Oggi ho perso il telefonino. Mi son sentita persa io: tanti riferimenti a persone e cose, di cui alcuni non saprei come ricostruire....
Lo trovo dopo tanta affannosa ricerca: era sotto il mio cuscino.
Dunque per avere un'esaltante gioia c'è bisogno - prima - di perdere. Aiutami, Darianna, ma anche altri che legge, a spiegarmi questo misterioso intreccio tra perdere e trovare. Sono sicura che senza quel perdere, una gioia simile a quella del ritrovare è impossibile, può avere tratti di somiglianza e niente più.
Io ho perso il marito e ben nove familiari (e non ne ho più!); ho perso di vista tante cose e tante persone e tanti luoghi e situazioni appaganti che arricchivano la mia vita. Ma cosa aspetto di ritrovare, se non cerco più ciò che è perduto, in quanto irrimediabilmente perduto?
E' bene che pensi cosa posso cercare di quel che ho perduto..... Ausilia
domenica 5 settembre 2010
giovedì 19 agosto 2010
Quel che resta
Quel che resta
Come al solito quando tu ti effondi come un fiume in piena, io mi fermo ad afferrare un solo passo, per timore di sperdermi. Ecco l’espressione che più mi ha colpita:
“….. La convinzione che ancora qualcosa si possa dare sta finendo, e con essa la voglia e la possibilità della vita. Esisteremo, nella storia, come corpi! La storia scorrerà ancora su me, levigandomi ancora inutilmente, fino a quando la sequenza finirà”.
E’ certamente duro pensare alla fine di un qualcosa da dare. Che resta se si toglie questa possibilità, se non l’attesa che anche quel-che-resta, il corporeo decadente, venga “levigato”? Bello questo termine che mi fa pensare a tante similitudini: alla pietra levigata, alla scarpa lucidata, alla tomba di un marmoreo splendente, perfino ad un viso lucidato dal trucco…. Sono bizzarra con questi richiami della mia fantasia. Eppure, attraverso essi riesco ad aggiungere un mio pensiero.
Da un po’, nella mia quarta età, medito sul senso del togliere, diminuire, perdere. Sa’ che mi pare evangelico? Almeno io gli do questo senso. Ho cercato sempre di dar posto a Dio nel mio io, comprendente tutto di me, dal corpo allo spirito. Pensare che egli vi si possa intronare mi va molto bene. Sono sicurissima che il mio io assunto in Dio vive della stessa potenza di Dio (intendendo per potenza, le sue potenzialità infinite). Quante volte, invocando una persona cara che mi è mancata, io non so distinguere tra invocare lei o Dio. Certamente Dio non risucchia la persona nel nulla. Certamente il creato ha una sua eternità in Dio. Levigata (ma non truccata!). Ausilia
Come al solito quando tu ti effondi come un fiume in piena, io mi fermo ad afferrare un solo passo, per timore di sperdermi. Ecco l’espressione che più mi ha colpita:
“….. La convinzione che ancora qualcosa si possa dare sta finendo, e con essa la voglia e la possibilità della vita. Esisteremo, nella storia, come corpi! La storia scorrerà ancora su me, levigandomi ancora inutilmente, fino a quando la sequenza finirà”.
E’ certamente duro pensare alla fine di un qualcosa da dare. Che resta se si toglie questa possibilità, se non l’attesa che anche quel-che-resta, il corporeo decadente, venga “levigato”? Bello questo termine che mi fa pensare a tante similitudini: alla pietra levigata, alla scarpa lucidata, alla tomba di un marmoreo splendente, perfino ad un viso lucidato dal trucco…. Sono bizzarra con questi richiami della mia fantasia. Eppure, attraverso essi riesco ad aggiungere un mio pensiero.
Da un po’, nella mia quarta età, medito sul senso del togliere, diminuire, perdere. Sa’ che mi pare evangelico? Almeno io gli do questo senso. Ho cercato sempre di dar posto a Dio nel mio io, comprendente tutto di me, dal corpo allo spirito. Pensare che egli vi si possa intronare mi va molto bene. Sono sicurissima che il mio io assunto in Dio vive della stessa potenza di Dio (intendendo per potenza, le sue potenzialità infinite). Quante volte, invocando una persona cara che mi è mancata, io non so distinguere tra invocare lei o Dio. Certamente Dio non risucchia la persona nel nulla. Certamente il creato ha una sua eternità in Dio. Levigata (ma non truccata!). Ausilia
venerdì 13 agosto 2010
questa sera
Questa sera è una di quelle sere in cui si darebbero le dimissioni da ogni cosa! Dalla vita sostanzialmente! Non perché non si ritenga valido, piacevole, importante quanto si sta facendo, ma semplicemente perché si ritiene che il nostro apporto sia sostanzialmente finito. Ci sono giorni che si vive e sere in cui si sente il giungere della "sera" della nostra vita, così che la nostra esistenza si esaurisce da sola, come una logica sequenza.
Ma sono sere di giorni, e non sere di esistenze, per cui quella voglia di dare dimissioni da ogni dove, la trattieni pensando che domani, a mente lucida, potresti darle meglio,con maggiore considerazione delle cose, con maggiore razionalità di te e di quanto ti circola intorno.
Ma questa sera, la voglia di dare le dimissioni da ogni dove, si tradurrà semplicemente in un andare a dormire. Domani e dopodomani vedremo se questa dimensione di finitezza, persisterà. Se sarà ancora presente, allora si daranno le dimissioni, lasciando il campo ad ogni più pronta intelligenza, ad ogni più acuta osservazione, ad ogni più limpida strategia, ad ogni più valida consideazione delle cose.
Noi non abbiamo mai avuto parola, abbiamo preso parola con fatica, tanta, tanta! Ora dobbiamo ancora lottare per avere parola e ci si chiede il perché. Ma il perché può anche stare nel fatto che abbiamo finito di poter dire. La parola che abbiamo conquistata si è anche subito esaurita. Il tacere potrebbe essere adeguata condizione del nostro essere? Non so del vostro, ma persistente è la sensazione che lo debba essere per il mio essere. Forse, anche la possibilità di esserci può venire meno, in quanto non essenziale, non più richiesto ne da me stessa ne dagli altri. La convinzione che ancora qualcosa si posssa dare sta finendo, e con essa la voglia e la possibilità della vita. Esisteremo, nella storia, come corpi! La storia scorrerà ancora su me, levigandomi ancora inutilmente, fino a quando la sequenza finirà.
Bacio
Ma sono sere di giorni, e non sere di esistenze, per cui quella voglia di dare dimissioni da ogni dove, la trattieni pensando che domani, a mente lucida, potresti darle meglio,con maggiore considerazione delle cose, con maggiore razionalità di te e di quanto ti circola intorno.
Ma questa sera, la voglia di dare le dimissioni da ogni dove, si tradurrà semplicemente in un andare a dormire. Domani e dopodomani vedremo se questa dimensione di finitezza, persisterà. Se sarà ancora presente, allora si daranno le dimissioni, lasciando il campo ad ogni più pronta intelligenza, ad ogni più acuta osservazione, ad ogni più limpida strategia, ad ogni più valida consideazione delle cose.
Noi non abbiamo mai avuto parola, abbiamo preso parola con fatica, tanta, tanta! Ora dobbiamo ancora lottare per avere parola e ci si chiede il perché. Ma il perché può anche stare nel fatto che abbiamo finito di poter dire. La parola che abbiamo conquistata si è anche subito esaurita. Il tacere potrebbe essere adeguata condizione del nostro essere? Non so del vostro, ma persistente è la sensazione che lo debba essere per il mio essere. Forse, anche la possibilità di esserci può venire meno, in quanto non essenziale, non più richiesto ne da me stessa ne dagli altri. La convinzione che ancora qualcosa si posssa dare sta finendo, e con essa la voglia e la possibilità della vita. Esisteremo, nella storia, come corpi! La storia scorrerà ancora su me, levigandomi ancora inutilmente, fino a quando la sequenza finirà.
Bacio
domenica 8 agosto 2010
qual è il senso?
Non ho buone notizie da dare, tutto è come ieri e spero che non sia come domani. In questi tempi di attesa, di silenzio, di tensione, si aprono - qualche volta - delle finestre di riflessione su se, sul proprio "mondo", tali da potersi proporre come momenti di riflessione comune.
Si parla spesso di affetto, quando non si arriva a parlare di "amore": due parole forse troppo usurate dal tempo e svilite nel loro significato. C'è da chiedersi quale sia ancora il loro senso, quale il loro significato nel nostro contesto storico. Forse dovremmo inventare nuove parole per dire il loro significato? Forse dovremmo ridare spessore a qualcosa che è stato volgarizzato al punto di non aver quasi più senso?
