Sogni di comunicazione o insufficienza di me?
Rifiuto l'amarezza che segue a quei sogni e inorridisco di fronte alla soddisfazione di un misero conforto.
E allora butto via sogni e contentini.
*
Ma non mi rassegno al cheto vivere.
Voglio restare non paga, ansiosa, incapace di reggere l'esuberanza che mi pervade.
Col mio desiderio insoddisfatto, continuo a desiderare. E desiderare è più che sognare o appagarmi.
*
Oh sovrabbondanza del mio desiderio!
sabato 5 giugno 2010
martedì 1 giugno 2010
Attimi
Attimi. Non sempre li vivo come miei, da alcuni, anzi, "sono vissuta", meglio, inghiottita. Vorrei poter descriverne alcuni, ma questa volta mi limito ad uno soltanto.
Ad un tratto, dopo incubi su incubi in cui non vedevo via di uscita, un immediato senso di serenità. Niente di sensazionale, niente di illuminativo; solo che si snodavano vari intrecci e appariva un unico filo, fatto di occasioni, tutte risolte (anche quelle in pendenza).
Non ho avuto alcuna voglia di chiedermi che cosa desse unitarietà a tutti gli attimi della mia vita, per non mettere in gioco la mia razionalità, le mie deduzioni, i miei sentimenti. Volevo solo accettare quell'attimo, che racchiudeva il segreto della serenità, lontana da sensi di sconfitta e vittoria, dolore e gioia, aspatia e desiderio, slancio e depressione.
Ad un tratto, dopo incubi su incubi in cui non vedevo via di uscita, un immediato senso di serenità. Niente di sensazionale, niente di illuminativo; solo che si snodavano vari intrecci e appariva un unico filo, fatto di occasioni, tutte risolte (anche quelle in pendenza).
Non ho avuto alcuna voglia di chiedermi che cosa desse unitarietà a tutti gli attimi della mia vita, per non mettere in gioco la mia razionalità, le mie deduzioni, i miei sentimenti. Volevo solo accettare quell'attimo, che racchiudeva il segreto della serenità, lontana da sensi di sconfitta e vittoria, dolore e gioia, aspatia e desiderio, slancio e depressione.
domenica 30 maggio 2010
Eppure ...
Ed allora, cara Ausilia, faccio mio il tuo "eppure", proprio perché, nonostante tutto e nonostante ogni tipo di valutazione o di giudizio che può essere espresso, per quanto per strade diverse e con sensi diversi, abbiamo scoperto la "ricchezza" del vuoto nel quale siamo, compreso anche quello stato costante di distacco-partecipato alla quotidianità che ci circonda. Mi viene in mente Pirandello con "uno, nessuno e centomila", o con il suo "Enrico IV".
Eppure ... non siamo né l'uno né l'altro, tanto meno un soggetto in cerca d'autore!
Amo descrivere la mia realtà come quella di chi si trova nella terra di nessuno, in quella terra dove si osservano i confini altrui, e non mi nascondo che questi rappresentano i miei confini, segnano il perimetro della terra nella quale sono e che è solo teoricamente non recintata, solo teoricamente terra di nessuno. Quei confini, per quanto non mi appartengano, ci sono! Non mi appartengono più, ho fatto il salto di uscire da tutto questo, camminare dove ancora non è stato tracciato un sentiero, dove ancora non c'è una chiara figura che consente una esposizione, che ancora ricerca il modo di comunicare. Ma i confini delle parole, i confini dei conceti, i confini dei "saputi" e dei "conosciuti" ci sono e fanno comunque parte della mia realtà di persona.
Sono me stessa, si! Nella ingarbugliata matassa di tutto quello che mi rappresenta, privata di una possibile ed unica verità, anche di me stessa, provo a dire come lo smarrimento sia il vero luogo della propria dimensione, senza la necessità di coerenza o di conseguenzialità.
Eccomi qui, per ciò che sono. Con la voglia di essere amata per ciò che sono, avere qualcuno con cui continuare il cammino della scoperta di sé, ma anche tutto sommato serena.
Ho accettato che nulla dipende da me, se non l'intenzione! Ho accettato che a me spetta solo il cercare, nel limite delle mie capacità, di governare ciò che mi viene posto di fronte, e spesso mi chiedo se abbia un senso questo governare, o se pure questo è un tentare di dare corpo.
Ti abbraccio, virtualmente!
Darianna
Eppure ... non siamo né l'uno né l'altro, tanto meno un soggetto in cerca d'autore!
Amo descrivere la mia realtà come quella di chi si trova nella terra di nessuno, in quella terra dove si osservano i confini altrui, e non mi nascondo che questi rappresentano i miei confini, segnano il perimetro della terra nella quale sono e che è solo teoricamente non recintata, solo teoricamente terra di nessuno. Quei confini, per quanto non mi appartengano, ci sono! Non mi appartengono più, ho fatto il salto di uscire da tutto questo, camminare dove ancora non è stato tracciato un sentiero, dove ancora non c'è una chiara figura che consente una esposizione, che ancora ricerca il modo di comunicare. Ma i confini delle parole, i confini dei conceti, i confini dei "saputi" e dei "conosciuti" ci sono e fanno comunque parte della mia realtà di persona.
Sono me stessa, si! Nella ingarbugliata matassa di tutto quello che mi rappresenta, privata di una possibile ed unica verità, anche di me stessa, provo a dire come lo smarrimento sia il vero luogo della propria dimensione, senza la necessità di coerenza o di conseguenzialità.
Eccomi qui, per ciò che sono. Con la voglia di essere amata per ciò che sono, avere qualcuno con cui continuare il cammino della scoperta di sé, ma anche tutto sommato serena.
Ho accettato che nulla dipende da me, se non l'intenzione! Ho accettato che a me spetta solo il cercare, nel limite delle mie capacità, di governare ciò che mi viene posto di fronte, e spesso mi chiedo se abbia un senso questo governare, o se pure questo è un tentare di dare corpo.
Ti abbraccio, virtualmente!
Darianna
Il vuoto insidiato
Cara Darianna, mi ritrovo nella tua strana giornata in cui incontri "persone che vivono la loro esistenza nella quotidianità di una lotta costante per andare avanti, per vivere" e persone che vivono "la dimensione astratta ed impersonale di chi tratta la realtà, le esistenze, solo a partire da uno schema preconfezionato e astratto".
Certamente ci sono altre categorie di persone che incontriamo tutti, e non in "una strana giornata", ma ad ogni pié sospinto. Anch'io esternamente appartengo, mio malgrado, a qualcuna di quelle da te nominate, trovandomi impigliata in una qualche parte da recitare, ora per questo ora per quello.
Ma quale nostalgia di stringermi in abbraccio a qualcuno/a con cui essere me stessa, solo me stessa!
Ed ecco, puntuale, il mio "eppure".
EPPURE mi assale il dubbio che nemmeno mi posso stringere a me stessa, perché mi sfugge sempre qualcosa di me (e nel dirlo credo di essere più sincera di coloro che si ritengono signore del proprio io, libere di scegliere, con possibiltà sempre nuove per reinventarsi; e so che molti reputano tale proprio me....). Mi consola Pascal col paragone tra l'io pensante-amante e la canna sbattuta dal vento. Mi consola essere cosciente delle mie debolezze VERE. Almeno posso accostarmi con sussiego ma senza ambage al mistero del me-stessa, fatto di VUOTO.
Lascio questa parola 'vuoto' alle interpretazioni di chi si prendesse una simile stupida briga. Da parte mia non aggiungo una parola di FEDE: non perché non ce l'abbia (anzi è l'unica a definirmi), ma perchè essa non riempie quel vuoto; semmai lo dilata sempre più.........).
E vivrei felice e contenta nello spazio liberato da ogni invadenza, se non mi tormentasse la decadenza corporea, che lo insidia corrodendo i margini i quali lo delimitano e in un certo qual modo lo proteggono. Accipicchia!
Certamente ci sono altre categorie di persone che incontriamo tutti, e non in "una strana giornata", ma ad ogni pié sospinto. Anch'io esternamente appartengo, mio malgrado, a qualcuna di quelle da te nominate, trovandomi impigliata in una qualche parte da recitare, ora per questo ora per quello.
Ma quale nostalgia di stringermi in abbraccio a qualcuno/a con cui essere me stessa, solo me stessa!
Ed ecco, puntuale, il mio "eppure".
EPPURE mi assale il dubbio che nemmeno mi posso stringere a me stessa, perché mi sfugge sempre qualcosa di me (e nel dirlo credo di essere più sincera di coloro che si ritengono signore del proprio io, libere di scegliere, con possibiltà sempre nuove per reinventarsi; e so che molti reputano tale proprio me....). Mi consola Pascal col paragone tra l'io pensante-amante e la canna sbattuta dal vento. Mi consola essere cosciente delle mie debolezze VERE. Almeno posso accostarmi con sussiego ma senza ambage al mistero del me-stessa, fatto di VUOTO.
