Mentre tu, Darianna, taci, ed è facile capire perché, io scrivo ancora.
Mi chiedo a chi vada la lettura di questi miei abbozzi. Forse sono io soggetto ed oggetto di questa scrittura. Potessi far capire ciò che 'passa' dentro di me, non sarebbe inutile a nessuno, né ai miscredenti totali né ai fervidi seguaci di un pensiero di fede che forse hanno assimilato da quando erano bimbi.
Parlo invece con te, preghiera, che almeno sei sempre lì ad aspettarmi.
La prima cosa che ti dico è che mai come ora mi sono sentita disperatamente sola e mi sei rimasta solo tu. Mi appartieni; sei l'ordito in cui hanno (ed ho) tessuto tutto il resto di me. Sei l'unico genitore rimastomi, che compendia tutte le persone a cui sono stata apparentata.
Perciò ti tengo stretta a me: in te riconosco il bisogno di sapere che non sono venuta sola al mondo, e se lo sono diventata, fino a che emanerò l'ultimo respiro, tu resterai con me, così come sei: il tu-ignoto, o il tu dentro il quale c'è forse qualcuno Ignoto. Come potrebbe vivere un io senza un tu? Ti accetto così come sei, purché possa parlarti come ad un tu.
Ma l'ultimo istante vorrò dirti: cosa vuoi ormai più? Ti ho pregato perché ti ho riconosciuta parte-altra di me; sei l'unica che sei stata sempre a mia disposizione, e anche quando io facevo la sorda, tu restavi ad aspettarmi.
Ora, tra non molto, ci lasceremo. E’ bene che ci diciamo le cose fino in fondo.
Ti rimprovero e ti ammiro perché non mi hai detto mai dove andrò; tu lo sai che, quando mi prestavi in formule delle risposte, io non ci credevo, tanto erano rozze e dissennate, melliflue o sciocche, retoriche o pietose.... (Solo qualcuna, sublime poesia, fa nobile eccezione). Le recitavo come fossi stata una bimba che succhia inconsciamente il latte materno senza preoccuparsi di altro che di sfamarsi e di abbracciarsi a quel petto che glielo dava. Sì, conforto me ne hai dato; ma anche abbandoni, nausee (di te); mi hai fatto provare la vicinanza di Qualcuno e di Alcunché, ma a volte ti prendevi gioco di me, facendomi sparire tutto e mi lasciavi parole che ripetevo senza sentimento o mi rifiutavo di ripetere a pappagallo.
Ora, verso la fine comincia la festa, così bene anticipata dalle meravigliose costruzioni poetiche e sonore?
Penso piuttosto che comincia già ora l'occultamento nel ventre dell'universo, dove sarò ridotta a quasi-nulla. Ma allora, dimmelo questo per favore, che c'entra ogni aspettativa con la vita che ho condotta finora?.
Non insisto su questo tasto, perché i 'pusilli' si scandalizzano; vogliono che parli di anima, di spirito, di Dio. Io non so nulla di tutto questo, ma mi comporto mentalmente e nei momenti di resipiscenza, "come se ci fosse".
Tu, invece, preghiera, non richiedi una fede. Mi metti in bocca ed in cuore parole, così come 'mi vengono', senza tener conto se non corrispondono alle formule. Io, per compensarti della tua magnanimità, sai cosa farò quando ti userò per 'ultima volta? Ce la metterò tutta a raccogliere i miei sentimenti, pensieri e virtù teologali per emanare un grido di severo rimprovero a chi appesta il mondo con ogni specie di male e di dolore. Tu non hai fatto nulla a favore di quanto io anelavo riguardo a ciò; forse non potevi; non sei che una impotente altera-ego. E a me non resta che la rivincita di sfogare tutta la rabbia contro il mal-vivere di tutti nel mondo.
Dopo di che, reciterò il mio ultimo AMEN.
Sì, amen, perché, lo riconosco, c’è tanta ricchezza in me. So che - sarà stato grazie al tuo aiuto, o preghiera - il bene l'ho cercato e l'ho amato davvero, e per esso, e solo per esso, ho lasciato che la mia vita continuasse accanto a chi CAPISCE COSA E' SOFFRIRE. A modo mio, io, disperatamente sola, ho cercato - almeno dentro di me - di stare accanto ai disperati della terra.
Se in cambio di questo potessi ottenere un po' di pace.... Ma no, allora mi smentirei; sarebbe il crollo dell'unica idea sana che mi fa partecipe del mondo.
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sabato 2 ottobre 2010
mercoledì 29 settembre 2010
Parlo al dio di Giobbe
Cara Darianna, tu sei priva di speranza e me ne dispiaccio. Ma io sarò più catastrofica perché dirò la verità che tutti vogliamo nascondere nei modi più ambigui. Mi si rimprovererà la mai mancanza di fede e mi considereranno perduta moralmente e spiritualmente? Facciano. S’accomodino in salotto a parlarne. Io questa volta voglio parlare così. Questa libertà me la prendo col dio di Giobbe.:
Sofferenze parlano in modo vario nei visi di persone provate dalla sventura.