Ma cosa si dice e cosa si vuole dire quando si parla di "amicizia" o si parla di "affetto"! Quale peso può veramente avere la frase "ti voglio bene"? Il linguaggio corrente ha trasformato queste parole in un generico e molto fluido intendere di un interesse non definito nel tempo e nell'intensità. Focalizzo la parola "amicizia" poiché ritengo che sia fondamentale, primaria! E ridiamo senso a questa parola senza produrci in pericolose definizioni o pericolose descrizioni, ma piuttosto scoviamo nella nostra mente quale sia il vero senso di questa parola "amicizia", poiché solo riscovando nella nostra memoria potremmo poi ridare senso alle altre parole, come affetto, amore e quant'altro.
Non ho molti amici ed amiche, piuttosto ho una considerevole quantità di conoscenze con le quali condivido anche molto, ma con le quali non c'è una reale comunione, una reale condivisione di "mensa".
La persona che definisco "amica" è la persona che conosco per quello che è, di fronte alla quale non ho alcuna aspettativa, ma di cui godo la sua esistenza e possibile presenza. Non prentendo la sua intelligenza, non pretendo alcuna cosa, piuttosto è lo scoprire quotidiano di avere una modalità comune nel pensare, nel procedere; anche nella diversità di pensiero la modalità è comune. Non c'è uniformità, piuttosto il riconoscersi ed il comprendersi, senza bisogno di trasferire sull'altra persona nostri desiderati, poiché sono sufficienti i suoi che non necessariamente sono i miei, che non necessitano di essere soddisfatti, ma che trovano soddisfazione nel quotidiano senza sforzo. Nell'esistenza si trova il vivere senza lo sforzo di doverlo fare.
Se c'è attesa, aspettativa, pretesa, necessità ... può esserci amicizia o non piuttosto delusione, bisogno, insoddisfazione? Di chi potrò mai essere io amica, che nulla chiedo e nulla do, ma tutto metto a disposizione e tutto uso?
Ed in ciò che metto a disposizione perché dovrei pensare a gratitudine? Perché dovrei pensare a ringraziare? Perché?
Il non senso del dare ed avere che mi svuota ogni termine che indica, senza definire, quello che è il vicendevole relazionarsi fra persone libere o liberate. E' il gioco sottile del giudizio del bene o del male che mi svilice la figura di fronte a me, pretendendo che io interpreti la maschera che ho di fronte senza godere di ciò che mi rappresenta.
Ma gioco basso o troppo alto nelle relazioni dove io sono di fronte ad un io sono che dialoga o tace, ma in ogni caso discute e ragiona con me su me per me.
Qual è il senso? Me lo chiedo e mi guardo in giro cercando, forse cieca, forse ottusa, forse abbagliata. Forse in quel dubbio interrogante che non mi lascia tregua, ma che mai prende il sopravvento uccidendo la vita che voglio vivere in questa mia esistenza, unica, che unica rimane anche se in compagnia.
Si parla spesso di affetto, quando non si arriva a parlare di "amore": due parole forse troppo usurate dal tempo e svilite nel loro significato. C'è da chiedersi quale sia ancora il loro senso, quale il loro significato nel nostro contesto storico. Forse dovremmo inventare nuove parole per dire il loro significato? Forse dovremmo ridare spessore a qualcosa che è stato volgarizzato al punto di non aver quasi più senso?
Ma cosa si dice e cosa si vuole dire quando si parla di "amicizia" o si parla di "affetto"! Quale peso può veramente avere la frase "ti voglio bene"? Il linguaggio corrente ha trasformato queste parole in un generico e molto fluido intendere di un interesse non definito nel tempo e nell'intensità. Focalizzo la parola "amicizia" poiché ritengo che sia fondamentale, primaria! E ridiamo senso a questa parola senza produrci in pericolose definizioni o pericolose descrizioni, ma piuttosto scoviamo nella nostra mente quale sia il vero senso di questa parola "amicizia", poiché solo riscovando nella nostra memoria potremmo poi ridare senso alle altre parole, come affetto, amore e quant'altro.
Non ho molti amici ed amiche, piuttosto ho una considerevole quantità di conoscenze con le quali condivido anche molto, ma con le quali non c'è una reale comunione, una reale condivisione di "mensa".
La persona che definisco "amica" è la persona che conosco per quello che è, di fronte alla quale non ho alcuna aspettativa, ma di cui godo la sua esistenza e possibile presenza. Non prentendo la sua intelligenza, non pretendo alcuna cosa, piuttosto è lo scoprire quotidiano di avere una modalità comune nel pensare, nel procedere; anche nella diversità di pensiero la modalità è comune. Non c'è uniformità, piuttosto il riconoscersi ed il comprendersi, senza bisogno di trasferire sull'altra persona nostri desiderati, poiché sono sufficienti i suoi che non necessariamente sono i miei, che non necessitano di essere soddisfatti, ma che trovano soddisfazione nel quotidiano senza sforzo. Nell'esistenza si trova il vivere senza lo sforzo di doverlo fare.
Se c'è attesa, aspettativa, pretesa, necessità ... può esserci amicizia o non piuttosto delusione, bisogno, insoddisfazione? Di chi potrò mai essere io amica, che nulla chiedo e nulla do, ma tutto metto a disposizione e tutto uso?
Ed in ciò che metto a disposizione perché dovrei pensare a gratitudine? Perché dovrei pensare a ringraziare? Perché?
Il non senso del dare ed avere che mi svuota ogni termine che indica, senza definire, quello che è il vicendevole relazionarsi fra persone libere o liberate. E' il gioco sottile del giudizio del bene o del male che mi svilice la figura di fronte a me, pretendendo che io interpreti la maschera che ho di fronte senza godere di ciò che mi rappresenta.
Ma gioco basso o troppo alto nelle relazioni dove io sono di fronte ad un io sono che dialoga o tace, ma in ogni caso discute e ragiona con me su me per me.
Qual è il senso? Me lo chiedo e mi guardo in giro cercando, forse cieca, forse ottusa, forse abbagliata. Forse in quel dubbio interrogante che non mi lascia tregua, ma che mai prende il sopravvento uccidendo la vita che voglio vivere in questa mia esistenza, unica, che unica rimane anche se in compagnia.
sabato 7 agosto 2010
Lacrime ed Ave Maria
Da tempo impazzivo nel vuoto della grande Mancanza.
Finché tu, sorella da poco sparita, t'accostasti
alla pietra del mio cuore, e con veemenza la spezzasti.
Mai lacrime così dolci, mai tanta armonia nell'Ave Maria
che assieme recitammo...
Finché tu, sorella da poco sparita, t'accostasti
alla pietra del mio cuore, e con veemenza la spezzasti.
Mai lacrime così dolci, mai tanta armonia nell'Ave Maria
che assieme recitammo...
domenica 1 agosto 2010
Solitudine
Emily Dickinson
Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte - eppure
tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare,
che è un’anima al cospetto di se stessa:
infinità finita.
Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte - eppure
tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare,
che è un’anima al cospetto di se stessa:
infinità finita.
martedì 13 luglio 2010
Sensazioni e pensiero
Ho sensazioni di niente e di una massa indefinita
di persone e di cose, di tanto sentire,
di tanto pensare pensare pensare.
Ma il pensiero mi sfugge, non so chi o cosa sia.
Il pensiero – il mio, almeno - non agita pensieri,
né li cerca né li trova né li guarda né li lascia guardare.
E se il fremere delle sensazioni pulsa alle sue porte
-da dentro, da fuori, è lo stesso- il suo segreto si addensa.
Le serrature si oppongono inerti se cerchi dentro il pensiero,
gelosamente nascondono l’ignoto come in uno scrigno.
Il pensiero trascende il pensare e l’oggetto del pensare:
entità fatta di vuoto, meglio: dello spazio di Dio
di persone e di cose, di tanto sentire,
di tanto pensare pensare pensare.
Ma il pensiero mi sfugge, non so chi o cosa sia.
Il pensiero – il mio, almeno - non agita pensieri,
né li cerca né li trova né li guarda né li lascia guardare.
E se il fremere delle sensazioni pulsa alle sue porte
-da dentro, da fuori, è lo stesso- il suo segreto si addensa.
Le serrature si oppongono inerti se cerchi dentro il pensiero,
gelosamente nascondono l’ignoto come in uno scrigno.