Lascio questa parola 'vuoto' alle interpretazioni di chi si prendesse una simile stupida briga. Da parte mia non aggiungo una parola di FEDE: non perché non ce l'abbia (anzi è l'unica a definirmi), ma perchè essa non riempie quel vuoto; semmai lo dilata sempre più.........).
E vivrei felice e contenta nello spazio liberato da ogni invadenza, se non mi tormentasse la decadenza corporea, che lo insidia corrodendo i margini i quali lo delimitano e in un certo qual modo lo proteggono. Accipicchia!
martedì 25 maggio 2010
Giornata strana
Oggi è stata una giornata strana sotto tutti gli aspetti. La sua preparazione è stata un crescendo di tensione in prospettiva ad un momento pubblico nel quale avrei dovuto parlare ad un pubblico sconosciuto ed attraverso un telefono. Non sono abituata a parlare in questo modo, ho necessità di avere di fronte persone quando parlo. Ma la situazione era questa, quando si parla ad una radio e lo si fa per telefono, ci si deve impostare, entrare in un modo di comunicazione che - sebbene non mi sia consono - dovevo adottare per poter portare avanti il progetto al quale sto lavorando da troppo tempo.
Ho ascoltato questa radio per due giorni, per capire come si muove, come imposta le cose, qual è il suo "livello" di comunicazione! Il genere preferito è simile alla "rissa" verbale! Non è il mio genere, per quanto sia piuttosto veemente quando parlo ed espongo qualcosa. Dovevo farlo, l'ho fatto adottando linguaggio e modalità di questa radio, ricevendo una risposta inaspettata dagli ascoltatori (in meno di 40 minuti, sono arrivate 450 mail). Oggi pomeriggio in banca, convocati da responsabili di zona per ascoltare le loro metodiche e per dire cosa stiamo costruendo.
Tutto si fonda sull'idea che si deve ripartire dal basso, si deve riprendere il filo delle cose a partire dalle situazioni più piccole. Nel campo economico si sostiene la necessità di partire dalle micro imprese, nel campo culturale di ripartire dalle basi fondamentali della conoscenza della storia e del vissuto.
Due ambiti completamente diversi: il primo culturalmente inqualificabile, ma rappresentantivo delle persone che vivono in una situazione culturalmente marginale; dall'altra parte persone dalle quali ci si aspetta almeno una certa cultura, una impostazione quanto meno più analitica.
Nella prima situazione di assoluta assenza di possibilità argomentative e di una discussione serena, l'ascolto e la volontà di interazione c'è stata; dall'altra ... un muro di gomma!
Nella mattinata ho "incontrato" persone che vivono la loro esistenza nella quotidianità di una lotta costante per andare avanti, per vivere; una costante e disordinata rivendicazione al loro diritto di vivere dignitosamente; nel pomeriggio solo la dimensione astratta ed impersonale di chi tratta la realtà, le esistenze, solo a partire da uno schema preconfezionato e astratto.
Le sensazioni sono tante, difficile per me poterle descrivere pienamente, ma mi è venuto chiaro quale fosse veramente il ruolo dei giudici biblici.
E mi chiedo con quale diritto e sulla base di cosa io mi debba fare portavoce di chi non ha voce, senza - per altro - che costoro me lo abbiano chiesto.
Ho la presunzione di avere parole per chi non le ha! Ho la responsabilità di dirle! Non mi consola il fatto di doverle dire sia che ascoltino che non ascoltino; mi è duro seminare ovunque! Mi chiedo con quale diritto e con quale mandato!
Eppure ... eccoci a parlare a chi non ha orecchie, e sicuramente per chi non ha parole.
Un abbraccione
Ho ascoltato questa radio per due giorni, per capire come si muove, come imposta le cose, qual è il suo "livello" di comunicazione! Il genere preferito è simile alla "rissa" verbale! Non è il mio genere, per quanto sia piuttosto veemente quando parlo ed espongo qualcosa. Dovevo farlo, l'ho fatto adottando linguaggio e modalità di questa radio, ricevendo una risposta inaspettata dagli ascoltatori (in meno di 40 minuti, sono arrivate 450 mail). Oggi pomeriggio in banca, convocati da responsabili di zona per ascoltare le loro metodiche e per dire cosa stiamo costruendo.
Tutto si fonda sull'idea che si deve ripartire dal basso, si deve riprendere il filo delle cose a partire dalle situazioni più piccole. Nel campo economico si sostiene la necessità di partire dalle micro imprese, nel campo culturale di ripartire dalle basi fondamentali della conoscenza della storia e del vissuto.
Due ambiti completamente diversi: il primo culturalmente inqualificabile, ma rappresentantivo delle persone che vivono in una situazione culturalmente marginale; dall'altra parte persone dalle quali ci si aspetta almeno una certa cultura, una impostazione quanto meno più analitica.
Nella prima situazione di assoluta assenza di possibilità argomentative e di una discussione serena, l'ascolto e la volontà di interazione c'è stata; dall'altra ... un muro di gomma!
Nella mattinata ho "incontrato" persone che vivono la loro esistenza nella quotidianità di una lotta costante per andare avanti, per vivere; una costante e disordinata rivendicazione al loro diritto di vivere dignitosamente; nel pomeriggio solo la dimensione astratta ed impersonale di chi tratta la realtà, le esistenze, solo a partire da uno schema preconfezionato e astratto.
Le sensazioni sono tante, difficile per me poterle descrivere pienamente, ma mi è venuto chiaro quale fosse veramente il ruolo dei giudici biblici.
E mi chiedo con quale diritto e sulla base di cosa io mi debba fare portavoce di chi non ha voce, senza - per altro - che costoro me lo abbiano chiesto.
Ho la presunzione di avere parole per chi non le ha! Ho la responsabilità di dirle! Non mi consola il fatto di doverle dire sia che ascoltino che non ascoltino; mi è duro seminare ovunque! Mi chiedo con quale diritto e con quale mandato!
Eppure ... eccoci a parlare a chi non ha orecchie, e sicuramente per chi non ha parole.
Un abbraccione
Le due vite
"Vivere la vita pienamente": lo sento ripetere da più parti. Ma se vado ad apprendere il senso dagli altri, trovo delusioni, e solo delusioni. Non ne trovo soltanto nella realtà simbolica che si esprime nelle produzioni artistiche, dove il mondo singolare dell'artista combacia con quello universale. Preciso: non sbiadisce e non si appiattisce su un'universalità astratta, ma diventa rivelativo del senso profondo della vita, che è uno e inesauribilmente molteplice. Una rosa concreta è destinata ad appassire, una rosa assunta nella realtà simbolica acquista una valenza di infinito senza cessare di essere finita: il finito è compiutezza se attraversato dall'infinitezza del sentire pensare creare umano.
Una rumena, facendo le pulizie, mi professava la sua non-intelligenza. Alle mie proteste non si convinceva: "no, io non sono intelligente, so solo quello che debbo fare". Dite voi se la sua convinzione non è più intelligente della mia pretesa di essere capita da chi di discorsi veri non vogliono sentir parlare.
Una rumena, facendo le pulizie, mi professava la sua non-intelligenza. Alle mie proteste non si convinceva: "no, io non sono intelligente, so solo quello che debbo fare". Dite voi se la sua convinzione non è più intelligente della mia pretesa di essere capita da chi di discorsi veri non vogliono sentir parlare.
sabato 15 maggio 2010
Accidenti alle utopie!
Siamo imbevuti di utopie fino al collo, nella nostra mentalità, anche la più quotidiana e più banale. In politica le espongono nella maniera più indecorosa, per dire cosa si dovrebbe dire e fare; si capisce, riferendosi agli altri, perché se i soggetti parlassero di se stessi, magari se la caverebbero ad imbrogliare con la loro verbosità, ma non ad operare. E quel che è peggio noialtri che stiamo a sentirli ci facciamo loro complici in bugie utopiche, sia facendoci loro seguaci sia criticandoli.
La politica è solo n esempio. In campo etico chi non ha visto e sentito pronunciare paradigmi di perfezione umana in opposizione alla rovina di cui si è testimoni oculari? quasi che si fosse realizzato qualche volta nella storia un mondo perfetto o vicino alla perfezione, oppure quasi che si attendesse il suo arrivo in un futuro... Ma quale? Se guardiamo alla storia, le cosiddette età auree, esaminate bene, nascondono al loro interno il seme del tracollo.
Eppure.
Il mio 'eppure' ritorna puntuale.
Sì, non esiste solo il bianco e il nero; si può sempre fare meglio o almeno meno male. Ma per favore, chi parla si faccia l'esame di coscienza per vedere se l'ha fatto lui, qualche volta, il 'meno peggio'
Ausilia
La politica è solo n esempio. In campo etico chi non ha visto e sentito pronunciare paradigmi di perfezione umana in opposizione alla rovina di cui si è testimoni oculari? quasi che si fosse realizzato qualche volta nella storia un mondo perfetto o vicino alla perfezione, oppure quasi che si attendesse il suo arrivo in un futuro... Ma quale? Se guardiamo alla storia, le cosiddette età auree, esaminate bene, nascondono al loro interno il seme del tracollo.