Permettetemi di cominciare dal coniglione che se ne sta chiuso (in una casa dove vivo per un po’ di tempo) SEMPRE in una gabbia che appena appena lo contiene. Non gli fanno mancare cibo né acqua perché deve vivere per dare a gente stupida la soddisfazione che esiste un vivente d’altra specie, da accudire, da guardare una volta tanto (non tanto). Lui qualche volta batte non so cosa quando vede qualcuno che si muove dietro la sua prigione senza spazio vitale. Ho provato a guardare i suoi occhi. No so se implorassero liberazione, ma certamente portano stampata l’atrocità della sofferenza: e sì! Questa la capiscono gli animali, e la vivono nell’infelicità assoluta. Mi verrebbe da gridare che la ferocia umana è insopportabile, che io non ci sto bene per questo in un mondo fatto così.
E non mi si dica che ci sono moltissime altre sofferenze, soprattutto quelle umane. Elimino subito questo termine ‘soprattutto’. Il martirio del coniglio non è uno che si aggiunge agli altri come un oggetto si accumula agli altri. Il coniglio è un essere singolo che patisce, smaltisce in sé il destino notte e giorno, SEMPRE.
Vi assicuro che le sofferenze di tutti me le sento addosso, e se parlo del coniglio è perché lo vedo ogni giorno. Mi sarebbero più sopportabili le mie, se fossi io un’eccezione. Invece che visi, Dio mio! Gente trasportata in carrozzella: chi le guida sempre soddisfatto di offrire una divagazione; ma il sofferente è un rassegnato, piegato ad un’insopportabile inerzia. Ma la vita per lui c’è solo per poter digerire il suo stato pietoso: perché?
E poi, e poi? Vi pare che ignori le schiavitù di ogni giorno, solo perché ho accennato a queste?
Predicatori di ogni giorno, retori tutti! anche se sotto i panni di ‘pezzi grossi’, politici soprattutto: vi ODIO. Lasciatemelo dire. Vi associo senz’altro ai mafiosi. Tutti, altrimenti vu contentereste di un piccolo stipendio: o fate questo o non credo in nessuno di voi.
Solo di tratto in tratto si vede qualche luogo – ahimè quanto pochi ce ne sono! – dove si sfrutta quel che di vitale sussiste in queste vite morte e si ridà modo di vivere la loro vita in una forma di normalità accettabile. Fino a quanto si prenderanno cura di questi? Quando diverranno del tutto inabili, la crudele natura non potrà essere sconfitta, ed allora anch’essi ritorneranno ad essere conigli nella gabbia del proprio corpo e degli avari controllati spazi che saranno concessi a beneficio degli stipendiati attraverso la loro prigionia.
Ci si lamenta della mancanza del necessario per la sussistenza delle famiglie. Si vogliono stipendi più sicuri. A parte il fatto che spesso gli stipendi non bastano perché non bastano a soddisfare bisogni indotti, spesso inutili o dannosi, E’ questo il motivo del contendere tra destra e sinistra? Li sopporterei se si preoccupassero di questo (assieme a tutto ciò che è necessario perché non si muoia di fame e di freddo, di mancanza di istruzione e di mezzi per comunicare con la vita sociale… e non ho voglia di specificare). Ma ma ma…. La vita sociale è malata, e si rimedierebbe di più senza le politiche ladre a tutto tondo, da sostituire attraverso una gara a denudarsi di privilegi e di prestigio.
Ma, Dio mio, vuoi che questo mondo lo aggiustino questi signori, qualche verginella che prega in clausura, qualche devota di P.Pio & company?
Per ora mi fermo qui perché non trovo risposte e temo le risposte arroganti di chi parla di SPERANZA, senza pensare che questo mondo bisogna rifarlo daccapo, o…. che sia distrutto. Subito.
Sofferenze parlano in modo vario nei visi di persone provate dalla sventura.
Permettetemi di cominciare dal coniglione che se ne sta chiuso (in una casa dove vivo per un po’ di tempo) SEMPRE in una gabbia che appena appena lo contiene. Non gli fanno mancare cibo né acqua perché deve vivere per dare a gente stupida la soddisfazione che esiste un vivente d’altra specie, da accudire, da guardare una volta tanto (non tanto). Lui qualche volta batte non so cosa quando vede qualcuno che si muove dietro la sua prigione senza spazio vitale. Ho provato a guardare i suoi occhi. No so se implorassero liberazione, ma certamente portano stampata l’atrocità della sofferenza: e sì! Questa la capiscono gli animali, e la vivono nell’infelicità assoluta. Mi verrebbe da gridare che la ferocia umana è insopportabile, che io non ci sto bene per questo in un mondo fatto così.
E non mi si dica che ci sono moltissime altre sofferenze, soprattutto quelle umane. Elimino subito questo termine ‘soprattutto’. Il martirio del coniglio non è uno che si aggiunge agli altri come un oggetto si accumula agli altri. Il coniglio è un essere singolo che patisce, smaltisce in sé il destino notte e giorno, SEMPRE.
Vi assicuro che le sofferenze di tutti me le sento addosso, e se parlo del coniglio è perché lo vedo ogni giorno. Mi sarebbero più sopportabili le mie, se fossi io un’eccezione. Invece che visi, Dio mio! Gente trasportata in carrozzella: chi le guida sempre soddisfatto di offrire una divagazione; ma il sofferente è un rassegnato, piegato ad un’insopportabile inerzia. Ma la vita per lui c’è solo per poter digerire il suo stato pietoso: perché?