Il pensiero trascende il pensare e l’oggetto del pensare:
entità fatta di vuoto, meglio: dello spazio di Dio
domenica 11 luglio 2010
Marciando
Non ricordo il modo esatto di chiamare il passo di marcia senza spostamento; ma di questo voglio parlare, perché non faccio altro che TENTARE di restare in moto (spirituale), senza progetti e senza quelle che tu, Darianna, chiami speranze, meglio speranza al singolare.
Sento però che potrebbe essere una straordinaria occasione di crescita questa esperienza stressante del mio spostarmi da un posto all'altro in cerca di dove farmi una finta-casetta da abitare, anche senza le classiche mura che definiscono una casa regolare.
Gli altri, ignoti - io a loro e loro a me - mi guardano e notano che c'è in me un travaglio non banale. Mi dicono tante cose i loro sguardi pieni di sbalordimento e di.... non so che: certamente non passo inosservata.
Intanto gli attimi, le ore, i giorni (con le loro terribili notti) sento che non passano invano. Ausilia
Sento però che potrebbe essere una straordinaria occasione di crescita questa esperienza stressante del mio spostarmi da un posto all'altro in cerca di dove farmi una finta-casetta da abitare, anche senza le classiche mura che definiscono una casa regolare.
Gli altri, ignoti - io a loro e loro a me - mi guardano e notano che c'è in me un travaglio non banale. Mi dicono tante cose i loro sguardi pieni di sbalordimento e di.... non so che: certamente non passo inosservata.
Intanto gli attimi, le ore, i giorni (con le loro terribili notti) sento che non passano invano. Ausilia
domenica 4 luglio 2010
Ancora avanti
C'è una parola che sempre pogno di fronte a me, in ogni contesto, in ogni situazione. Questa parola è "speranza". Lo stesso progetto sul quale sto lavorando da anni, in questa ultima sua edizione, l'ho chiamato "La Speranza".
Il motivo per cui ho dato questo nome al progetto e questa parola la pongo sempre di fronte a me, ritengo sia giusto esprimerlo in questo contesto. In effetti questo è il contesto meno legato a tutto quanto sto facendo, ma forse proprio per questo posso dirlo, posso esprimerlo nel suo significato.
Faccio sempre una netta distinzione fra l'esistenza e la vita, le considero due dimensioni diverse, per quanto possono essere estremamente intersecate. Dico e sostengo che la vita non è altro che una interpretazione dell'esistenza, ed è proprio questa interpretazione che fa differenza fra esistenza ed esistenza. Tutte le interpretazioni sono legittime, così come tutte le esistenze sono reali. Ma la mia esistenza come viene vissuta e, quindi, quale interpretazione vengo a dare alla mia esistenza? Quando, in altre parole, trovo senso alla mia esistenza? Trovo senso quando nei fatti lavoro e impiego le mie energie nella realizzazione di un progetto. La parola "speranza" diventa quindi quella che più radicalmente e più esattamente esprime la mia modalità di interpretare la mia esistenza. La speranza non è una attesa di un accadimento, ma è il quotidiano lavoro di costruzione di un progetto, il costante tener presente l'obiettivo, il non perdere di vista - mai - cosa ci ha mosso! Questa la speranza! Costruire, sempre e comunque - parlando sia che ti ascoltino sia che non ti ascoltino - nel senso che ti è indicato dalla tua partenza, e senza la pretesa di vedere la fine! Questa è la speranza? Per me questo è il senso interpretativo della mia esistenza!
Il motivo per cui ho dato questo nome al progetto e questa parola la pongo sempre di fronte a me, ritengo sia giusto esprimerlo in questo contesto. In effetti questo è il contesto meno legato a tutto quanto sto facendo, ma forse proprio per questo posso dirlo, posso esprimerlo nel suo significato.
Faccio sempre una netta distinzione fra l'esistenza e la vita, le considero due dimensioni diverse, per quanto possono essere estremamente intersecate. Dico e sostengo che la vita non è altro che una interpretazione dell'esistenza, ed è proprio questa interpretazione che fa differenza fra esistenza ed esistenza. Tutte le interpretazioni sono legittime, così come tutte le esistenze sono reali. Ma la mia esistenza come viene vissuta e, quindi, quale interpretazione vengo a dare alla mia esistenza? Quando, in altre parole, trovo senso alla mia esistenza? Trovo senso quando nei fatti lavoro e impiego le mie energie nella realizzazione di un progetto. La parola "speranza" diventa quindi quella che più radicalmente e più esattamente esprime la mia modalità di interpretare la mia esistenza. La speranza non è una attesa di un accadimento, ma è il quotidiano lavoro di costruzione di un progetto, il costante tener presente l'obiettivo, il non perdere di vista - mai - cosa ci ha mosso! Questa la speranza! Costruire, sempre e comunque - parlando sia che ti ascoltino sia che non ti ascoltino - nel senso che ti è indicato dalla tua partenza, e senza la pretesa di vedere la fine! Questa è la speranza? Per me questo è il senso interpretativo della mia esistenza!
domenica 27 giugno 2010
Me stessa nel diario
Mi sei davvero amico, caro Diario, e spesso mi parli eloquentemente anche attravreso Darianna. Voglio effondere in te quello che sono, per evitare di vedermi imbruttita ed incattivita dagli altri. Per ora passo momenti trememdi nel notare con amarezza quanti cosiddetti amici si siano rivelati... (forse esagero) nemici; il loro motivo? .
Ti ho già detto, caro diario, che il mio dolore è mortale. E tale resta. Perché una persona a me carissima è considerata e trattata da matta, e io debbo accettare tale valutazione, o almeno tapparmi la bocca. Fino a quando non impareremo a credere nella guaribilità delle persone? e ci ripromettiamo premure e toppe a modo nostro, per "guarirle", senza tenere in conto quello che il soggetto vuole e sa fare? Invece nessuno gli crede e lo aiuta come vorrebbe lui. Mi mordo i freni: come capire che credere nella non-guarbilità da parte di chi lo circonda è come ucciderlo?
Non sarò mai creduta, ma io ci credo, lo voglio............ Non mi rassegnerò mai.
Mmeno male che tu, mio amico diario, mi fai parlare, perché gli altri mi mettono a tacrere e CON SARCASMO... Vita amara!
Ti ho già detto, caro diario, che il mio dolore è mortale. E tale resta. Perché una persona a me carissima è considerata e trattata da matta, e io debbo accettare tale valutazione, o almeno tapparmi la bocca. Fino a quando non impareremo a credere nella guaribilità delle persone? e ci ripromettiamo premure e toppe a modo nostro, per "guarirle", senza tenere in conto quello che il soggetto vuole e sa fare? Invece nessuno gli crede e lo aiuta come vorrebbe lui. Mi mordo i freni: come capire che credere nella non-guarbilità da parte di chi lo circonda è come ucciderlo?
Non sarò mai creduta, ma io ci credo, lo voglio............ Non mi rassegnerò mai.
Mmeno male che tu, mio amico diario, mi fai parlare, perché gli altri mi mettono a tacrere e CON SARCASMO... Vita amara!
lunedì 21 giugno 2010
La sofferenza di d-o?
Cara Ausilia
Ieri avevo pensato di scrivere qualcosa di più vicino al discorso teologico, in relazione all'ampia parte del tuo messaggio, e questo mi capita ogni volta in cui mi trovo di fronte ad un "qualcosa" che mi "provoca" in relazione alla mia fede. Non voglio e non posso discutere, interloquire su quello che è la fede di una persona, per quanto mi sia vicina e per quanto io abbia nei suoi confronti un profondo affetto e stima. La fede è sempre un qualcosa di assolutamente soggettivo, ed in quanto tale può essere espressa, testimoniata e comunicata, ma non trasmessa, non discussa, non posta sullo stesso piano di una teorizzazione o di un pensiero.
La sofferenza di d-o non la conosco, nella stessa identica maniera come non posso pensare di conoscere la tua sofferenza. Posso conoscere la mia di sofferenza, ma il fatto che tu parli di dignità negata non mi autorizza a pensare che io possa conoscere la tua.
Nella mia esperienza posso dire di aver imparato a scindere la sofferenza dalla rabbia che mi genera ogni volta che mi trovo di fronte ad una ingiustizia, ad un soppruso, ad un inganno.
Forse la mia necessità di decodificare, di chiarificare a me stessa quello che provo, mi porta a scindere il mio senso di giustizia (che mi apre all'abisso della mia impotenza) e la sofferenza che si genera in me quando sono spettatrice di una esistenza che si annulla. Forse il mio è un sofismo, o più provabilmente un modo per difendermi. Non so dire! Ciò che più o meno conosco è la mia sofferenza, posso solo per simpatia partecipare alla sofferenza altrui, ma nella sofferenza la dimensione che - forse - è costante per ogni persona, è la solitudine.