Eppure.
Il mio 'eppure' ritorna puntuale.
Sì, non esiste solo il bianco e il nero; si può sempre fare meglio o almeno meno male. Ma per favore, chi parla si faccia l'esame di coscienza per vedere se l'ha fatto lui, qualche volta, il 'meno peggio'
Ausilia
mercoledì 12 maggio 2010
Mi sono chiesta
Non è il mio tempo, quello dell'immagine, tanto meno quello del ricordo. L'unica cosa che si è impadronita di me è la visione. Evito di cadere nel gioco pericoloso del ricordo!
Mi hanno costretta a vivere nella logica di ciò che resta, dove tutto ha uno specifico prezzo che deve essere corrisposto o pagato. La gratuicità è qualcosa che non può trovare spazio nella mia quotidianità. Se io vi cedo, la pago caramente! Nulla è concesso alla possibilità di un sogno, di una immagine, di un pensare; il fatto impera e si impone, deformando gli individui che vi sono coinvolti in maschere, così che tu vedi persone di cui non scorgi e non riesci a scorgere chi vi si nasconde dietro. Mi chiedo se nei fatti qualcuno vi si nasconda dietro, oppure quelle maschere non servono ad altro che a nascondere la nullità del fatto, di ciò che concretamente si può portare, che resiste alla pioggia, al vento ed al mare!
Mi sono chiesta e mi chiedo cosa sia il vero e cosa sia il falso. Me lo sono chiesta su me stessa, interrogandomi in modo ossessivo, cercando di comprendere chi di fronte a me fosse "vero" o fosse "falso". Mi sono illusa di pensare che solo l'essere vera io stessa potesse costringere altri ad essere veri; ma io sono vera? Io sono falsa? Chi è di fronte a me si trova di fronte ad una maschera che rappresenta qualcuno che ora è così, ora è diverso!
Mi sono chiesta se la questione della verità e della falsità non fossero, nei fatti, solo concetti conseguenti ad un presuppoto ideologico di coerenza, di continuità, e non invece inerenti al quotidiano che si esprime e che - forse - non merita di essere sottoposto ad una valutazione rigida quale può essere la "verità" o la "falsità".
E se fosse che la verità fosse solo lo scorrere del tempo e gli eventi che mutano? E se la verità fosse un divenire invece che un accadimento? Cosa cambierebbe nella nostra comprensione del mondo e nella percezione che noi abbiamo del contesto nel quale viviamo?
Non ho mai costruito castelli di sabbia sulla riva del mare, proprio perché non ho mai sopportato l'idea che il mare li distruggesse; ho scavato buche nella sabbia, nella sciocca speranza che potessero inghiottire il mare! Il mare ha ricoperto le mie buche, come non fossero mai state!
Le buche che ho scavato erano "vere" o erano "false"? Era vera o falsa la mia pretesa di volere che il mare fosse inghiottito da quelle buce? Non so rispondere a queste domande, ma ho consapevolezza che le buche le ho scavate e che ho sempre desiderato che il mare fosse da queste inghiottito.
Forse perché mai ho pensato che avrei potuto camminare sul mare, e forse perché la tempesta mi affascina oltre ogni cosa!
Non mi interrogo più sulla "deità", tanto meno ritengo che il concetto stesso di "umanità" possa più essere adeguato. La biologia non è sufficiente per farmi sentire appartenente ad un continuo, ad un comune denominatore!
Fuori di metafora, vedo i progetti di molti individui venire annientati da un clic di un mouse; vedo la fatica e lo sforzo quotidiano di individui che hanno dato tutto di loro stessi per poter costruire qualcosa per i loro figli e figlie, annientato dal cinismo disinteressato e distaccato di personaggi dietro a scrivanie squallide; personaggi resi sicuri di sé dalla loro posizione e dalla loro sicurezza di avere garantito il cibo per se e per chi gli è vicino!
Ogni castello che viene dissolto è lacrime e sangue, perché non può essere gratuito, perché nulla ti è permesso nella grauicità! Neanche la grazia è così gratuita, poiché un caro prezzo è stato pagato! Quanto conosce il prezzo della grazia chi ne ha avuto occasione di incontrarla, di conoscerla e di viverla.
Oggi scrivevo a te, cara Ausilia, di qual è il mondo con il quale mi trovo a confrontarmi, ma il mondo che mi circonda è lo sguardo spento di un uomo che ha perso la speranza fino al punto di non riuscire neanche più a cogliere l'opportunità!
Non ho immagini ne posso concedermi al ricordo; ho visione! C'è una massa che grida solo "ora devo salvarmi!" e null'altro conta!
Crolla la borsa! Qualcuno gode nel vedere il successo della propria operazione, si perde nel contare quante volte e quante si moltiplicherà quella disperazione e quel prezzo che altri hanno pagato, pagano e pagheranno! Ed il loro gusto non è il guadagno, del quale non hanno necessità, ma è il cinico giusto di aver vinto.
La menzogna? Si, forse è proprio così! Tutto si regge sulla menzonga! Questa mattina io non mi sarei alzata se non avessi mentito a me stessa che qualcosa potevo ancora fare! E domani mi dovrò mentire ancora, ed ancora per andare avanti! Dovrò pensare ipocritamente al sorriso di un bambino, per non vedere il pianto di tanti e troppi!
Tutto si regge sulla menzogna, e spesso si deve compiere una vera e propria opera di persuasione su noi stesse per poter far si che quella menzogna ci appia vera anche per un solo momento. Ma è mentire il darsi fiato e forza di vivere un altro giorno, sapendo bene che se non ci si mentisse sarebbe il lasciarsi morire?
Domani sarò più positiva, la sera mi riesce meno facile!
Un abbraccio
Darianna
Mi hanno costretta a vivere nella logica di ciò che resta, dove tutto ha uno specifico prezzo che deve essere corrisposto o pagato. La gratuicità è qualcosa che non può trovare spazio nella mia quotidianità. Se io vi cedo, la pago caramente! Nulla è concesso alla possibilità di un sogno, di una immagine, di un pensare; il fatto impera e si impone, deformando gli individui che vi sono coinvolti in maschere, così che tu vedi persone di cui non scorgi e non riesci a scorgere chi vi si nasconde dietro. Mi chiedo se nei fatti qualcuno vi si nasconda dietro, oppure quelle maschere non servono ad altro che a nascondere la nullità del fatto, di ciò che concretamente si può portare, che resiste alla pioggia, al vento ed al mare!
Mi sono chiesta e mi chiedo cosa sia il vero e cosa sia il falso. Me lo sono chiesta su me stessa, interrogandomi in modo ossessivo, cercando di comprendere chi di fronte a me fosse "vero" o fosse "falso". Mi sono illusa di pensare che solo l'essere vera io stessa potesse costringere altri ad essere veri; ma io sono vera? Io sono falsa? Chi è di fronte a me si trova di fronte ad una maschera che rappresenta qualcuno che ora è così, ora è diverso!
Mi sono chiesta se la questione della verità e della falsità non fossero, nei fatti, solo concetti conseguenti ad un presuppoto ideologico di coerenza, di continuità, e non invece inerenti al quotidiano che si esprime e che - forse - non merita di essere sottoposto ad una valutazione rigida quale può essere la "verità" o la "falsità".
E se fosse che la verità fosse solo lo scorrere del tempo e gli eventi che mutano? E se la verità fosse un divenire invece che un accadimento? Cosa cambierebbe nella nostra comprensione del mondo e nella percezione che noi abbiamo del contesto nel quale viviamo?
Non ho mai costruito castelli di sabbia sulla riva del mare, proprio perché non ho mai sopportato l'idea che il mare li distruggesse; ho scavato buche nella sabbia, nella sciocca speranza che potessero inghiottire il mare! Il mare ha ricoperto le mie buche, come non fossero mai state!
Le buche che ho scavato erano "vere" o erano "false"? Era vera o falsa la mia pretesa di volere che il mare fosse inghiottito da quelle buce? Non so rispondere a queste domande, ma ho consapevolezza che le buche le ho scavate e che ho sempre desiderato che il mare fosse da queste inghiottito.
Forse perché mai ho pensato che avrei potuto camminare sul mare, e forse perché la tempesta mi affascina oltre ogni cosa!
Non mi interrogo più sulla "deità", tanto meno ritengo che il concetto stesso di "umanità" possa più essere adeguato. La biologia non è sufficiente per farmi sentire appartenente ad un continuo, ad un comune denominatore!
Fuori di metafora, vedo i progetti di molti individui venire annientati da un clic di un mouse; vedo la fatica e lo sforzo quotidiano di individui che hanno dato tutto di loro stessi per poter costruire qualcosa per i loro figli e figlie, annientato dal cinismo disinteressato e distaccato di personaggi dietro a scrivanie squallide; personaggi resi sicuri di sé dalla loro posizione e dalla loro sicurezza di avere garantito il cibo per se e per chi gli è vicino!