E poi, e poi? Vi pare che ignori le schiavitù di ogni giorno, solo perché ho accennato a queste?
Predicatori di ogni giorno, retori tutti! anche se sotto i panni di ‘pezzi grossi’, politici soprattutto: vi ODIO. Lasciatemelo dire. Vi associo senz’altro ai mafiosi. Tutti, altrimenti vu contentereste di un piccolo stipendio: o fate questo o non credo in nessuno di voi.
Solo di tratto in tratto si vede qualche luogo – ahimè quanto pochi ce ne sono! – dove si sfrutta quel che di vitale sussiste in queste vite morte e si ridà modo di vivere la loro vita in una forma di normalità accettabile. Fino a quanto si prenderanno cura di questi? Quando diverranno del tutto inabili, la crudele natura non potrà essere sconfitta, ed allora anch’essi ritorneranno ad essere conigli nella gabbia del proprio corpo e degli avari controllati spazi che saranno concessi a beneficio degli stipendiati attraverso la loro prigionia.
Ci si lamenta della mancanza del necessario per la sussistenza delle famiglie. Si vogliono stipendi più sicuri. A parte il fatto che spesso gli stipendi non bastano perché non bastano a soddisfare bisogni indotti, spesso inutili o dannosi, E’ questo il motivo del contendere tra destra e sinistra? Li sopporterei se si preoccupassero di questo (assieme a tutto ciò che è necessario perché non si muoia di fame e di freddo, di mancanza di istruzione e di mezzi per comunicare con la vita sociale… e non ho voglia di specificare). Ma ma ma…. La vita sociale è malata, e si rimedierebbe di più senza le politiche ladre a tutto tondo, da sostituire attraverso una gara a denudarsi di privilegi e di prestigio.
Ma, Dio mio, vuoi che questo mondo lo aggiustino questi signori, qualche verginella che prega in clausura, qualche devota di P.Pio & company?
Per ora mi fermo qui perché non trovo risposte e temo le risposte arroganti di chi parla di SPERANZA, senza pensare che questo mondo bisogna rifarlo daccapo, o…. che sia distrutto. Subito.
domenica 5 settembre 2010
La gioia del ritrovare
Oggi ho perso il telefonino. Mi son sentita persa io: tanti riferimenti a persone e cose, di cui alcuni non saprei come ricostruire....
Lo trovo dopo tanta affannosa ricerca: era sotto il mio cuscino.
Dunque per avere un'esaltante gioia c'è bisogno - prima - di perdere. Aiutami, Darianna, ma anche altri che legge, a spiegarmi questo misterioso intreccio tra perdere e trovare. Sono sicura che senza quel perdere, una gioia simile a quella del ritrovare è impossibile, può avere tratti di somiglianza e niente più.
Io ho perso il marito e ben nove familiari (e non ne ho più!); ho perso di vista tante cose e tante persone e tanti luoghi e situazioni appaganti che arricchivano la mia vita. Ma cosa aspetto di ritrovare, se non cerco più ciò che è perduto, in quanto irrimediabilmente perduto?
E' bene che pensi cosa posso cercare di quel che ho perduto..... Ausilia
Lo trovo dopo tanta affannosa ricerca: era sotto il mio cuscino.
Dunque per avere un'esaltante gioia c'è bisogno - prima - di perdere. Aiutami, Darianna, ma anche altri che legge, a spiegarmi questo misterioso intreccio tra perdere e trovare. Sono sicura che senza quel perdere, una gioia simile a quella del ritrovare è impossibile, può avere tratti di somiglianza e niente più.
Io ho perso il marito e ben nove familiari (e non ne ho più!); ho perso di vista tante cose e tante persone e tanti luoghi e situazioni appaganti che arricchivano la mia vita. Ma cosa aspetto di ritrovare, se non cerco più ciò che è perduto, in quanto irrimediabilmente perduto?
E' bene che pensi cosa posso cercare di quel che ho perduto..... Ausilia
domenica 2 maggio 2010
Il punto su questo blog
2maggio 2010
Cara Darianna
Questa volta, mentre continuo la mia conversazione con te, mi rivolgo a coloro che da tempo considero amiche ed amici. E’, questo, un bisogno di tutta me stessa. Non per fare due chiacchiere. Come dice Dewey, sento di avere «qualcosa da dire» (non «da dire qualcosa»), perché ospito in me un laboratorio di idee sentimenti esperienze, che sarebbe un tradimento chiudere alla comunicazione.
Da parecchi anni avevo fatto convergere questo «qualcosa» con la problematica delle donne in disagio nel rapporto con l’istituzione ecclesiastica, su due fronti: quello del coinvolgimento femminile di carattere esistenziale-affettivo nella vita dei preti in crisi, e quello delle ex-suore, deluse nel non poter realizzare all’interno dell’istituzione i loro ideali, meglio: la loro vocazione. VOLEVO PARLARE “DA DONNA A DONNA” (come recita il titolo di un mio libro), tenendo molto presente la PARTE MASCHILE. Ne sentivo la responsabilità, data l’incarnazione delle due tipologie di donna nella mia persona.
Ora le due esperienze-in-una si sono sedimentate e ritengo di dover fare un passo ulteriore.