L'utopia (consentimi questo termine) del messaggio cristiano è che tale solitudine si possa in un qualche modo rompere, appunto nell'essere vicino a chi è nella solitudine, senza invaderla, senza abusarla.
Non so quale sia la sofferenza di d-o! Spero e, nel contempo, credo che il mio d-o sia veramente capace di essermi vicino, di darmi - appunto - quella unica vera con-solazione che riesce a darmi un po' di pace. Si, pace, ma dove io preferisco sempre dire "giustizia".
Non vogio invadere la tua sofferenza, se ho fatto questo ti chiedo scusa, ma nella mia impotenza ed incapacità, voglio solo esserti vicina.
Un abbraccio
Darianna
Ieri avevo pensato di scrivere qualcosa di più vicino al discorso teologico, in relazione all'ampia parte del tuo messaggio, e questo mi capita ogni volta in cui mi trovo di fronte ad un "qualcosa" che mi "provoca" in relazione alla mia fede. Non voglio e non posso discutere, interloquire su quello che è la fede di una persona, per quanto mi sia vicina e per quanto io abbia nei suoi confronti un profondo affetto e stima. La fede è sempre un qualcosa di assolutamente soggettivo, ed in quanto tale può essere espressa, testimoniata e comunicata, ma non trasmessa, non discussa, non posta sullo stesso piano di una teorizzazione o di un pensiero.
La sofferenza di d-o non la conosco, nella stessa identica maniera come non posso pensare di conoscere la tua sofferenza. Posso conoscere la mia di sofferenza, ma il fatto che tu parli di dignità negata non mi autorizza a pensare che io possa conoscere la tua.
Nella mia esperienza posso dire di aver imparato a scindere la sofferenza dalla rabbia che mi genera ogni volta che mi trovo di fronte ad una ingiustizia, ad un soppruso, ad un inganno.
Forse la mia necessità di decodificare, di chiarificare a me stessa quello che provo, mi porta a scindere il mio senso di giustizia (che mi apre all'abisso della mia impotenza) e la sofferenza che si genera in me quando sono spettatrice di una esistenza che si annulla. Forse il mio è un sofismo, o più provabilmente un modo per difendermi. Non so dire! Ciò che più o meno conosco è la mia sofferenza, posso solo per simpatia partecipare alla sofferenza altrui, ma nella sofferenza la dimensione che - forse - è costante per ogni persona, è la solitudine.
L'utopia (consentimi questo termine) del messaggio cristiano è che tale solitudine si possa in un qualche modo rompere, appunto nell'essere vicino a chi è nella solitudine, senza invaderla, senza abusarla.
Non so quale sia la sofferenza di d-o! Spero e, nel contempo, credo che il mio d-o sia veramente capace di essermi vicino, di darmi - appunto - quella unica vera con-solazione che riesce a darmi un po' di pace. Si, pace, ma dove io preferisco sempre dire "giustizia".
Non vogio invadere la tua sofferenza, se ho fatto questo ti chiedo scusa, ma nella mia impotenza ed incapacità, voglio solo esserti vicina.
Un abbraccio
Darianna
sabato 19 giugno 2010
Ferite
... e insulti. Grazie, non c'è di che.
E dovrei mettere punto con il "non ti curar di lor, ma passa e guarda".
Ma se il cuore langue di dolore, non per le ferite ricevute nel proprio sé, bensì per le ferite che una persona riporta nella dimensione assoluta del suo essere persona, fino a diventare fantoccio creato dagli altri, ... e tu che te ne accorgi, che vorresti dargli una mano, lenire qualche piaga..... sei costretta ad assistere impotente?
Soffro, questo è l'unica cosa davvero mia: SOFFRIRE. Le ingiurie che mi rivolgete, gente per bene, non mi toccano, anzi mi fanno ... quasi ... sorridere, tanta è la vostra scempiaggine. La sofferenza è invece sostanza del mio essere-in-situazione-d'impotenza.
Come deve essere terribile la sofferenza di Dio se assomiglia alla nostra del tipo descritto! Terribile. E intanto Lui non la ripudia, come io non mi nego la mia, rassegnandomi alla mia impotenza.
Capisco questo volersi assomigliare nel diritto a soffrire per l'altro vilipeso nella sua dignità di persona libera. Non capisco come mai Lui resista a soffrire, pur potendo vincere l'impotenza e sollevare l'altro. Ci deve essere un qualcosa di più valido della stessa sofferenza per il vilipendio dell'altro.
Ad occhi chiusi mi fido nel credere che la prova dell'impotenza abbia un valore ancora più eccelso del diritto sacrosanto di ciascuno ad essere rispettato nella sua dignità di persona libera. Avevano ragione i sapienti di tempi lontani nel dire che solo il dolore genera cose incredibilmente superiori ad ogni bene. E, mentre riconosco che le cose stanno così - historia docet - il cuore che sanguina in maniera immateriale ma irresistibilmente feroce, si mescola a quello infinito di Cristo.
E dovrei mettere punto con il "non ti curar di lor, ma passa e guarda".
Ma se il cuore langue di dolore, non per le ferite ricevute nel proprio sé, bensì per le ferite che una persona riporta nella dimensione assoluta del suo essere persona, fino a diventare fantoccio creato dagli altri, ... e tu che te ne accorgi, che vorresti dargli una mano, lenire qualche piaga..... sei costretta ad assistere impotente?
Soffro, questo è l'unica cosa davvero mia: SOFFRIRE. Le ingiurie che mi rivolgete, gente per bene, non mi toccano, anzi mi fanno ... quasi ... sorridere, tanta è la vostra scempiaggine. La sofferenza è invece sostanza del mio essere-in-situazione-d'impotenza.
Come deve essere terribile la sofferenza di Dio se assomiglia alla nostra del tipo descritto! Terribile. E intanto Lui non la ripudia, come io non mi nego la mia, rassegnandomi alla mia impotenza.
Capisco questo volersi assomigliare nel diritto a soffrire per l'altro vilipeso nella sua dignità di persona libera. Non capisco come mai Lui resista a soffrire, pur potendo vincere l'impotenza e sollevare l'altro. Ci deve essere un qualcosa di più valido della stessa sofferenza per il vilipendio dell'altro.
Ad occhi chiusi mi fido nel credere che la prova dell'impotenza abbia un valore ancora più eccelso del diritto sacrosanto di ciascuno ad essere rispettato nella sua dignità di persona libera. Avevano ragione i sapienti di tempi lontani nel dire che solo il dolore genera cose incredibilmente superiori ad ogni bene. E, mentre riconosco che le cose stanno così - historia docet - il cuore che sanguina in maniera immateriale ma irresistibilmente feroce, si mescola a quello infinito di Cristo.
domenica 13 giugno 2010
Ferite e riconciliazione?
A quest'ora cosa posso trovarmi a pensare?
La riflessione di Laura Denu, che si trova a questo indirizzo:
http://lauradenu-lauradenu.blogspot.com/2010/06/le-ferite-e-la-riconciliazione.html
mi ha posto di fronte ad una questione che, tutto sommato, avevo pensato di aver già sufficientemente affrontato. Il problema della riconciliazione lo avevo già valutato dal punto di vista teologico e dal punto di vista personale, avevo già tentato alcune correlazioni, ma il testo di Laura mi ha richiamata con forza a ripensare e, quindi, a rivedere. Questo è il bello del dialogo che a molti sfugge, il bello del poter rimettere in discussione con noi stesse le questioni che riteniamo già assodate.
Riconciliarsi con chi? Con cosa? Ecco cosa pone in una prospettiva nuova Laura, ovvero il riconciliarsi nasce e si produce dal fatto che si hanno ferite, ferite che pretendono di essere rimarginate, che pretendono di non essere più invasive nella nostra esistenza.
Possiamo aver accertato ed, in un qualche modo, anche accantonato queste nostre ferite, nascondendole o non considerandole più perché si è affrontato in modo chiaro ed onesto il "chi" le ha prodotte! Forse abbiamo anche ottenuto di non dover dare più tanto peso a quanto ha prodotto quelle ferite, ma nei fatti non abbiamo curato, non abbiamo rimarginato, non abbiamo sanato le nostre ferite, le quali ad ogni occasione risputano fuori. Sono quei fantasmi che ci inseguono e che si palesano di fronte a noi senza preavviso, senza una logica motivazione, che si riaprono improvvisamente riportando alla superficie gli stessi dolori, le stesse sensazioni.