Ogni castello che viene dissolto è lacrime e sangue, perché non può essere gratuito, perché nulla ti è permesso nella grauicità! Neanche la grazia è così gratuita, poiché un caro prezzo è stato pagato! Quanto conosce il prezzo della grazia chi ne ha avuto occasione di incontrarla, di conoscerla e di viverla.
Oggi scrivevo a te, cara Ausilia, di qual è il mondo con il quale mi trovo a confrontarmi, ma il mondo che mi circonda è lo sguardo spento di un uomo che ha perso la speranza fino al punto di non riuscire neanche più a cogliere l'opportunità!
Non ho immagini ne posso concedermi al ricordo; ho visione! C'è una massa che grida solo "ora devo salvarmi!" e null'altro conta!
Crolla la borsa! Qualcuno gode nel vedere il successo della propria operazione, si perde nel contare quante volte e quante si moltiplicherà quella disperazione e quel prezzo che altri hanno pagato, pagano e pagheranno! Ed il loro gusto non è il guadagno, del quale non hanno necessità, ma è il cinico giusto di aver vinto.
La menzogna? Si, forse è proprio così! Tutto si regge sulla menzonga! Questa mattina io non mi sarei alzata se non avessi mentito a me stessa che qualcosa potevo ancora fare! E domani mi dovrò mentire ancora, ed ancora per andare avanti! Dovrò pensare ipocritamente al sorriso di un bambino, per non vedere il pianto di tanti e troppi!
Tutto si regge sulla menzogna, e spesso si deve compiere una vera e propria opera di persuasione su noi stesse per poter far si che quella menzogna ci appia vera anche per un solo momento. Ma è mentire il darsi fiato e forza di vivere un altro giorno, sapendo bene che se non ci si mentisse sarebbe il lasciarsi morire?
Domani sarò più positiva, la sera mi riesce meno facile!
Un abbraccio
Darianna
martedì 11 maggio 2010
Gratuità
Una poesia dell'amica Adriana
I bambini fanno castelli di sabbia
non si dispiacciono di abbandonarli
il mare prima o poi arriva
o il vento o la pioggia,
i castelli verranno distrutti
ma rimane un ricordo
una piccola piuma sulla torre più alta
segno di una conquista, di un successo gratuito.
Essere bambina per costruire castelli
senza il rimpianto di vederli cadere,
lasciare che il mare spiani la sabbia
faticosamente raccolta per raggiungere il cielo
conservare soltanto nel cuore
l’immagine di una piccola piuma
che solo io ho veduto.
Rosignano, 25/4/2010
I bambini fanno castelli di sabbia
non si dispiacciono di abbandonarli
il mare prima o poi arriva
o il vento o la pioggia,
i castelli verranno distrutti
ma rimane un ricordo
una piccola piuma sulla torre più alta
segno di una conquista, di un successo gratuito.
Essere bambina per costruire castelli
senza il rimpianto di vederli cadere,
lasciare che il mare spiani la sabbia
faticosamente raccolta per raggiungere il cielo
conservare soltanto nel cuore
l’immagine di una piccola piuma
che solo io ho veduto.
Rosignano, 25/4/2010
Menzogne e verità dell'istante
Ho l'impressione che tutto si regga sulla menzogna: si evidenza nel comune modo di parlare, ma in realtà è presente ovunque, perché è iscritta nella transitorietà di tutto, e abita soprattutto dentro noi stessi, nel nostro modo di pensare e di esserci. Pessimismo? No, basta riflettere un po'.
Vogliamo credere all'istante come realtà, mentre nulla c'è di più transitorio (e quindi evanescente) di esso quando pretendiamo di trovare la SUA verità. Cosa c'è di vero-reale in un fiore nell'attimo della sua più alta bellezza, se non che finirà?
Eppure.
Se pensassimo che la verità non è nell'istante in sé e in ciò che esso ci presenta, le cose cambierebbero. La verità tocca l'istante, ma lo trascende. E, mentre lo tocca, lo rende vero, e gli conferisce realtà oltre le apparenze (da lì l'arte). Basta cogliere la verità-NELL'istante non la verità-DELL'istante, e tutto "torna".
Ausilia
Vogliamo credere all'istante come realtà, mentre nulla c'è di più transitorio (e quindi evanescente) di esso quando pretendiamo di trovare la SUA verità. Cosa c'è di vero-reale in un fiore nell'attimo della sua più alta bellezza, se non che finirà?
Eppure.
Se pensassimo che la verità non è nell'istante in sé e in ciò che esso ci presenta, le cose cambierebbero. La verità tocca l'istante, ma lo trascende. E, mentre lo tocca, lo rende vero, e gli conferisce realtà oltre le apparenze (da lì l'arte). Basta cogliere la verità-NELL'istante non la verità-DELL'istante, e tutto "torna".
Ausilia
sabato 8 maggio 2010
Immediatezze
Le immediatezze prendono sempre più spazio nella mia vita. In un certo senso me ne meraviglio perché sono molto portata alla riflessione lunga e laboriosa.
Eppure sono tante le piccole cose della giornata che, belle o brutte, interessanti o inutili, non richiedono la mia riflessione, bensi la mia e-staticità.
Ieri guardavo una badante trentenne accanto ad un'anziana signora; entrambe in atteggiamento statico, marmoreo, glaciale. L'una e l'altra, due pietre isolate in un deserto. Però nella giovane la durezza delle apparenze non riusciva a nascondere dolore da sradicamento e angoscia infinita.
Ho provato a rivolgerle con simpatia qualche domanda.
In un breve scorcio di tempo il suo viso si è illuminato di un sorriso che mi ha dato felicità. Mi ha dato l'aire per buttare via la mia solitudine tra gli oggetti di lusso inservibili.
Eppure sono tante le piccole cose della giornata che, belle o brutte, interessanti o inutili, non richiedono la mia riflessione, bensi la mia e-staticità.
Ieri guardavo una badante trentenne accanto ad un'anziana signora; entrambe in atteggiamento statico, marmoreo, glaciale. L'una e l'altra, due pietre isolate in un deserto. Però nella giovane la durezza delle apparenze non riusciva a nascondere dolore da sradicamento e angoscia infinita.
Ho provato a rivolgerle con simpatia qualche domanda.
In un breve scorcio di tempo il suo viso si è illuminato di un sorriso che mi ha dato felicità. Mi ha dato l'aire per buttare via la mia solitudine tra gli oggetti di lusso inservibili.
domenica 2 maggio 2010
La speranza
Carissima Ausilia, rispondo con immediatezza a questo tuo scritto. Nei fatti non rispondo, non ho nulla da rispondere, ma solo qualcosa di cui prendere atto insieme a tutte le altre persone che ti (ci) leggono.
Sono una credente, amo definirmi come "eterodossa", e sono fuori dalle realtà ecclesiali perché collocata fuori, non perché abbia io deciso di uscire. Di questo ringrazio il mio dio, poiché mi ha fatto passare dalla "terra di qualcuno" alla "terra di nessuno", facendomi perdere - mio malgrado e con la sofferenza che né consegue - ogni senso di appartenenza. Non appartengo ad alcuno e nessuno mi appartiene. Posso essere finalmente "laica", perché deprivata dalla necessità di dover coordinare la mia fede con il dogma, fuori dalla necessità di avere un assoluto di riferimento, per potermi calare - finalmente - nella contestualità, nella relatività del quotidiano e del nostro percorrerlo in così tanti e svariati modi.
Ma sono credente, e per tanto il tutto non può prescindere dalla fede, la quale si pone di fronte a me come semplice e non richiesto dono! C'è e ci devo fare i conti come con chi non ti chiede mai conto!
La narrazione del se è narrazione della storia, del pensiero che si fa "fatto", di una parola che si fa "carne". Il primo approccio serio che ebbi con il pensiero femminista mi aprì una visione diversa della esistenza, e mi mise di fronte la mia incolmabile mancanza. C'è qualcosa che io non potrò mai avere, ma solo caparbiamente dare. La trasmissione della memoria della vita, quella dei gesti, quella che di madre in figlia si passa, senza che sia scritta o documentata, ma che è iscritta nella memoria, quella non l'avrò; non l'avrò come qualcosa che sia stata passata a me, ma io la passerò, come nuova memoria di quel mondo femminile che ancora deve fare la propria storia, deve fare la propria memoria e condividerla.
Ho tante figlie e qualche figlio, ed a tutt* cerco di passare questa memoria, questa cosa che non si può scrivere, non si può dire! Non perché sia proibito, ma perché l'esperienza del quotidiano, la percezione della storia, il senso del se e l'amore verso il proprio corpo, il senso della cura, non sono cose che possono essere scritte nel "manuale" della vita, ma solo trasmesse nel quotidiano parlare e seguire. Pur non avendo mai partorito sento quella profonda insofferenza e sofferenza per il dolore che oggi devono subire le mie figlie ed i miei figli, nella mia rabbia sorda di una ostinata lotta per aprire prospettive e per ridare speranza. Si, cara amica mia, la speranza a chi si è visto rapinare la speranza dall'idiozia delle "appartenenze peculiari" e dei loro conenuti e di quant'altro si pone in una sudditanza di pensiero in qualsiasi forma essa si esprime.