Dopo dodici anni di dialogo aperto attraverso il sito “Donne-contro-il-silenzio”, per me non ha più senso offrire una spalla su cui piangere, e nemmeno aggiungere (tranne che privatamente) altre testimonianze a quelle raccolte finora: un cliché, quando si ripete sempre uguale a se stesso, non serve né alla maturazione delle persone né al cambiamento dei chiamati in causa.
Una volta disincagliata interiormente da appartenenze peculiari, il mio sguardo si dilata. Pur procedendo sullo stesso binario, voglio fare del mio impegno pregresso un paradigma applicabile ad altre realtà, in primis al modo-di-essere sedimentato attraverso il vissuto. E per farlo in libertà e in profondità, ho bisogno di mettere un po’ da parte i vecchi strumenti, di ri-leggermi e di confrontarmi sulla linea di una laicità a tutto spiano. Fermo restando ciò che mi sta più a cuore, la fede, voglio scavare dentro di essa in maniera laica, e cioè nella nudità del mio essere, a prescindere da qualsiasi ‘topos’ precostituito.
Il ricorso a tale criterio mi fa sentire lontana le mille miglia dalla parte più illuminata dei cattolici che denuncia-attaccando le «malefatte» della chiesa con un anti-clericalismo in perfetto stile clericale (l’espressione non è nuova, ma mi pare di averla pronunziata io per prima); e mi fa avvertire la nocività degli atteggiamenti supini dei più, compresi quelli dei credenti che si proclamano laici e dei non-credenti zelanti, nonché dei divi dell’anti-eroismo: tutti accodati a rendere tributo idolatrico, dentro le pieghe del dissenso, a chi ha o ritiene di avere un carisma, spesso per ruolo. Se è vero che non c’è ombra di spirito laico in chi riveste i panni del personaggio per contare e in chi entra dalla finestra nei suoi luoghi fascinosi nella condizione di fan, altrettanto non ce n’è in chi prende di mira il sacro aggirandosi nei suoi paraggi, con critiche infinite ed infinitamente minuziose.
Al largo! Verso vie nuove. Quando si vedono due lottare, è difficile distinguere chi ha torto e chi ha ragione; la lotta sfocia nella vittoria, non del più buono, bensì del più violento. La stessa mitezza va preservata da glorificazioni, sempre devastanti. Ecco: la laicità è formale; non punta sul personaggio e nemmeno sulle idee sane; è (quanto è difficile definirla!) capacità di andare-oltre sia dei personalismi sia delle idee assolutizzate.
Il colloquiare di questo blog cerca rispondenze nella parte di società che vuole dare sostanza all’«autenticità» (attenzione! è da eliminare il logorio del significato del termine): restando al riparo del dubbio che si interroga mentre interroga senza fine.
Ho stima per il femminismo storico, e perciò lo chiamo a confronto nel particolare settore religioso, in seno al quale esso è più sprovveduto, pur avendone succhiato il primo latte. Considero suo maggiore merito l’aver capito che ci va ORGANICITÀ (alla Gramsci) per coniugare singole questioni tra di loro e con la società nella sua interezza. Su questa scia voglia muovermi, in sponda non isolata da altri contesti. Già ai lettori attenti non è sfuggito il senso della mia metamorfosi strategica nel dare corso a questo blog confidenziale; al contrario, in chi si è fermato alla superficie, hanno destato sorpresa le incertezze esistenziali espresse, quasi che fossero ombre da fugare.
Nella scrittura narrativa la cultura femminista ha espresso il meglio di sé. Il racconto della vita ordinaria può gestire idee, eccome, se fa trasparire l’inespresso, spoglio di fatua spettacolarità e di audience.
Voglio esemplificare con una mia confessione la scelta diaristica e colloquiale di questo blog: uno dei pochissimi risultati raggiunti nel mio pregresso impegno di vita è stato quello di avere portato un piccolo contributo, con il racconto delle mie delusioni istituzionali, nelle decisioni prese dall’OMS per evitare il più possibile l’ospitalizzazione dei minori senza famiglia. Dio sa quanti anatemi mi sono attirata, ma ne valeva la pena. Lo so, ci vogliono appunto le grandi organizzazioni per dare concretezza e validità sociale ai progetti. Ma se non si opera nel sottosuolo di base che regge l’edificio, lo si vedrà crollare alla prima scossa; e certamente si richiede un et-et, non un aut-aut.
Dove andrà a finire la questione circa il binomio « donne e preti», che ormai ha non-belle risonanze nelle mie orecchie? Almeno di una cosa sono certa: non si otterranno risultati fino a che i soggetti non sapranno rompere il cordone ombelicale che li lega ad un’identità immobilizzata sul modello di Legge che vogliono cambiare. E con ciò non plaudo a coloro che imboccano vie tortuose di travestimento.
Col parlare colloquiale di questo blog, in apparenza occasionale e avulso da singole problematiche, miro a provocare chi legge alle durezze del Pensiero non-immediato; ad incoraggiare la messa in moto di energie spirituali scevre dai facili aggreganti spiritualismi di oggi; energie robuste e coraggiose perché tratte dalle radici del proprio essere.
Ma, per favore, non lasciatemi sola. Inseritevi anche voi, fattivamente, nelle conversazioni lanciate da me e da Darianna, interlocutrice principale.