Si è pensato di aver superato la questione, di aver risolto, di aver dato una motivazione sufficiente per poter passare oltre, ma così non è! Nei fatti, per quanto ci si possiamo esseci date motivazioni, spiegazioni e quant'altro, la ferita è rimasta aperta, e questo significa molto semplicemente che non c'è stata riconciliazione. Si, perché ciò che è fondamentale, è comprendere che la riconciliazione non è con "altri", ma è con noi stess*!
Chi mi ha ferita, chi mi ha oltraggiata, chi ha devastato la mia esistenza, chi mi ha sempre impedito di essere, per quanto sia stata la persona o le persone che mi hanno provocato la ferita, non sono la ferita. Ma ciò che a me fa male, fa male oggi, è la ferita che è rimasta aperta, che è producente dolore, ed è quella che pretende di essere curata, guarita, rimarginata.
E penso a me, penso a quante ferite ho rimarginato, quanta riconciliazione ho operato su me stessa. Penso che il mio dolore, la mia paura, la mia profonda sensazione di fallimento, il mio sentirmi un "re mida al contrario", sia proprio indice che nella realtà ho ancora ferite profonde che non ho curato, che ho voluto, tentato di dimenticare.
Una giornalista con inistenza mi chiedeva se io avevo perdonato chi mi aveva devastato l'esistenza. Cosa avevo da perdonargli? La mia esistenza era stata messa nelle mani di penne senza scrupoli, di personaggi indecenti che per soddisfare i loro pruriti o quelli dei loro presunti lettori né avevano fatto scempio. Chi mi aveva ferita, chi mi aveva oltraggiata non era certo quell'individuo che, malato, aveva fatto le sue nefandezze! No! La ferita mi era stata inferta da altri soggetti, mi era stata inferta dalle istituzioni dello Stato, quelle istituzioni che io avevo onorato e servito nella mia dimensione di cittadina libera e tesa ad essere consapevole. Alcune istituzioni dello Stato, le strutture di una realtà ecclesiastica, la becera attività di chi scrive su giornali e fa televisione senza il minimo di professionalità e di deontologia professionale, questi mi avevano ferito ed oltraggiato!
Loro sono la causa del mio dolore, della mia paura, della mia profonda sensazione di fallimento, del il mio sentirmi un "re mida al contrario"! Ma loro sono solo la causa, non la ferita! Ed io devo guardare bene in faccia la mia ferita e smetterla di essere distratta da chi me l'ha inferta. Loro tutti, comunque sia, servi di qualcuno e qualcosa!
La mia ferita che c'è, ed è quella con la quale io devo fare i conti veramente! Ma io con questa ferita mi devo "riconciliare", non devo cadere nella trappola della "giustificazione", poiché non sono giustificabile né io né loro!
Si, io non sono giustificabile, poiché ho creduto - e credo - che un mondo migliore sia possibile, e ho creduto - e credo - che ci sia il diritto per ogni persona di avere una possibilità reale. Dovrei forse giustificare questo che credo? No! Non ci penso proprio a dover trovare giustificazioni a ciò che credo, per quanto queste mi abbiano esposta e continuino ad espormi. Ed ogni volta che mi espongo e mi rendo bersaglio, nella mia più piena consapevolezza di quanto sto facendo, diventerebbe assolutamente ridicolo che io trovassi pure l'onta, verso le ferite che mi procuro, di dare delle giustificazioni. Ed è proprio per questo che io credo che, contemporaneamente, non posso trovare alcuna giustificazione a quelle persone, a nessuna di quelle persone che hanno rappresentato le istituzioni dello Stato, che hanno rappresentato i media, che hanno rappresentato la dimensione ecclesiale!
Questa mia ferita è troppo seria per me, perché io la insulti con giustificazioni! Ma ogni mia ferita è seria, e nessuna di queste io le ho insultate con giustificazioni, per questo si sono rimarginate, per questo sono divenute fregi di cui onorarmi.
Ma la ferita che ho ancora aperta mi da dolore, e per quanto io sapppia e conosca profondamente quale grandezza essa produca, quale senso profondo essa ponga di fronte alla storia, mi da ancora dolore, perché la mia ferita ha dei nomi precisi, ed è per questo che sempre riappare e non guarisce. La mia ferita si chiama abbandono, si chiama slealtà, si chiama pregiudizio, si chama meschinità, si chiama opportunismo.
Potrei dire che questa è la "legione" che mi tormenta, quel tormento che ancora attende che qualcuno mi liberi!
La riflessione di Laura Denu, che si trova a questo indirizzo:
http://lauradenu-lauradenu.blogspot.com/2010/06/le-ferite-e-la-riconciliazione.html
mi ha posto di fronte ad una questione che, tutto sommato, avevo pensato di aver già sufficientemente affrontato. Il problema della riconciliazione lo avevo già valutato dal punto di vista teologico e dal punto di vista personale, avevo già tentato alcune correlazioni, ma il testo di Laura mi ha richiamata con forza a ripensare e, quindi, a rivedere. Questo è il bello del dialogo che a molti sfugge, il bello del poter rimettere in discussione con noi stesse le questioni che riteniamo già assodate.
Riconciliarsi con chi? Con cosa? Ecco cosa pone in una prospettiva nuova Laura, ovvero il riconciliarsi nasce e si produce dal fatto che si hanno ferite, ferite che pretendono di essere rimarginate, che pretendono di non essere più invasive nella nostra esistenza.
Possiamo aver accertato ed, in un qualche modo, anche accantonato queste nostre ferite, nascondendole o non considerandole più perché si è affrontato in modo chiaro ed onesto il "chi" le ha prodotte! Forse abbiamo anche ottenuto di non dover dare più tanto peso a quanto ha prodotto quelle ferite, ma nei fatti non abbiamo curato, non abbiamo rimarginato, non abbiamo sanato le nostre ferite, le quali ad ogni occasione risputano fuori. Sono quei fantasmi che ci inseguono e che si palesano di fronte a noi senza preavviso, senza una logica motivazione, che si riaprono improvvisamente riportando alla superficie gli stessi dolori, le stesse sensazioni.
Si è pensato di aver superato la questione, di aver risolto, di aver dato una motivazione sufficiente per poter passare oltre, ma così non è! Nei fatti, per quanto ci si possiamo esseci date motivazioni, spiegazioni e quant'altro, la ferita è rimasta aperta, e questo significa molto semplicemente che non c'è stata riconciliazione. Si, perché ciò che è fondamentale, è comprendere che la riconciliazione non è con "altri", ma è con noi stess*!
Chi mi ha ferita, chi mi ha oltraggiata, chi ha devastato la mia esistenza, chi mi ha sempre impedito di essere, per quanto sia stata la persona o le persone che mi hanno provocato la ferita, non sono la ferita. Ma ciò che a me fa male, fa male oggi, è la ferita che è rimasta aperta, che è producente dolore, ed è quella che pretende di essere curata, guarita, rimarginata.
E penso a me, penso a quante ferite ho rimarginato, quanta riconciliazione ho operato su me stessa. Penso che il mio dolore, la mia paura, la mia profonda sensazione di fallimento, il mio sentirmi un "re mida al contrario", sia proprio indice che nella realtà ho ancora ferite profonde che non ho curato, che ho voluto, tentato di dimenticare.
Una giornalista con inistenza mi chiedeva se io avevo perdonato chi mi aveva devastato l'esistenza. Cosa avevo da perdonargli? La mia esistenza era stata messa nelle mani di penne senza scrupoli, di personaggi indecenti che per soddisfare i loro pruriti o quelli dei loro presunti lettori né avevano fatto scempio. Chi mi aveva ferita, chi mi aveva oltraggiata non era certo quell'individuo che, malato, aveva fatto le sue nefandezze! No! La ferita mi era stata inferta da altri soggetti, mi era stata inferta dalle istituzioni dello Stato, quelle istituzioni che io avevo onorato e servito nella mia dimensione di cittadina libera e tesa ad essere consapevole. Alcune istituzioni dello Stato, le strutture di una realtà ecclesiastica, la becera attività di chi scrive su giornali e fa televisione senza il minimo di professionalità e di deontologia professionale, questi mi avevano ferito ed oltraggiato!
Loro sono la causa del mio dolore, della mia paura, della mia profonda sensazione di fallimento, del il mio sentirmi un "re mida al contrario"! Ma loro sono solo la causa, non la ferita! Ed io devo guardare bene in faccia la mia ferita e smetterla di essere distratta da chi me l'ha inferta. Loro tutti, comunque sia, servi di qualcuno e qualcosa!
