha devastato la mia esistenza, chi mi ha sempre impedito di essere, per quanto sia stata la persona o le persone che mi hanno provocato la ferita, non sono la ferita. Ma ciò che a me fa male, fa male oggi, è la ferita che è rimasta aperta, che è producente dolore, ed è quella che pretende di essere curata, guarita, rimarginata.
E penso a me, penso a quante ferite ho rimarginato, quanta riconciliazione ho operato su me stessa. Penso che il mio dolore, la mia paura, la mia profonda sensazione di fallimento, il mio sentirmi un "re mida al contrario", sia proprio indice che nella realtà ho ancora ferite profonde che non ho curato, che ho voluto, tentato di dimenticare.
Una giornalista con inistenza mi chiedeva se io avevo perdonato chi mi aveva devastato l'esistenza. Cosa avevo da perdonargli? La mia esistenza era stata messa nelle mani di penne senza scrupoli, di personaggi indecenti che per soddisfare i loro pruriti o quelli dei loro presunti lettori né avevano fatto scempio. Chi mi aveva ferita, chi mi aveva oltraggiata non era certo quell'individuo che, malato, aveva fatto le sue nefandezze! No! La ferita mi era stata inferta da altri soggetti, mi era stata inferta dalle istituzioni dello Stato, quelle istituzioni che io avevo onorato e servito nella mia dimensione di cittadina libera e tesa ad essere consapevole. Alcune istituzioni dello Stato, le strutture di una realtà ecclesiastica, la becera attività di chi scrive su giornali e fa televisione senza il minimo di professionalità e di deontologia professionale, questi mi avevano ferito ed oltraggiato!
Loro sono la causa del mio dolore, della mia paura, della mia profonda sensazione di fallimento, del il mio sentirmi un "re mida al contrario"! Ma loro sono solo la causa, non la ferita! Ed io devo guardare bene in faccia la mia ferita e smetterla di essere distratta da chi me l'ha inferta. Loro tutti, comunque sia, servi di qualcuno e qualcosa!
La mia ferita che c'è, ed è quella con la quale io devo fare i conti veramente! Ma io con questa ferita mi devo "riconciliare", non devo cadere nella trappola della "giustificazione", poiché non sono giustificabile né io né loro!
Si, io non sono giustificabile, poiché ho creduto - e credo - che un mondo migliore sia possibile, e ho creduto - e credo - che ci sia il diritto per ogni persona di avere una possibilità reale. Dovrei forse giustificare questo che credo? No! Non ci penso proprio a dover trovare giustificazioni a ciò che credo, per quanto queste mi abbiano esposta e continuino ad espormi. Ed ogni volta che mi espongo e mi rendo bersaglio, nella mia più piena consapevolezza di quanto sto facendo, diventerebbe assolutamente ridicolo che io trovassi pure l'onta, verso le ferite che mi procuro, di dare delle giustificazioni. Ed è proprio per questo che io credo che, contemporaneamente, non posso trovare alcuna giustificazione a quelle persone, a nessuna di quelle persone che hanno rappresentato le istituzioni dello Stato, che hanno rappresentato i media, che hanno rappresentato la dimensione ecclesiale!
Questa mia ferita è troppo seria per me, perché io la insulti con giustificazioni! Ma ogni mia ferita è seria, e nessuna di queste io le ho insultate con giustificazioni, per questo si sono rimarginate, per questo sono divenute fregi di cui onorarmi.
Ma la ferita che ho ancora aperta mi da dolore, e per quanto io sapppia e conosca profondamente quale grandezza essa produca, quale senso profondo essa ponga di fronte alla storia, mi da ancora dolore, perché la mia ferita ha dei nomi precisi, ed è per questo che sempre riappare e non guarisce. La mia ferita si chiama abbandono, si chiama slealtà, si chiama pregiudizio, si chama meschinità, si chiama opportunismo.
Potrei dire che questa è la "legione" che mi tormenta, quel tormento che ancora attende che qualcuno mi liberi!