Già, te, Darianna. Trans a cui è vietato di continuare a fare come un tempo il pastore in una chiesa cristiana; di essere accettata per quella che sei e di avere i mezzi per tirare a campare. Mi affascina la tua personalità di credente col dubbio piantato in cuore. Il tuo stile di libertà nel raccontarti non riesce ancora a farti felice perché hai il mondo contro, ma forse sei tu a regalare agli altri la liberazione dalla schiavitù dei pregiudizi.
Ausilia
Cara Darianna
Questa volta, mentre continuo la mia conversazione con te, mi rivolgo a coloro che da tempo considero amiche ed amici. E’, questo, un bisogno di tutta me stessa. Non per fare due chiacchiere. Come dice Dewey, sento di avere «qualcosa da dire» (non «da dire qualcosa»), perché ospito in me un laboratorio di idee sentimenti esperienze, che sarebbe un tradimento chiudere alla comunicazione.
Da parecchi anni avevo fatto convergere questo «qualcosa» con la problematica delle donne in disagio nel rapporto con l’istituzione ecclesiastica, su due fronti: quello del coinvolgimento femminile di carattere esistenziale-affettivo nella vita dei preti in crisi, e quello delle ex-suore, deluse nel non poter realizzare all’interno dell’istituzione i loro ideali, meglio: la loro vocazione. VOLEVO PARLARE “DA DONNA A DONNA” (come recita il titolo di un mio libro), tenendo molto presente la PARTE MASCHILE. Ne sentivo la responsabilità, data l’incarnazione delle due tipologie di donna nella mia persona.
Ora le due esperienze-in-una si sono sedimentate e ritengo di dover fare un passo ulteriore.
Dopo dodici anni di dialogo aperto attraverso il sito “Donne-contro-il-silenzio”, per me non ha più senso offrire una spalla su cui piangere, e nemmeno aggiungere (tranne che privatamente) altre testimonianze a quelle raccolte finora: un cliché, quando si ripete sempre uguale a se stesso, non serve né alla maturazione delle persone né al cambiamento dei chiamati in causa.
Una volta disincagliata interiormente da appartenenze peculiari, il mio sguardo si dilata. Pur procedendo sullo stesso binario, voglio fare del mio impegno pregresso un paradigma applicabile ad altre realtà, in primis al modo-di-essere sedimentato attraverso il vissuto. E per farlo in libertà e in profondità, ho bisogno di mettere un po’ da parte i vecchi strumenti, di ri-leggermi e di confrontarmi sulla linea di una laicità a tutto spiano. Fermo restando ciò che mi sta più a cuore, la fede, voglio scavare dentro di essa in maniera laica, e cioè nella nudità del mio essere, a prescindere da qualsiasi ‘topos’ precostituito.
Il ricorso a tale criterio mi fa sentire lontana le mille miglia dalla parte più illuminata dei cattolici che denuncia-attaccando le «malefatte» della chiesa con un anti-clericalismo in perfetto stile clericale (l’espressione non è nuova, ma mi pare di averla pronunziata io per prima); e mi fa avvertire la nocività degli atteggiamenti supini dei più, compresi quelli dei credenti che si proclamano laici e dei non-credenti zelanti, nonché dei divi dell’anti-eroismo: tutti accodati a rendere tributo idolatrico, dentro le pieghe del dissenso, a chi ha o ritiene di avere un carisma, spesso per ruolo. Se è vero che non c’è ombra di spirito laico in chi riveste i panni del personaggio per contare e in chi entra dalla finestra nei suoi luoghi fascinosi nella condizione di fan, altrettanto non ce n’è in chi prende di mira il sacro aggirandosi nei suoi paraggi, con critiche infinite ed infinitamente minuziose.
Al largo! Verso vie nuove. Quando si vedono due lottare, è difficile distinguere chi ha torto e chi ha ragione; la lotta sfocia nella vittoria, non del più buono, bensì del più violento. La stessa mitezza va preservata da glorificazioni, sempre devastanti. Ecco: la laicità è formale; non punta sul personaggio e nemmeno sulle idee sane; è (quanto è difficile definirla!) capacità di andare-oltre sia dei personalismi sia delle idee assolutizzate.
Il colloquiare di questo blog cerca rispondenze nella parte di società che vuole dare sostanza all’«autenticità» (attenzione! è da eliminare il logorio del significato del termine): restando al riparo del dubbio che si interroga mentre interroga senza fine.
Ho stima per il femminismo storico, e perciò lo chiamo a confronto nel particolare settore religioso, in seno al quale esso è più sprovveduto, pur avendone succhiato il primo latte. Considero suo maggiore merito l’aver capito che ci va ORGANICITÀ (alla Gramsci) per coniugare singole questioni tra di loro e con la società nella sua interezza. Su questa scia voglia muovermi, in sponda non isolata da altri contesti. Già ai lettori attenti non è sfuggito il senso della mia metamorfosi strategica nel dare corso a questo blog confidenziale; al contrario, in chi si è fermato alla superficie, hanno destato sorpresa le incertezze esistenziali espresse, quasi che fossero ombre da fugare.
Nella scrittura narrativa la cultura femminista ha espresso il meglio di sé. Il racconto della vita ordinaria può gestire idee, eccome, se fa trasparire l’inespresso, spoglio di fatua spettacolarità e di audience.