La mia ferita che c'è, ed è quella con la quale io devo fare i conti veramente! Ma io con questa ferita mi devo "riconciliare", non devo cadere nella trappola della "giustificazione", poiché non sono giustificabile né io né loro!
Si, io non sono giustificabile, poiché ho creduto - e credo - che un mondo migliore sia possibile, e ho creduto - e credo - che ci sia il diritto per ogni persona di avere una possibilità reale. Dovrei forse giustificare questo che credo? No! Non ci penso proprio a dover trovare giustificazioni a ciò che credo, per quanto queste mi abbiano esposta e continuino ad espormi. Ed ogni volta che mi espongo e mi rendo bersaglio, nella mia più piena consapevolezza di quanto sto facendo, diventerebbe assolutamente ridicolo che io trovassi pure l'onta, verso le ferite che mi procuro, di dare delle giustificazioni. Ed è proprio per questo che io credo che, contemporaneamente, non posso trovare alcuna giustificazione a quelle persone, a nessuna di quelle persone che hanno rappresentato le istituzioni dello Stato, che hanno rappresentato i media, che hanno rappresentato la dimensione ecclesiale!
Questa mia ferita è troppo seria per me, perché io la insulti con giustificazioni! Ma ogni mia ferita è seria, e nessuna di queste io le ho insultate con giustificazioni, per questo si sono rimarginate, per questo sono divenute fregi di cui onorarmi.
Ma la ferita che ho ancora aperta mi da dolore, e per quanto io sapppia e conosca profondamente quale grandezza essa produca, quale senso profondo essa ponga di fronte alla storia, mi da ancora dolore, perché la mia ferita ha dei nomi precisi, ed è per questo che sempre riappare e non guarisce. La mia ferita si chiama abbandono, si chiama slealtà, si chiama pregiudizio, si chama meschinità, si chiama opportunismo.
Potrei dire che questa è la "legione" che mi tormenta, quel tormento che ancora attende che qualcuno mi liberi!
martedì 8 giugno 2010
...mie far le tue sofferenze
Col Nulla un giorno inutil m’apparve il confronto
Qual ebbrezza bearmi d’immenso
senza meta nuotarvi sperduta. Eppur non potevo
baciarti perché da me Altro restavi
Altro giorno accostata a Tue piaghe
dal dolore del mondo ti vidi ferito
Ormai t’abbracciavo e baciavo da amante
null’altro volendo che mie far le tue
sofferenze
Qual ebbrezza bearmi d’immenso
senza meta nuotarvi sperduta. Eppur non potevo
baciarti perché da me Altro restavi
Altro giorno accostata a Tue piaghe
dal dolore del mondo ti vidi ferito
Ormai t’abbracciavo e baciavo da amante
null’altro volendo che mie far le tue
sofferenze
lunedì 7 giugno 2010
Ostinazione o perseveranza?
Ho un progetto! Forse tutte le persone hanno un progetto e per questo e su questo spendono la loro esistenza. Se è così, io sono una delle tante che, appunto, ha un progetto che persegue da decenni, nel quale ha investito tutta la sua esistenza, sotto ogni aspetto.
Se io faccio un'analisi obiettiva della mia esistenza in relazione a questo progetto, quindi a ciò che ha sempre dato senso, significato, spinta, pensiero, posso solo constatare come questa sia stata un effettivo susseguirsi di insuccessi.
Sono stata sconfitta sul piano ecclesiale, sconfitta sul piano culturale, sconfitta sul piano sociale ed, infine, sconfitta sul piano politico.
Questa volta mi trovo di fronte alla possibile sconfitta sul piano economico. Mi chiedo se questa mia sia ostinazione o perseveranza.
Ovviamente ogni valutazione deve essere fatta a partire da qual è l'oggetto del progetto.
Nella mia "follia" ho sempre ritenuto che per quanto sia impossibile vivere in una società giusta, è quanto meno possibile operare e lavorare perché la società sia meno ingiusta, quanto meno si possa costruire degli spazi di giustizia e di equità.
Nel pieno della mia adolescenza, in un qualche modo, attraverso la predicazione di mio padre, compresi un elemento che è divenuto normativo nella mia esistenza. D-o ha una diversa e profonda attenzione nei riguardi di chi è nella totale marginalità. Nel corso dei miei studi venni folgorata dal cap. 4 del profeta Osea, dove esprime la condanna verso profeti e sacerdoti perché negano la conoscenza al popolo ed il popolo muore per mancanza di conoscenza, tanto che tutto il loro culto e la loro "pietà" è come la nebbia che si dirada al primo sole. Altro fatto determinante fu la comprensione che tutta la "torah" ha come nodo fondamentale il fatto che d-o è garante del diritto degli ultimi.
Da qui parte l'idea che ogni possibile sviluppo ed ogni possile "emancipazione" si può verificare solo partendo dagli ultimi. La mia profonda convinzione è che solo nel momento in cui noi si attua la logica che gli ultimi hanno diritto di serdersi hai primi posti - se non universalmente, almeno in alcuni spazi sociali - potrà veramente esserci una reale emancipazione.
Così l'idea che soggiace al progetto è quella di strutturare un sistema che abbia come obiettivo e fuoco le persone "ultime".
Ciò che ho sperimentato è che le prime persone che vanno contro a questo progetto e che lo contrastano sono proprio le persone socialmente "ultime".
Ora mi chiedo, di fronte alla possibilità dell'ennesima ed ultima sconfitta, se la mia è stata ostinazione o perseveranza, ben consapevole che io ritengo di aver perseverato nel perseguire questo progetto.
Molti sono i pensieri che mi seguono, che sostanziano la mia intera esistenza in relazione al progetto. Forte è il senso di chi ha compreso la necessità di essere "vuote" per poterci lavorare, per poter effettivamente portare avanti una cosa del genere. Non si può avere propri profumi se si parte dagli ultimi, non si può avere proprie verità. La condizione necessaria è l'essere svuotate completamente di sé, per esserci nella consapevolezza piena di sé.
Non che questo essere svutate dia una qualche garanzia di risultato positivo per il progetto stesso, ma piuttosto perchè questo essere svuotate implica e porta a comprendere che non diventa più normativa o fondamentale che un risultato ci sia. Il senso non sta più nell'ottenere o raggiungere qualcosa, ma semplicemente nell'esserci in quel qualcosa che ha il suo senso semplicemente in sé, nel suo esprimersi nella storia, nel suo determinare la quotidianità di qualcuno, nel divenire speranza nella disperazione.
Essere vuota implica non legare più se stesse a qualcosa, non essere più nella logica del poter dare e nel poter ricevere. Niente posso dare, niente posso ricevere. Come ho detto la mia "anfora" è rotta, ed in quanto tale non può più dare né ricevere.
Se io faccio un'analisi obiettiva della mia esistenza in relazione a questo progetto, quindi a ciò che ha sempre dato senso, significato, spinta, pensiero, posso solo constatare come questa sia stata un effettivo susseguirsi di insuccessi.
Sono stata sconfitta sul piano ecclesiale, sconfitta sul piano culturale, sconfitta sul piano sociale ed, infine, sconfitta sul piano politico.
Questa volta mi trovo di fronte alla possibile sconfitta sul piano economico. Mi chiedo se questa mia sia ostinazione o perseveranza.
Ovviamente ogni valutazione deve essere fatta a partire da qual è l'oggetto del progetto.
Nella mia "follia" ho sempre ritenuto che per quanto sia impossibile vivere in una società giusta, è quanto meno possibile operare e lavorare perché la società sia meno ingiusta, quanto meno si possa costruire degli spazi di giustizia e di equità.
Nel pieno della mia adolescenza, in un qualche modo, attraverso la predicazione di mio padre, compresi un elemento che è divenuto normativo nella mia esistenza. D-o ha una diversa e profonda attenzione nei riguardi di chi è nella totale marginalità. Nel corso dei miei studi venni folgorata dal cap. 4 del profeta Osea, dove esprime la condanna verso profeti e sacerdoti perché negano la conoscenza al popolo ed il popolo muore per mancanza di conoscenza, tanto che tutto il loro culto e la loro "pietà" è come la nebbia che si dirada al primo sole. Altro fatto determinante fu la comprensione che tutta la "torah" ha come nodo fondamentale il fatto che d-o è garante del diritto degli ultimi.
Da qui parte l'idea che ogni possibile sviluppo ed ogni possile "emancipazione" si può verificare solo partendo dagli ultimi. La mia profonda convinzione è che solo nel momento in cui noi si attua la logica che gli ultimi hanno diritto di serdersi hai primi posti - se non universalmente, almeno in alcuni spazi sociali - potrà veramente esserci una reale emancipazione.