Combatto, ma non contro "carne e sangue", ma contro principati e potestà, ed è una presunzione che richiama il senso proprio di una vocazione che non si spenge perché donata, perché data.
Non credo che ci sia una possibilità di nuovi pensieri, quanto piuttosto la possibilità di nuove strade e nuovi percorsi, se poi di qualcosa di nuovo si possa parlare. Nuovo per noi? Si, per noi nuovo! La speranza, quindi, perché questo è il nuovo che si pone di fronte a noi oggi, per l'oggi, per quello che siamo!
Vivo di speranza, tant'è che è il mio pane questa speranza, è il lavoro che ogni giorno svolgo, è il nome pieno del progetto che porto avanti da tempo. Un progetto economico, sociale, politico ... ma manca della cultura, perché una cultura della speranza non c'è! Oggi non c'è! Oggi ci si trova di fronte solo ad una cultura della disperazione e del nascondimento! Il bello lo hanno ridotto ad una sciocca icona fantasiosa, colorata con pastelli irreali! Dove è il bello? Dove lo hanno nascosto? Perché ci hanno tolto il bello del quotidiano vivere e di quella piccola quotidiana allegrezza di aver potuto parlare, sorridere, confrontarsi, arrabbiarsi, gustare, vedere, sentire? Perché tutto è così coperto di mille amarezze?
Lotto, è l'unica cosa che so fare! Lotto perché non ho altre possibilità! Lotto perché so che, comunque vada, vinco! Lotto e sono nella lotta, spesso nella consapevolezza di una schiacciante solitudine, spesso nella consapevolezza della totale incomprensione! La laicità ... chimera? Prassi? Obiettivo? Quotidiano soggettivo che si snocciola in ogni scelta che non è pregiudiziale e condizionata da "verità" prefabbricate e preconcette? Laicità di un pensiero che apre e mai chiude, tutto ascolta e tutto valuta; ma poi anche sceglie!
E si, perché il pensiero poi sceglie per potersi formulare, sceglie un campo, sceglie un punto di fuoco e lo persegue, ed in questo prende le distanze dal ragionamento che, forse, può anche costituirlo ma non strutturarlo.
Sai quali sono i pregiudizzi più duri da superare? Sono i propri nei confronti di noi stesse!
E' qualche tempo che mi ritorna in mente quella similitudine "vi abbiamo suonato il flauto, e non avete danzato; vi abbiamo cantato il lamento, e non avete fatto cordoglio!"
Cantiamo, Ausilia, il nostro canto di liberazione, non preoccupiamoci se questo non sarà armonico agli orecchi dei più. E' il nostro canto ed è musica per chi la vuole sentire.
Ti abbraccio
Sono una credente, amo definirmi come "eterodossa", e sono fuori dalle realtà ecclesiali perché collocata fuori, non perché abbia io deciso di uscire. Di questo ringrazio il mio dio, poiché mi ha fatto passare dalla "terra di qualcuno" alla "terra di nessuno", facendomi perdere - mio malgrado e con la sofferenza che né consegue - ogni senso di appartenenza. Non appartengo ad alcuno e nessuno mi appartiene. Posso essere finalmente "laica", perché deprivata dalla necessità di dover coordinare la mia fede con il dogma, fuori dalla necessità di avere un assoluto di riferimento, per potermi calare - finalmente - nella contestualità, nella relatività del quotidiano e del nostro percorrerlo in così tanti e svariati modi.
Ma sono credente, e per tanto il tutto non può prescindere dalla fede, la quale si pone di fronte a me come semplice e non richiesto dono! C'è e ci devo fare i conti come con chi non ti chiede mai conto!
La narrazione del se è narrazione della storia, del pensiero che si fa "fatto", di una parola che si fa "carne". Il primo approccio serio che ebbi con il pensiero femminista mi aprì una visione diversa della esistenza, e mi mise di fronte la mia incolmabile mancanza. C'è qualcosa che io non potrò mai avere, ma solo caparbiamente dare. La trasmissione della memoria della vita, quella dei gesti, quella che di madre in figlia si passa, senza che sia scritta o documentata, ma che è iscritta nella memoria, quella non l'avrò; non l'avrò come qualcosa che sia stata passata a me, ma io la passerò, come nuova memoria di quel mondo femminile che ancora deve fare la propria storia, deve fare la propria memoria e condividerla.
Ho tante figlie e qualche figlio, ed a tutt* cerco di passare questa memoria, questa cosa che non si può scrivere, non si può dire! Non perché sia proibito, ma perché l'esperienza del quotidiano, la percezione della storia, il senso del se e l'amore verso il proprio corpo, il senso della cura, non sono cose che possono essere scritte nel "manuale" della vita, ma solo trasmesse nel quotidiano parlare e seguire. Pur non avendo mai partorito sento quella profonda insofferenza e sofferenza per il dolore che oggi devono subire le mie figlie ed i miei figli, nella mia rabbia sorda di una ostinata lotta per aprire prospettive e per ridare speranza. Si, cara amica mia, la speranza a chi si è visto rapinare la speranza dall'idiozia delle "appartenenze peculiari" e dei loro conenuti e di quant'altro si pone in una sudditanza di pensiero in qualsiasi forma essa si esprime.
Combatto, ma non contro "carne e sangue", ma contro principati e potestà, ed è una presunzione che richiama il senso proprio di una vocazione che non si spenge perché donata, perché data.
Non credo che ci sia una possibilità di nuovi pensieri, quanto piuttosto la possibilità di nuove strade e nuovi percorsi, se poi di qualcosa di nuovo si possa parlare. Nuovo per noi? Si, per noi nuovo! La speranza, quindi, perché questo è il nuovo che si pone di fronte a noi oggi, per l'oggi, per quello che siamo!
Vivo di speranza, tant'è che è il mio pane questa speranza, è il lavoro che ogni giorno svolgo, è il nome pieno del progetto che porto avanti da tempo. Un progetto economico, sociale, politico ... ma manca della cultura, perché una cultura della speranza non c'è! Oggi non c'è! Oggi ci si trova di fronte solo ad una cultura della disperazione e del nascondimento! Il bello lo hanno ridotto ad una sciocca icona fantasiosa, colorata con pastelli irreali! Dove è il bello? Dove lo hanno nascosto? Perché ci hanno tolto il bello del quotidiano vivere e di quella piccola quotidiana allegrezza di aver potuto parlare, sorridere, confrontarsi, arrabbiarsi, gustare, vedere, sentire? Perché tutto è così coperto di mille amarezze?
Lotto, è l'unica cosa che so fare! Lotto perché non ho altre possibilità! Lotto perché so che, comunque vada, vinco! Lotto e sono nella lotta, spesso nella consapevolezza di una schiacciante solitudine, spesso nella consapevolezza della totale incomprensione! La laicità ... chimera? Prassi? Obiettivo? Quotidiano soggettivo che si snocciola in ogni scelta che non è pregiudiziale e condizionata da "verità" prefabbricate e preconcette? Laicità di un pensiero che apre e mai chiude, tutto ascolta e tutto valuta; ma poi anche sceglie!
E si, perché il pensiero poi sceglie per potersi formulare, sceglie un campo, sceglie un punto di fuoco e lo persegue, ed in questo prende le distanze dal ragionamento che, forse, può anche costituirlo ma non strutturarlo.
Sai quali sono i pregiudizzi più duri da superare? Sono i propri nei confronti di noi stesse!
E' qualche tempo che mi ritorna in mente quella similitudine "vi abbiamo suonato il flauto, e non avete danzato; vi abbiamo cantato il lamento, e non avete fatto cordoglio!"
Cantiamo, Ausilia, il nostro canto di liberazione, non preoccupiamoci se questo non sarà armonico agli orecchi dei più. E' il nostro canto ed è musica per chi la vuole sentire.
Ti abbraccio
Il punto su questo blog
2maggio 2010
Cara Darianna
Questa volta, mentre continuo la mia conversazione con te, mi rivolgo a coloro che da tempo considero amiche ed amici. E’, questo, un bisogno di tutta me stessa. Non per fare due chiacchiere. Come dice Dewey, sento di avere «qualcosa da dire» (non «da dire qualcosa»), perché ospito in me un laboratorio di idee sentimenti esperienze, che sarebbe un tradimento chiudere alla comunicazione.