Voglio esemplificare con una mia confessione la scelta diaristica e colloquiale di questo blog: uno dei pochissimi risultati raggiunti nel mio pregresso impegno di vita è stato quello di avere portato un piccolo contributo, con il racconto delle mie delusioni istituzionali, nelle decisioni prese dall’OMS per evitare il più possibile l’ospitalizzazione dei minori senza famiglia. Dio sa quanti anatemi mi sono attirata, ma ne valeva la pena. Lo so, ci vogliono appunto le grandi organizzazioni per dare concretezza e validità sociale ai progetti. Ma se non si opera nel sottosuolo di base che regge l’edificio, lo si vedrà crollare alla prima scossa; e certamente si richiede un et-et, non un aut-aut.
Dove andrà a finire la questione circa il binomio « donne e preti», che ormai ha non-belle risonanze nelle mie orecchie? Almeno di una cosa sono certa: non si otterranno risultati fino a che i soggetti non sapranno rompere il cordone ombelicale che li lega ad un’identità immobilizzata sul modello di Legge che vogliono cambiare. E con ciò non plaudo a coloro che imboccano vie tortuose di travestimento.
Col parlare colloquiale di questo blog, in apparenza occasionale e avulso da singole problematiche, miro a provocare chi legge alle durezze del Pensiero non-immediato; ad incoraggiare la messa in moto di energie spirituali scevre dai facili aggreganti spiritualismi di oggi; energie robuste e coraggiose perché tratte dalle radici del proprio essere.
Ma, per favore, non lasciatemi sola. Inseritevi anche voi, fattivamente, nelle conversazioni lanciate da me e da Darianna, interlocutrice principale.
Già, te, Darianna. Trans a cui è vietato di continuare a fare come un tempo il pastore in una chiesa cristiana; di essere accettata per quella che sei e di avere i mezzi per tirare a campare. Mi affascina la tua personalità di credente col dubbio piantato in cuore. Il tuo stile di libertà nel raccontarti non riesce ancora a farti felice perché hai il mondo contro, ma forse sei tu a regalare agli altri la liberazione dalla schiavitù dei pregiudizi.
Ausilia
sabato 6 marzo 2010
Ho fatto naufragio. Ho navigato bene
venerdi’ 5 marzo 2010 da Ausilia
Mia cara,
lungi da me volerti suggerire idee, o riflettere a modo mio su ciò che tu, e soltanto tu, vivi.
Piuttosto ti parlerò anch’io di me, del mio vissuto: quello di oggi. E non per un confronto, bensì perché ciascuna di noi riceve stimolo dall’altra; ed è questo che mi intriga nella splendida amicizia con te . Lo farò sfidando il rischio di distruggere la mia immagine quale appariva a chi riteneva di ritrarla dal vero, mentre mi osservava dall’esterno.
Letteratura e realtà coincidono abbastanza, anche se il piatto della bilancia pende di più dalla parte della letteratura, meno falsa della concretezza della vita. Smontare la loro mistura per me significa distinguere bene i due piani e porsi su un terzo: quello dello spettatore, attento analista in cerca di verità. Bel momento di libertà godersi la scena senza paure.
Già, libertà!
Non c’è libertà se non a partire «da», e cioè dal suo contrario, dalla schiavitù.
Non invidio chi non ha provato, o forse non si è accorto di essere schiavo: degli altri di se stesso di Dio della vita del corpo dello spirito di tutto.
Hai mai pensato come sarebbe il mondo senza la schiavitù annidata nella e attorno alla nostra vita e perfino in seno all’universo? Ricordo le utopie costruite nel periodo a cavallo tra il rinascimento e l’illuminismo. Che squallore in un mondo tutto «pulito», privo delle scorie degli egoismi, o per lo meno cautelato contro di essi; un mondo tanto perfetto da far coincidere la felicità con l’ordine morale, materiale, spirituale. Un mondo più soffocante di quello che tu hai descritto efficacemente attraverso tutte le «negazioni» che ti ha regalato. Mentre ti leggevo con appassionata partecipazione, appena ho incontrato la parola «lotta», ho tirato un sospiro di sollievo, mentre mi tornava in mente la celebre frase: “ho fatto naufragio, quindi ho navigato”.
Poiché scrivo di getto, ti racconto un episodio che risale ai miei anni da liceale: narrando la vita di Rousseau nei suoi particolari ad una mia sorella che aveva fatto della pratica religiosa il tutto della sua esistenza, la sentii rammaricarsi: “che vita disordinata!”. Dentro di me scattò la ribellione contro “la vita ordinata” così come la intendeva lei, assieme alla voglia di uscire dal guscio nel quale era contenuta la mia adolescenza forzatamente prolungata.
Qui mi verrebbe spontaneo distinguere tra schiavitù e schiavitù, e so che sarei capace di cadere nella trappola di ritagliarla su misura del tuo dolore, della tua angoscia mortale, eccetera. Ma non è su queste tonalità che si svolgono i nostri dialoghi.