Così l'idea che soggiace al progetto è quella di strutturare un sistema che abbia come obiettivo e fuoco le persone "ultime".
Ciò che ho sperimentato è che le prime persone che vanno contro a questo progetto e che lo contrastano sono proprio le persone socialmente "ultime".
Ora mi chiedo, di fronte alla possibilità dell'ennesima ed ultima sconfitta, se la mia è stata ostinazione o perseveranza, ben consapevole che io ritengo di aver perseverato nel perseguire questo progetto.
Molti sono i pensieri che mi seguono, che sostanziano la mia intera esistenza in relazione al progetto. Forte è il senso di chi ha compreso la necessità di essere "vuote" per poterci lavorare, per poter effettivamente portare avanti una cosa del genere. Non si può avere propri profumi se si parte dagli ultimi, non si può avere proprie verità. La condizione necessaria è l'essere svuotate completamente di sé, per esserci nella consapevolezza piena di sé.
Non che questo essere svutate dia una qualche garanzia di risultato positivo per il progetto stesso, ma piuttosto perchè questo essere svuotate implica e porta a comprendere che non diventa più normativa o fondamentale che un risultato ci sia. Il senso non sta più nell'ottenere o raggiungere qualcosa, ma semplicemente nell'esserci in quel qualcosa che ha il suo senso semplicemente in sé, nel suo esprimersi nella storia, nel suo determinare la quotidianità di qualcuno, nel divenire speranza nella disperazione.
Essere vuota implica non legare più se stesse a qualcosa, non essere più nella logica del poter dare e nel poter ricevere. Niente posso dare, niente posso ricevere. Come ho detto la mia "anfora" è rotta, ed in quanto tale non può più dare né ricevere.
sabato 5 giugno 2010
Il desiderio e la solitudine
Sogni di comunicazione o insufficienza di me?
Rifiuto l'amarezza che segue a quei sogni e inorridisco di fronte alla soddisfazione di un misero conforto.
E allora butto via sogni e contentini.
*
Ma non mi rassegno al cheto vivere.
Voglio restare non paga, ansiosa, incapace di reggere l'esuberanza che mi pervade.
Col mio desiderio insoddisfatto, continuo a desiderare. E desiderare è più che sognare o appagarmi.
*
Oh sovrabbondanza del mio desiderio!
Rifiuto l'amarezza che segue a quei sogni e inorridisco di fronte alla soddisfazione di un misero conforto.
E allora butto via sogni e contentini.
*
Ma non mi rassegno al cheto vivere.
Voglio restare non paga, ansiosa, incapace di reggere l'esuberanza che mi pervade.
Col mio desiderio insoddisfatto, continuo a desiderare. E desiderare è più che sognare o appagarmi.
*
Oh sovrabbondanza del mio desiderio!
martedì 1 giugno 2010
Attimi
Attimi. Non sempre li vivo come miei, da alcuni, anzi, "sono vissuta", meglio, inghiottita. Vorrei poter descriverne alcuni, ma questa volta mi limito ad uno soltanto.
Ad un tratto, dopo incubi su incubi in cui non vedevo via di uscita, un immediato senso di serenità. Niente di sensazionale, niente di illuminativo; solo che si snodavano vari intrecci e appariva un unico filo, fatto di occasioni, tutte risolte (anche quelle in pendenza).
Non ho avuto alcuna voglia di chiedermi che cosa desse unitarietà a tutti gli attimi della mia vita, per non mettere in gioco la mia razionalità, le mie deduzioni, i miei sentimenti. Volevo solo accettare quell'attimo, che racchiudeva il segreto della serenità, lontana da sensi di sconfitta e vittoria, dolore e gioia, aspatia e desiderio, slancio e depressione.
Ad un tratto, dopo incubi su incubi in cui non vedevo via di uscita, un immediato senso di serenità. Niente di sensazionale, niente di illuminativo; solo che si snodavano vari intrecci e appariva un unico filo, fatto di occasioni, tutte risolte (anche quelle in pendenza).
Non ho avuto alcuna voglia di chiedermi che cosa desse unitarietà a tutti gli attimi della mia vita, per non mettere in gioco la mia razionalità, le mie deduzioni, i miei sentimenti. Volevo solo accettare quell'attimo, che racchiudeva il segreto della serenità, lontana da sensi di sconfitta e vittoria, dolore e gioia, aspatia e desiderio, slancio e depressione.
domenica 30 maggio 2010
Eppure ...
Ed allora, cara Ausilia, faccio mio il tuo "eppure", proprio perché, nonostante tutto e nonostante ogni tipo di valutazione o di giudizio che può essere espresso, per quanto per strade diverse e con sensi diversi, abbiamo scoperto la "ricchezza" del vuoto nel quale siamo, compreso anche quello stato costante di distacco-partecipato alla quotidianità che ci circonda. Mi viene in mente Pirandello con "uno, nessuno e centomila", o con il suo "Enrico IV".
Eppure ... non siamo né l'uno né l'altro, tanto meno un soggetto in cerca d'autore!
Amo descrivere la mia realtà come quella di chi si trova nella terra di nessuno, in quella terra dove si osservano i confini altrui, e non mi nascondo che questi rappresentano i miei confini, segnano il perimetro della terra nella quale sono e che è solo teoricamente non recintata, solo teoricamente terra di nessuno. Quei confini, per quanto non mi appartengano, ci sono! Non mi appartengono più, ho fatto il salto di uscire da tutto questo, camminare dove ancora non è stato tracciato un sentiero, dove ancora non c'è una chiara figura che consente una esposizione, che ancora ricerca il modo di comunicare. Ma i confini delle parole, i confini dei conceti, i confini dei "saputi" e dei "conosciuti" ci sono e fanno comunque parte della mia realtà di persona.
Sono me stessa, si! Nella ingarbugliata matassa di tutto quello che mi rappresenta, privata di una possibile ed unica verità, anche di me stessa, provo a dire come lo smarrimento sia il vero luogo della propria dimensione, senza la necessità di coerenza o di conseguenzialità.
Eccomi qui, per ciò che sono. Con la voglia di essere amata per ciò che sono, avere qualcuno con cui continuare il cammino della scoperta di sé, ma anche tutto sommato serena.
Ho accettato che nulla dipende da me, se non l'intenzione! Ho accettato che a me spetta solo il cercare, nel limite delle mie capacità, di governare ciò che mi viene posto di fronte, e spesso mi chiedo se abbia un senso questo governare, o se pure questo è un tentare di dare corpo.
Ti abbraccio, virtualmente!
Darianna
Eppure ... non siamo né l'uno né l'altro, tanto meno un soggetto in cerca d'autore!
Amo descrivere la mia realtà come quella di chi si trova nella terra di nessuno, in quella terra dove si osservano i confini altrui, e non mi nascondo che questi rappresentano i miei confini, segnano il perimetro della terra nella quale sono e che è solo teoricamente non recintata, solo teoricamente terra di nessuno. Quei confini, per quanto non mi appartengano, ci sono! Non mi appartengono più, ho fatto il salto di uscire da tutto questo, camminare dove ancora non è stato tracciato un sentiero, dove ancora non c'è una chiara figura che consente una esposizione, che ancora ricerca il modo di comunicare. Ma i confini delle parole, i confini dei conceti, i confini dei "saputi" e dei "conosciuti" ci sono e fanno comunque parte della mia realtà di persona.
Sono me stessa, si! Nella ingarbugliata matassa di tutto quello che mi rappresenta, privata di una possibile ed unica verità, anche di me stessa, provo a dire come lo smarrimento sia il vero luogo della propria dimensione, senza la necessità di coerenza o di conseguenzialità.
Eccomi qui, per ciò che sono. Con la voglia di essere amata per ciò che sono, avere qualcuno con cui continuare il cammino della scoperta di sé, ma anche tutto sommato serena.
Ho accettato che nulla dipende da me, se non l'intenzione! Ho accettato che a me spetta solo il cercare, nel limite delle mie capacità, di governare ciò che mi viene posto di fronte, e spesso mi chiedo se abbia un senso questo governare, o se pure questo è un tentare di dare corpo.
Ti abbraccio, virtualmente!
Darianna
Il vuoto insidiato
Cara Darianna, mi ritrovo nella tua strana giornata in cui incontri "persone che vivono la loro esistenza nella quotidianità di una lotta costante per andare avanti, per vivere" e persone che vivono "la dimensione astratta ed impersonale di chi tratta la realtà, le esistenze, solo a partire da uno schema preconfezionato e astratto".