Da parecchi anni avevo fatto convergere questo «qualcosa» con la problematica delle donne in disagio nel rapporto con l’istituzione ecclesiastica, su due fronti: quello del coinvolgimento femminile di carattere esistenziale-affettivo nella vita dei preti in crisi, e quello delle ex-suore, deluse nel non poter realizzare all’interno dell’istituzione i loro ideali, meglio: la loro vocazione. VOLEVO PARLARE “DA DONNA A DONNA” (come recita il titolo di un mio libro), tenendo molto presente la PARTE MASCHILE. Ne sentivo la responsabilità, data l’incarnazione delle due tipologie di donna nella mia persona.
Ora le due esperienze-in-una si sono sedimentate e ritengo di dover fare un passo ulteriore.
Dopo dodici anni di dialogo aperto attraverso il sito “Donne-contro-il-silenzio”, per me non ha più senso offrire una spalla su cui piangere, e nemmeno aggiungere (tranne che privatamente) altre testimonianze a quelle raccolte finora: un cliché, quando si ripete sempre uguale a se stesso, non serve né alla maturazione delle persone né al cambiamento dei chiamati in causa.
Una volta disincagliata interiormente da appartenenze peculiari, il mio sguardo si dilata. Pur procedendo sullo stesso binario, voglio fare del mio impegno pregresso un paradigma applicabile ad altre realtà, in primis al modo-di-essere sedimentato attraverso il vissuto. E per farlo in libertà e in profondità, ho bisogno di mettere un po’ da parte i vecchi strumenti, di ri-leggermi e di confrontarmi sulla linea di una laicità a tutto spiano. Fermo restando ciò che mi sta più a cuore, la fede, voglio scavare dentro di essa in maniera laica, e cioè nella nudità del mio essere, a prescindere da qualsiasi ‘topos’ precostituito.
Il ricorso a tale criterio mi fa sentire lontana le mille miglia dalla parte più illuminata dei cattolici che denuncia-attaccando le «malefatte» della chiesa con un anti-clericalismo in perfetto stile clericale (l’espressione non è nuova, ma mi pare di averla pronunziata io per prima); e mi fa avvertire la nocività degli atteggiamenti supini dei più, compresi quelli dei credenti che si proclamano laici e dei non-credenti zelanti, nonché dei divi dell’anti-eroismo: tutti accodati a rendere tributo idolatrico, dentro le pieghe del dissenso, a chi ha o ritiene di avere un carisma, spesso per ruolo. Se è vero che non c’è ombra di spirito laico in chi riveste i panni del personaggio per contare e in chi entra dalla finestra nei suoi luoghi fascinosi nella condizione di fan, altrettanto non ce n’è in chi prende di mira il sacro aggirandosi nei suoi paraggi, con critiche infinite ed infinitamente minuziose.
Al largo! Verso vie nuove. Quando si vedono due lottare, è difficile distinguere chi ha torto e chi ha ragione; la lotta sfocia nella vittoria, non del più buono, bensì del più violento. La stessa mitezza va preservata da glorificazioni, sempre devastanti. Ecco: la laicità è formale; non punta sul personaggio e nemmeno sulle idee sane; è (quanto è difficile definirla!) capacità di andare-oltre sia dei personalismi sia delle idee assolutizzate.
Il colloquiare di questo blog cerca rispondenze nella parte di società che vuole dare sostanza all’«autenticità» (attenzione! è da eliminare il logorio del significato del termine): restando al riparo del dubbio che si interroga mentre interroga senza fine.
Ho stima per il femminismo storico, e perciò lo chiamo a confronto nel particolare settore religioso, in seno al quale esso è più sprovveduto, pur avendone succhiato il primo latte. Considero suo maggiore merito l’aver capito che ci va ORGANICITÀ (alla Gramsci) per coniugare singole questioni tra di loro e con la società nella sua interezza. Su questa scia voglia muovermi, in sponda non isolata da altri contesti. Già ai lettori attenti non è sfuggito il senso della mia metamorfosi strategica nel dare corso a questo blog confidenziale; al contrario, in chi si è fermato alla superficie, hanno destato sorpresa le incertezze esistenziali espresse, quasi che fossero ombre da fugare.
Nella scrittura narrativa la cultura femminista ha espresso il meglio di sé. Il racconto della vita ordinaria può gestire idee, eccome, se fa trasparire l’inespresso, spoglio di fatua spettacolarità e di audience.
Voglio esemplificare con una mia confessione la scelta diaristica e colloquiale di questo blog: uno dei pochissimi risultati raggiunti nel mio pregresso impegno di vita è stato quello di avere portato un piccolo contributo, con il racconto delle mie delusioni istituzionali, nelle decisioni prese dall’OMS per evitare il più possibile l’ospitalizzazione dei minori senza famiglia. Dio sa quanti anatemi mi sono attirata, ma ne valeva la pena. Lo so, ci vogliono appunto le grandi organizzazioni per dare concretezza e validità sociale ai progetti. Ma se non si opera nel sottosuolo di base che regge l’edificio, lo si vedrà crollare alla prima scossa; e certamente si richiede un et-et, non un aut-aut.
Dove andrà a finire la questione circa il binomio « donne e preti», che ormai ha non-belle risonanze nelle mie orecchie? Almeno di una cosa sono certa: non si otterranno risultati fino a che i soggetti non sapranno rompere il cordone ombelicale che li lega ad un’identità immobilizzata sul modello di Legge che vogliono cambiare. E con ciò non plaudo a coloro che imboccano vie tortuose di travestimento.
Col parlare colloquiale di questo blog, in apparenza occasionale e avulso da singole problematiche, miro a provocare chi legge alle durezze del Pensiero non-immediato; ad incoraggiare la messa in moto di energie spirituali scevre dai facili aggreganti spiritualismi di oggi; energie robuste e coraggiose perché tratte dalle radici del proprio essere.
Ma, per favore, non lasciatemi sola. Inseritevi anche voi, fattivamente, nelle conversazioni lanciate da me e da Darianna, interlocutrice principale.
Già, te, Darianna. Trans a cui è vietato di continuare a fare come un tempo il pastore in una chiesa cristiana; di essere accettata per quella che sei e di avere i mezzi per tirare a campare. Mi affascina la tua personalità di credente col dubbio piantato in cuore. Il tuo stile di libertà nel raccontarti non riesce ancora a farti felice perché hai il mondo contro, ma forse sei tu a regalare agli altri la liberazione dalla schiavitù dei pregiudizi.
Ausilia
Cara Darianna
Questa volta, mentre continuo la mia conversazione con te, mi rivolgo a coloro che da tempo considero amiche ed amici. E’, questo, un bisogno di tutta me stessa. Non per fare due chiacchiere. Come dice Dewey, sento di avere «qualcosa da dire» (non «da dire qualcosa»), perché ospito in me un laboratorio di idee sentimenti esperienze, che sarebbe un tradimento chiudere alla comunicazione.
Da parecchi anni avevo fatto convergere questo «qualcosa» con la problematica delle donne in disagio nel rapporto con l’istituzione ecclesiastica, su due fronti: quello del coinvolgimento femminile di carattere esistenziale-affettivo nella vita dei preti in crisi, e quello delle ex-suore, deluse nel non poter realizzare all’interno dell’istituzione i loro ideali, meglio: la loro vocazione. VOLEVO PARLARE “DA DONNA A DONNA” (come recita il titolo di un mio libro), tenendo molto presente la PARTE MASCHILE. Ne sentivo la responsabilità, data l’incarnazione delle due tipologie di donna nella mia persona.
Ora le due esperienze-in-una si sono sedimentate e ritengo di dover fare un passo ulteriore.
Dopo dodici anni di dialogo aperto attraverso il sito “Donne-contro-il-silenzio”, per me non ha più senso offrire una spalla su cui piangere, e nemmeno aggiungere (tranne che privatamente) altre testimonianze a quelle raccolte finora: un cliché, quando si ripete sempre uguale a se stesso, non serve né alla maturazione delle persone né al cambiamento dei chiamati in causa.
Una volta disincagliata interiormente da appartenenze peculiari, il mio sguardo si dilata. Pur procedendo sullo stesso binario, voglio fare del mio impegno pregresso un paradigma applicabile ad altre realtà, in primis al modo-di-essere sedimentato attraverso il vissuto. E per farlo in libertà e in profondità, ho bisogno di mettere un po’ da parte i vecchi strumenti, di ri-leggermi e di confrontarmi sulla linea di una laicità a tutto spiano. Fermo restando ciò che mi sta più a cuore, la fede, voglio scavare dentro di essa in maniera laica, e cioè nella nudità del mio essere, a prescindere da qualsiasi ‘topos’ precostituito.
Il ricorso a tale criterio mi fa sentire lontana le mille miglia dalla parte più illuminata dei cattolici che denuncia-attaccando le «malefatte» della chiesa con un anti-clericalismo in perfetto stile clericale (l’espressione non è nuova, ma mi pare di averla pronunziata io per prima); e mi fa avvertire la nocività degli atteggiamenti supini dei più, compresi quelli dei credenti che si proclamano laici e dei non-credenti zelanti, nonché dei divi dell’anti-eroismo: tutti accodati a rendere tributo idolatrico, dentro le pieghe del dissenso, a chi ha o ritiene di avere un carisma, spesso per ruolo. Se è vero che non c’è ombra di spirito laico in chi riveste i panni del personaggio per contare e in chi entra dalla finestra nei suoi luoghi fascinosi nella condizione di fan, altrettanto non ce n’è in chi prende di mira il sacro aggirandosi nei suoi paraggi, con critiche infinite ed infinitamente minuziose.