Passo dunque a dirti come cerco la verità di me stessa, al di là delle definizioni. Condivido il tuo: «di mio non c’è nulla», ma mi sento più fortunata di coloro che ritengono di avere qualcosa di proprio. Poveri illusi! Quanti costruttori di verità del soggetto, dell’oggetto, della loro adaequatio …. Io mi aggiro tra i luminari del pensiero, armata del bandolo del filo di Arianna, nel labirinto delle esperienze, sicché, svegliandomi dalla momentanea condivisione del loro sonno dogmatico (me lo concedo per conoscerli meglio), ritrovo la mia libertà-verità. Vedi caso, ha le stesse parole recitate poeticamente da un Nietzsche morente: “No! Torna indietro! / Con tutte le tue torture! /Tutte le lacrime mie corrono a te / e l’ultima fiamma del mio cuore / s’accende per te, / mio Dio sconosciuto! / Dolore mio! Felicità mia ultima!”. Anch’io, all’uscita dall’illusione, parlo da matta ad un Dio impastato nel mio vissuto di dolore e di felicità, irriconoscibile per via dei bagliori infocati di ultimità, e per via delle mie lacrime che si mescolano alla fiamma in via di spegnersi.
Già, dimenticavo che tu la felicità sembri ignorarla, anche se ne parli indirettamente nella metafora dell’anfora “preziosa e bella prima che si rompesse”. Ti chiedo spiegazione: dunque l’avevi? Bene a sapersi. Io non credo di averne avuta una, e mi sento fortunata perché, in tal modo, non si è rotta. Ma fa lo stesso. Meno male, scusami, che quell’anfora rotta “non faccia più parte di te”. Conta piuttosto il vuoto (di senso di fine di tutto) che ha lasciato nell’infrangersi. Uno spazio da riempire o da lasciare vuoto? A te la risposta.
La mia verità è suggestiva grazie a tale vuoto nel quale si avvicendano opposti stati d’animo. Li intravedo e li lascio fuggire. Di mio resta l’avvicendarsi di negazione e di assenza, di schiavitù e di liberazione.
E continuo a navigare in un mare nel quale so di dover naufragare, remando contro.
Ausilia
Mia cara,
lungi da me volerti suggerire idee, o riflettere a modo mio su ciò che tu, e soltanto tu, vivi.
Piuttosto ti parlerò anch’io di me, del mio vissuto: quello di oggi. E non per un confronto, bensì perché ciascuna di noi riceve stimolo dall’altra; ed è questo che mi intriga nella splendida amicizia con te . Lo farò sfidando il rischio di distruggere la mia immagine quale appariva a chi riteneva di ritrarla dal vero, mentre mi osservava dall’esterno.
Letteratura e realtà coincidono abbastanza, anche se il piatto della bilancia pende di più dalla parte della letteratura, meno falsa della concretezza della vita. Smontare la loro mistura per me significa distinguere bene i due piani e porsi su un terzo: quello dello spettatore, attento analista in cerca di verità. Bel momento di libertà godersi la scena senza paure.
Già, libertà!
Non c’è libertà se non a partire «da», e cioè dal suo contrario, dalla schiavitù.
Non invidio chi non ha provato, o forse non si è accorto di essere schiavo: degli altri di se stesso di Dio della vita del corpo dello spirito di tutto.
Hai mai pensato come sarebbe il mondo senza la schiavitù annidata nella e attorno alla nostra vita e perfino in seno all’universo? Ricordo le utopie costruite nel periodo a cavallo tra il rinascimento e l’illuminismo. Che squallore in un mondo tutto «pulito», privo delle scorie degli egoismi, o per lo meno cautelato contro di essi; un mondo tanto perfetto da far coincidere la felicità con l’ordine morale, materiale, spirituale. Un mondo più soffocante di quello che tu hai descritto efficacemente attraverso tutte le «negazioni» che ti ha regalato. Mentre ti leggevo con appassionata partecipazione, appena ho incontrato la parola «lotta», ho tirato un sospiro di sollievo, mentre mi tornava in mente la celebre frase: “ho fatto naufragio, quindi ho navigato”.
Poiché scrivo di getto, ti racconto un episodio che risale ai miei anni da liceale: narrando la vita di Rousseau nei suoi particolari ad una mia sorella che aveva fatto della pratica religiosa il tutto della sua esistenza, la sentii rammaricarsi: “che vita disordinata!”. Dentro di me scattò la ribellione contro “la vita ordinata” così come la intendeva lei, assieme alla voglia di uscire dal guscio nel quale era contenuta la mia adolescenza forzatamente prolungata.
Qui mi verrebbe spontaneo distinguere tra schiavitù e schiavitù, e so che sarei capace di cadere nella trappola di ritagliarla su misura del tuo dolore, della tua angoscia mortale, eccetera. Ma non è su queste tonalità che si svolgono i nostri dialoghi.
Passo dunque a dirti come cerco la verità di me stessa, al di là delle definizioni. Condivido il tuo: «di mio non c’è nulla», ma mi sento più fortunata di coloro che ritengono di avere qualcosa di proprio. Poveri illusi! Quanti costruttori di verità del soggetto, dell’oggetto, della loro adaequatio …. Io mi aggiro tra i luminari del pensiero, armata del bandolo del filo di Arianna, nel labirinto delle esperienze, sicché, svegliandomi dalla momentanea condivisione del loro sonno dogmatico (me lo concedo per conoscerli meglio), ritrovo la mia libertà-verità. Vedi caso, ha le stesse parole recitate poeticamente da un Nietzsche morente: “No! Torna indietro! / Con tutte le tue torture! /Tutte le lacrime mie corrono a te / e l’ultima fiamma del mio cuore / s’accende per te, / mio Dio sconosciuto! / Dolore mio! Felicità mia ultima!”. Anch’io, all’uscita dall’illusione, parlo da matta ad un Dio impastato nel mio vissuto di dolore e di felicità, irriconoscibile per via dei bagliori infocati di ultimità, e per via delle mie lacrime che si mescolano alla fiamma in via di spegnersi.