Certamente ci sono altre categorie di persone che incontriamo tutti, e non in "una strana giornata", ma ad ogni pié sospinto. Anch'io esternamente appartengo, mio malgrado, a qualcuna di quelle da te nominate, trovandomi impigliata in una qualche parte da recitare, ora per questo ora per quello.
Ma quale nostalgia di stringermi in abbraccio a qualcuno/a con cui essere me stessa, solo me stessa!
Ed ecco, puntuale, il mio "eppure".
EPPURE mi assale il dubbio che nemmeno mi posso stringere a me stessa, perché mi sfugge sempre qualcosa di me (e nel dirlo credo di essere più sincera di coloro che si ritengono signore del proprio io, libere di scegliere, con possibiltà sempre nuove per reinventarsi; e so che molti reputano tale proprio me....). Mi consola Pascal col paragone tra l'io pensante-amante e la canna sbattuta dal vento. Mi consola essere cosciente delle mie debolezze VERE. Almeno posso accostarmi con sussiego ma senza ambage al mistero del me-stessa, fatto di VUOTO.
Lascio questa parola 'vuoto' alle interpretazioni di chi si prendesse una simile stupida briga. Da parte mia non aggiungo una parola di FEDE: non perché non ce l'abbia (anzi è l'unica a definirmi), ma perchè essa non riempie quel vuoto; semmai lo dilata sempre più.........).
E vivrei felice e contenta nello spazio liberato da ogni invadenza, se non mi tormentasse la decadenza corporea, che lo insidia corrodendo i margini i quali lo delimitano e in un certo qual modo lo proteggono. Accipicchia!
Certamente ci sono altre categorie di persone che incontriamo tutti, e non in "una strana giornata", ma ad ogni pié sospinto. Anch'io esternamente appartengo, mio malgrado, a qualcuna di quelle da te nominate, trovandomi impigliata in una qualche parte da recitare, ora per questo ora per quello.
Ma quale nostalgia di stringermi in abbraccio a qualcuno/a con cui essere me stessa, solo me stessa!
Ed ecco, puntuale, il mio "eppure".
EPPURE mi assale il dubbio che nemmeno mi posso stringere a me stessa, perché mi sfugge sempre qualcosa di me (e nel dirlo credo di essere più sincera di coloro che si ritengono signore del proprio io, libere di scegliere, con possibiltà sempre nuove per reinventarsi; e so che molti reputano tale proprio me....). Mi consola Pascal col paragone tra l'io pensante-amante e la canna sbattuta dal vento. Mi consola essere cosciente delle mie debolezze VERE. Almeno posso accostarmi con sussiego ma senza ambage al mistero del me-stessa, fatto di VUOTO.
Lascio questa parola 'vuoto' alle interpretazioni di chi si prendesse una simile stupida briga. Da parte mia non aggiungo una parola di FEDE: non perché non ce l'abbia (anzi è l'unica a definirmi), ma perchè essa non riempie quel vuoto; semmai lo dilata sempre più.........).
E vivrei felice e contenta nello spazio liberato da ogni invadenza, se non mi tormentasse la decadenza corporea, che lo insidia corrodendo i margini i quali lo delimitano e in un certo qual modo lo proteggono. Accipicchia!
martedì 25 maggio 2010
Giornata strana
Oggi è stata una giornata strana sotto tutti gli aspetti. La sua preparazione è stata un crescendo di tensione in prospettiva ad un momento pubblico nel quale avrei dovuto parlare ad un pubblico sconosciuto ed attraverso un telefono. Non sono abituata a parlare in questo modo, ho necessità di avere di fronte persone quando parlo. Ma la situazione era questa, quando si parla ad una radio e lo si fa per telefono, ci si deve impostare, entrare in un modo di comunicazione che - sebbene non mi sia consono - dovevo adottare per poter portare avanti il progetto al quale sto lavorando da troppo tempo.
Ho ascoltato questa radio per due giorni, per capire come si muove, come imposta le cose, qual è il suo "livello" di comunicazione! Il genere preferito è simile alla "rissa" verbale! Non è il mio genere, per quanto sia piuttosto veemente quando parlo ed espongo qualcosa. Dovevo farlo, l'ho fatto adottando linguaggio e modalità di questa radio, ricevendo una risposta inaspettata dagli ascoltatori (in meno di 40 minuti, sono arrivate 450 mail). Oggi pomeriggio in banca, convocati da responsabili di zona per ascoltare le loro metodiche e per dire cosa stiamo costruendo.
Tutto si fonda sull'idea che si deve ripartire dal basso, si deve riprendere il filo delle cose a partire dalle situazioni più piccole. Nel campo economico si sostiene la necessità di partire dalle micro imprese, nel campo culturale di ripartire dalle basi fondamentali della conoscenza della storia e del vissuto.
Due ambiti completamente diversi: il primo culturalmente inqualificabile, ma rappresentantivo delle persone che vivono in una situazione culturalmente marginale; dall'altra parte persone dalle quali ci si aspetta almeno una certa cultura, una impostazione quanto meno più analitica.
Nella prima situazione di assoluta assenza di possibilità argomentative e di una discussione serena, l'ascolto e la volontà di interazione c'è stata; dall'altra ... un muro di gomma!
Nella mattinata ho "incontrato" persone che vivono la loro esistenza nella quotidianità di una lotta costante per andare avanti, per vivere; una costante e disordinata rivendicazione al loro diritto di vivere dignitosamente; nel pomeriggio solo la dimensione astratta ed impersonale di chi tratta la realtà, le esistenze, solo a partire da uno schema preconfezionato e astratto.
Le sensazioni sono tante, difficile per me poterle descrivere pienamente, ma mi è venuto chiaro quale fosse veramente il ruolo dei giudici biblici.
E mi chiedo con quale diritto e sulla base di cosa io mi debba fare portavoce di chi non ha voce, senza - per altro - che costoro me lo abbiano chiesto.
Ho la presunzione di avere parole per chi non le ha! Ho la responsabilità di dirle! Non mi consola il fatto di doverle dire sia che ascoltino che non ascoltino; mi è duro seminare ovunque! Mi chiedo con quale diritto e con quale mandato!
Eppure ... eccoci a parlare a chi non ha orecchie, e sicuramente per chi non ha parole.
Un abbraccione
Ho ascoltato questa radio per due giorni, per capire come si muove, come imposta le cose, qual è il suo "livello" di comunicazione! Il genere preferito è simile alla "rissa" verbale! Non è il mio genere, per quanto sia piuttosto veemente quando parlo ed espongo qualcosa. Dovevo farlo, l'ho fatto adottando linguaggio e modalità di questa radio, ricevendo una risposta inaspettata dagli ascoltatori (in meno di 40 minuti, sono arrivate 450 mail). Oggi pomeriggio in banca, convocati da responsabili di zona per ascoltare le loro metodiche e per dire cosa stiamo costruendo.
Tutto si fonda sull'idea che si deve ripartire dal basso, si deve riprendere il filo delle cose a partire dalle situazioni più piccole. Nel campo economico si sostiene la necessità di partire dalle micro imprese, nel campo culturale di ripartire dalle basi fondamentali della conoscenza della storia e del vissuto.
Due ambiti completamente diversi: il primo culturalmente inqualificabile, ma rappresentantivo delle persone che vivono in una situazione culturalmente marginale; dall'altra parte persone dalle quali ci si aspetta almeno una certa cultura, una impostazione quanto meno più analitica.
Nella prima situazione di assoluta assenza di possibilità argomentative e di una discussione serena, l'ascolto e la volontà di interazione c'è stata; dall'altra ... un muro di gomma!
Nella mattinata ho "incontrato" persone che vivono la loro esistenza nella quotidianità di una lotta costante per andare avanti, per vivere; una costante e disordinata rivendicazione al loro diritto di vivere dignitosamente; nel pomeriggio solo la dimensione astratta ed impersonale di chi tratta la realtà, le esistenze, solo a partire da uno schema preconfezionato e astratto.
Le sensazioni sono tante, difficile per me poterle descrivere pienamente, ma mi è venuto chiaro quale fosse veramente il ruolo dei giudici biblici.
E mi chiedo con quale diritto e sulla base di cosa io mi debba fare portavoce di chi non ha voce, senza - per altro - che costoro me lo abbiano chiesto.
Ho la presunzione di avere parole per chi non le ha! Ho la responsabilità di dirle! Non mi consola il fatto di doverle dire sia che ascoltino che non ascoltino; mi è duro seminare ovunque! Mi chiedo con quale diritto e con quale mandato!
Eppure ... eccoci a parlare a chi non ha orecchie, e sicuramente per chi non ha parole.
Un abbraccione
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