Al largo! Verso vie nuove. Quando si vedono due lottare, è difficile distinguere chi ha torto e chi ha ragione; la lotta sfocia nella vittoria, non del più buono, bensì del più violento. La stessa mitezza va preservata da glorificazioni, sempre devastanti. Ecco: la laicità è formale; non punta sul personaggio e nemmeno sulle idee sane; è (quanto è difficile definirla!) capacità di andare-oltre sia dei personalismi sia delle idee assolutizzate.
Il colloquiare di questo blog cerca rispondenze nella parte di società che vuole dare sostanza all’«autenticità» (attenzione! è da eliminare il logorio del significato del termine): restando al riparo del dubbio che si interroga mentre interroga senza fine.
Ho stima per il femminismo storico, e perciò lo chiamo a confronto nel particolare settore religioso, in seno al quale esso è più sprovveduto, pur avendone succhiato il primo latte. Considero suo maggiore merito l’aver capito che ci va ORGANICITÀ (alla Gramsci) per coniugare singole questioni tra di loro e con la società nella sua interezza. Su questa scia voglia muovermi, in sponda non isolata da altri contesti. Già ai lettori attenti non è sfuggito il senso della mia metamorfosi strategica nel dare corso a questo blog confidenziale; al contrario, in chi si è fermato alla superficie, hanno destato sorpresa le incertezze esistenziali espresse, quasi che fossero ombre da fugare.
Nella scrittura narrativa la cultura femminista ha espresso il meglio di sé. Il racconto della vita ordinaria può gestire idee, eccome, se fa trasparire l’inespresso, spoglio di fatua spettacolarità e di audience.
Voglio esemplificare con una mia confessione la scelta diaristica e colloquiale di questo blog: uno dei pochissimi risultati raggiunti nel mio pregresso impegno di vita è stato quello di avere portato un piccolo contributo, con il racconto delle mie delusioni istituzionali, nelle decisioni prese dall’OMS per evitare il più possibile l’ospitalizzazione dei minori senza famiglia. Dio sa quanti anatemi mi sono attirata, ma ne valeva la pena. Lo so, ci vogliono appunto le grandi organizzazioni per dare concretezza e validità sociale ai progetti. Ma se non si opera nel sottosuolo di base che regge l’edificio, lo si vedrà crollare alla prima scossa; e certamente si richiede un et-et, non un aut-aut.
Dove andrà a finire la questione circa il binomio « donne e preti», che ormai ha non-belle risonanze nelle mie orecchie? Almeno di una cosa sono certa: non si otterranno risultati fino a che i soggetti non sapranno rompere il cordone ombelicale che li lega ad un’identità immobilizzata sul modello di Legge che vogliono cambiare. E con ciò non plaudo a coloro che imboccano vie tortuose di travestimento.
Col parlare colloquiale di questo blog, in apparenza occasionale e avulso da singole problematiche, miro a provocare chi legge alle durezze del Pensiero non-immediato; ad incoraggiare la messa in moto di energie spirituali scevre dai facili aggreganti spiritualismi di oggi; energie robuste e coraggiose perché tratte dalle radici del proprio essere.
Ma, per favore, non lasciatemi sola. Inseritevi anche voi, fattivamente, nelle conversazioni lanciate da me e da Darianna, interlocutrice principale.
Già, te, Darianna. Trans a cui è vietato di continuare a fare come un tempo il pastore in una chiesa cristiana; di essere accettata per quella che sei e di avere i mezzi per tirare a campare. Mi affascina la tua personalità di credente col dubbio piantato in cuore. Il tuo stile di libertà nel raccontarti non riesce ancora a farti felice perché hai il mondo contro, ma forse sei tu a regalare agli altri la liberazione dalla schiavitù dei pregiudizi.
Ausilia
sabato 17 aprile 2010
La Pasqua
Con ritadro, se poi riflettere sulla pasqua abbia una effettiva collocazione temporale, mi accingo a riflettere sulla base delle tue sollecitazioni.
Cara Ausilia, non so se colgo fino in fondo il senso della tua pagina di diario. Sono forse troppo influenzata dal mio pensiero e dallo sviluppo teologico che ho maturato nel corso della mia esistenza.
Uscire dalla retorica teologica, confessionale, dogmatica diventa una necessità di chiarezza personale e nei confronti degli altri. In un tempo dove tutto assume la dimensione di una grande vaghezza, di una nebulosa indistinta dove tutto può trovare luogo purchè formalmente si salvi l'enunciato base, pretende da parte nostra il coraggio di dire e di affermare il senso, per quanto questo poi risulti fuori dalle righe, fuori dal coro.
La pasqua è il passaggio, e nel pensiero biblico è il pasaggio dell'angelo della morte che uccide tutti primogeniti d'Egitto, ad esclusione delle case che erano segnate dal sangue dell'agnello. Ecco! Stiamo parlando di questo? Definiamolo, poiché chiarezza lo impone. Personalmente non riesco a scindere lo sviluppo del mio pensiero e di ciò che vivo da questo; né è base costitutiva e sostanziale, elemento fondante e determinante dell'interpretazione complessiva che do alla mia esistenza. Raramente lo esplicito, ma in questo contesto e sotto la tua sollecitazione, lo faccio con piacere.
Come ben sai, mi definisco eterodossa, nel senso che ho una comprensione ed una chiave interpretativa della mia esistenza che non nega le altre, ma che prende le distanze senza polemica o scontro nei confronti delle chiavi interpretative date dalla visione ortodossa.
Ho piacere di dire questo, proprio perché entro - sebbene forse in termini diversi dai tuoi e con concetti diversi dai tuoi - nello squarcio che in te si apre. Non per approffitare di te, ma perché questo mi apre la possibilità di dire qualcosa che, sebbene non rischiesta, trova la sua legittimità proprio in questa tua apertura.
La dimensione di precarietà che tu descrivi posso comprenderla, per quanto mi rimane oscuro il perché tu debba avere "senso di vergogna e colpa". Non sono migliore, non sono peggiore, sono solo una che comunque - in un modo o nell'altro - il sangue di quell'agnello ha posto sullo stipite della sua porta. Mi rende tranquilla? No! Al contrario mi rende persona agitata, sempre in costante lotta con qualcosa e qualcuno, intollerante verso l'ipocrisia intellettuale come verso l'ipocrisia formale del luogo comune, dell'adagiarsi nella comodità di un pensiero imposto e non riflettuto, acriticamente accettato perché conveniente ed uniformante. L'ipocrisia di sentirsi nella norma e di porla come status autentico è quel qualcosa che supera la mia capacità di accettazione; muove in me la ribellione composta di chi è consapevole di condurre una battaglia e la conduce a partire dalla propria debolezza ed insignificanza.
Si, la resurrezione è un grido di dolore! Ma perché? Non ho verità, se non quella mia inutile e parziale verità che costantemente metto in discussione, nella disperata ricerca di un confronto dialettico e basato, che non si arrocchi dietro la perfidia del dogma, ma che guardi all'umanità di cui io sono pervasa ed intrisa.
La vocazione, l'assunzione di una vocazione e di un ministero è grido di dolore, poiché ha di fronte a se lo stigma e la proiezione della croce. La resurrezione ci pone di fronte, non dietro, la croce che è l'arrivo definito dell'ubbidienza e della fedeltà. E come prescindervi? Come superarla? Poi, perché superarla? Se questa è l'assunzione consapevole del proprio esserci e del proprio porsi di fronte alla storia ed ad una umanità aggravata, dimensione presuntuosa della consapevolezza di sé, dell'esserci come testimoni nei fatti, parole pronunciate da d-o, per questo tempo ed in questo tempo?
Esco dalla logica di una dogmatica che mi impone a prescindere dai testi, l'incarnazione! Esco dallo schema definito del dover starci dentro! Esco e mi trovo nel deserto di una immensa vuotezza di sensi e significati; affollato deserto di coloro che non hanno terra nè templi a cui rivolgere il proprio sguardo. La resurrezione mi diventa grido, perché prelude al cammino che si ha di fronte in cui è contemplato anche il passaggio del mare delle canne, rosso del sangue degli inseguitori, rosso del sangue di quell'agnello (non Gesù) al quale ho preso vita e sangue per fuggire l'ira, per salvare la mia esistenza ed avere la possibilità di farla divenire vita.
Dove nasconderò la mia angoscia di fronte alla mia resurrezione in questo tempo ed in quest'ora? Non posso nella logica di una illusione post mortem, poiché la resurrezione è qui, ora, in questa storia, in questo contesto socio-culturale-politico ed economico, nel quale non ho possibilità di fughe, non ho altro che il deserto nel quale può, più o meno, risuonare una voce che grida.