Già, dimenticavo che tu la felicità sembri ignorarla, anche se ne parli indirettamente nella metafora dell’anfora “preziosa e bella prima che si rompesse”. Ti chiedo spiegazione: dunque l’avevi? Bene a sapersi. Io non credo di averne avuta una, e mi sento fortunata perché, in tal modo, non si è rotta. Ma fa lo stesso. Meno male, scusami, che quell’anfora rotta “non faccia più parte di te”. Conta piuttosto il vuoto (di senso di fine di tutto) che ha lasciato nell’infrangersi. Uno spazio da riempire o da lasciare vuoto? A te la risposta.
La mia verità è suggestiva grazie a tale vuoto nel quale si avvicendano opposti stati d’animo. Li intravedo e li lascio fuggire. Di mio resta l’avvicendarsi di negazione e di assenza, di schiavitù e di liberazione.
E continuo a navigare in un mare nel quale so di dover naufragare, remando contro.
Ausilia
giovedì 11 febbraio 2010
Diario di Ausilia 11/02/2010
11 febbraio 2010
Difficile la traduzione nella parola del mio modo di esserci oggi qui.
Il modo ordinario di espormi agli altri mi pare crocifiggete perché sono lontani l’uno dall’altro i due mondi che vivo, uno intimo, l’altro soggetto alle regole della convivenza umana. Eppure non voglio essere una monade senza porte né finestre. E perciò nel primo vivo l’intensità dei sentimenti di paura e di angoscia assieme a tanta voglia di risurrezione, di bisogno di espansione assieme alla necessità di non disperdermi nella banalità dei luoghi comuni, di pensiero profondo che custodisco gelosamente dall’assalto dell’incomprensione; nel secondo, mentre mi adatto come posso alle abitudini sociali, cerco questa via della scrittura diaristica per non tradire me stessa e non rifiutare il conforto della comunicazione.
Oggi sarà una giornata come tante altre, così come è stata la nottata: sofferenza fisica che debbo smaltire io e solo io; slanci di comunione con la sofferenza più atroce dei dannati della terra; raccoglimento fruttuoso in me stessa (incomunicabile di sua natura); insofferenza e rassegnazione; disperazione e speranza; pascolo nei contenuti mentali scanditi da studio riflessione produzione; rapporto con qualcuno che mi sostiene e di cui non posso fare a meno, attestandomi in posizione di vigilanza per non alienarmi mai; bisogno di evasione da tutto e voglia di sprofondare, senza annegare, nella «mancanza». Da questa mi lascio attraversare: mi fa scoprire l’esistenza di una pienezza che mi rifiuto di assolutizzare nel mio desiderio (non mi riconoscerei in essa).
Ecco in sintesi il mio status vitale: mi si lasci gestire la vita senza che debba renderne conto ad alcuno, nemmeno a Dio. Infatti vivo come se lui non fosse; e la parola amore nei suoi riguardi non mi dice nulla; la sostituisco con un sì basato sul principio di realtà, alla quale debbo pur dare un senso.
Difficile la traduzione nella parola del mio modo di esserci oggi qui.
Il modo ordinario di espormi agli altri mi pare crocifiggete perché sono lontani l’uno dall’altro i due mondi che vivo, uno intimo, l’altro soggetto alle regole della convivenza umana. Eppure non voglio essere una monade senza porte né finestre. E perciò nel primo vivo l’intensità dei sentimenti di paura e di angoscia assieme a tanta voglia di risurrezione, di bisogno di espansione assieme alla necessità di non disperdermi nella banalità dei luoghi comuni, di pensiero profondo che custodisco gelosamente dall’assalto dell’incomprensione; nel secondo, mentre mi adatto come posso alle abitudini sociali, cerco questa via della scrittura diaristica per non tradire me stessa e non rifiutare il conforto della comunicazione.
Oggi sarà una giornata come tante altre, così come è stata la nottata: sofferenza fisica che debbo smaltire io e solo io; slanci di comunione con la sofferenza più atroce dei dannati della terra; raccoglimento fruttuoso in me stessa (incomunicabile di sua natura); insofferenza e rassegnazione; disperazione e speranza; pascolo nei contenuti mentali scanditi da studio riflessione produzione; rapporto con qualcuno che mi sostiene e di cui non posso fare a meno, attestandomi in posizione di vigilanza per non alienarmi mai; bisogno di evasione da tutto e voglia di sprofondare, senza annegare, nella «mancanza». Da questa mi lascio attraversare: mi fa scoprire l’esistenza di una pienezza che mi rifiuto di assolutizzare nel mio desiderio (non mi riconoscerei in essa).
Ecco in sintesi il mio status vitale: mi si lasci gestire la vita senza che debba renderne conto ad alcuno, nemmeno a Dio. Infatti vivo come se lui non fosse; e la parola amore nei suoi riguardi non mi dice nulla; la sostituisco con un sì basato sul principio di realtà, alla quale debbo pur dare un senso.
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