L'incontro con la quotidiana condizione umana, nella sua fuga o tentativo di fuga dal presente, mi lascia attonita nella impossibiltà ed impotenza di fare qualcosa. Il dire supera la realtà, poiché non la coglie se non in una fotografia che riguarda il passato, rievoca, ma non annuncia se non il conosciuto. Io sono questa? Sono il passato che si pone nel presente e con scarsa visione del fututo. La resurrezione mi colloca di fronte a me stessa, poiché è della mia resurrezione che posso parlare, quella che non posso più teoreticamente fuggire; devo prenderne atto con il carico di dolore che la constatazione della realtà mi produce.
E' nel presupposto interpretativo che si sviluppa il pensiero, ed il mio è, evidentemente, dissonante! Ne prendo atto e lo vivo!
Ti abbraccio con affetto
Darianna
Cara Ausilia, non so se colgo fino in fondo il senso della tua pagina di diario. Sono forse troppo influenzata dal mio pensiero e dallo sviluppo teologico che ho maturato nel corso della mia esistenza.
Uscire dalla retorica teologica, confessionale, dogmatica diventa una necessità di chiarezza personale e nei confronti degli altri. In un tempo dove tutto assume la dimensione di una grande vaghezza, di una nebulosa indistinta dove tutto può trovare luogo purchè formalmente si salvi l'enunciato base, pretende da parte nostra il coraggio di dire e di affermare il senso, per quanto questo poi risulti fuori dalle righe, fuori dal coro.
La pasqua è il passaggio, e nel pensiero biblico è il pasaggio dell'angelo della morte che uccide tutti primogeniti d'Egitto, ad esclusione delle case che erano segnate dal sangue dell'agnello. Ecco! Stiamo parlando di questo? Definiamolo, poiché chiarezza lo impone. Personalmente non riesco a scindere lo sviluppo del mio pensiero e di ciò che vivo da questo; né è base costitutiva e sostanziale, elemento fondante e determinante dell'interpretazione complessiva che do alla mia esistenza. Raramente lo esplicito, ma in questo contesto e sotto la tua sollecitazione, lo faccio con piacere.
Come ben sai, mi definisco eterodossa, nel senso che ho una comprensione ed una chiave interpretativa della mia esistenza che non nega le altre, ma che prende le distanze senza polemica o scontro nei confronti delle chiavi interpretative date dalla visione ortodossa.
Ho piacere di dire questo, proprio perché entro - sebbene forse in termini diversi dai tuoi e con concetti diversi dai tuoi - nello squarcio che in te si apre. Non per approffitare di te, ma perché questo mi apre la possibilità di dire qualcosa che, sebbene non rischiesta, trova la sua legittimità proprio in questa tua apertura.
La dimensione di precarietà che tu descrivi posso comprenderla, per quanto mi rimane oscuro il perché tu debba avere "senso di vergogna e colpa". Non sono migliore, non sono peggiore, sono solo una che comunque - in un modo o nell'altro - il sangue di quell'agnello ha posto sullo stipite della sua porta. Mi rende tranquilla? No! Al contrario mi rende persona agitata, sempre in costante lotta con qualcosa e qualcuno, intollerante verso l'ipocrisia intellettuale come verso l'ipocrisia formale del luogo comune, dell'adagiarsi nella comodità di un pensiero imposto e non riflettuto, acriticamente accettato perché conveniente ed uniformante. L'ipocrisia di sentirsi nella norma e di porla come status autentico è quel qualcosa che supera la mia capacità di accettazione; muove in me la ribellione composta di chi è consapevole di condurre una battaglia e la conduce a partire dalla propria debolezza ed insignificanza.
Si, la resurrezione è un grido di dolore! Ma perché? Non ho verità, se non quella mia inutile e parziale verità che costantemente metto in discussione, nella disperata ricerca di un confronto dialettico e basato, che non si arrocchi dietro la perfidia del dogma, ma che guardi all'umanità di cui io sono pervasa ed intrisa.
La vocazione, l'assunzione di una vocazione e di un ministero è grido di dolore, poiché ha di fronte a se lo stigma e la proiezione della croce. La resurrezione ci pone di fronte, non dietro, la croce che è l'arrivo definito dell'ubbidienza e della fedeltà. E come prescindervi? Come superarla? Poi, perché superarla? Se questa è l'assunzione consapevole del proprio esserci e del proprio porsi di fronte alla storia ed ad una umanità aggravata, dimensione presuntuosa della consapevolezza di sé, dell'esserci come testimoni nei fatti, parole pronunciate da d-o, per questo tempo ed in questo tempo?
Esco dalla logica di una dogmatica che mi impone a prescindere dai testi, l'incarnazione! Esco dallo schema definito del dover starci dentro! Esco e mi trovo nel deserto di una immensa vuotezza di sensi e significati; affollato deserto di coloro che non hanno terra nè templi a cui rivolgere il proprio sguardo. La resurrezione mi diventa grido, perché prelude al cammino che si ha di fronte in cui è contemplato anche il passaggio del mare delle canne, rosso del sangue degli inseguitori, rosso del sangue di quell'agnello (non Gesù) al quale ho preso vita e sangue per fuggire l'ira, per salvare la mia esistenza ed avere la possibilità di farla divenire vita.
Dove nasconderò la mia angoscia di fronte alla mia resurrezione in questo tempo ed in quest'ora? Non posso nella logica di una illusione post mortem, poiché la resurrezione è qui, ora, in questa storia, in questo contesto socio-culturale-politico ed economico, nel quale non ho possibilità di fughe, non ho altro che il deserto nel quale può, più o meno, risuonare una voce che grida.
L'incontro con la quotidiana condizione umana, nella sua fuga o tentativo di fuga dal presente, mi lascia attonita nella impossibiltà ed impotenza di fare qualcosa. Il dire supera la realtà, poiché non la coglie se non in una fotografia che riguarda il passato, rievoca, ma non annuncia se non il conosciuto. Io sono questa? Sono il passato che si pone nel presente e con scarsa visione del fututo. La resurrezione mi colloca di fronte a me stessa, poiché è della mia resurrezione che posso parlare, quella che non posso più teoreticamente fuggire; devo prenderne atto con il carico di dolore che la constatazione della realtà mi produce.
E' nel presupposto interpretativo che si sviluppa il pensiero, ed il mio è, evidentemente, dissonante! Ne prendo atto e lo vivo!
Ti abbraccio con affetto
Darianna
mercoledì 7 aprile 2010
domenica 4 aprile 2010
Ausilia - Diario di Pasqua 2010
Sono svaniti i pensieri sulla Pasqua dei tempi trascorsi. Lo riconosco: una venatura di retorica serpeggiava tra le righe in cui narravo la mia fede; e non mi riesce facile riconoscermi nel cambiamento sostanziale circa l’oggetto principale sul quale ho impostato la mia vita. Ormai trovo inadeguate, in me ed attorno a me, le ambiguità di cui ci pasciamo tutti. Oggi più di ieri il velo di Maya cerca invano di nascondere le incertezze dell’esserci per caso o quasi. Non è forse vero che l’universo intero potrebbe precipitare da un momento all’altro? che le consequenzialità di quanto avviene sono sommerse da contraddizioni che fanno presagire l’esplosione? che l’umanità vuole raggiungere la pienezza e non riesce a darle spazio? che le opinioni dei nostri accanimenti logici sono fuochi fatui? Il mio giudizio sulle tortuosità che insidiano la verità si estende a tutto l’arco che va dalle religioni alle filosofie al senso comune al quotidiano. E quando tento di rompere quel velo pietoso, mi pervade un senso di vergogna e di colpa per non essere la persona perbene della cui maschera mi sono rivestita finora in buona fede.
Eppure.
Eppure ogni tanto, come nella pasqua di oggi, uno squarcio solleva a mia insaputa quel velo, e mi fa posare lo sguardo sull’ignoto. Si illumina un quadro estremamente vuoto, tanto da vedere, anzi non vedere per troppo abbaglio, che luce. Stremata, prendo il coraggio con tutto quanto rimane di me e accetto di vacillare nello spazio svuotato di tutto. Erano illusioni a nutrirmi di incongruenze, tanto che ora non ci sono più, e assieme ad esse è scomparsa la loro radice di dolore di male di assenza di morte.
Non chiedetemi quale è il volto di questa visione, meglio, di questa non-visione. Perché dovrei usare parole innominabili incomunicabili inesistenti.
Posso solo esemplificare. La metto sull’impersonale per accennare ad una possibilità per tutti.
Chi non ha sobbalzato di «en-tusiasmo» di fronte al bello? In un bimbo, in un fiore, in un sentimento puro, in un’opera d’arte, in una piega nel volto di chicchessia, in una particella, in un soffio... La bellezza della risurrezione ad un altro modo di essere può profilarsi perfino in un grido disperato, dove è assente ogni speranza concreta. Ne sono profeti, ad esempio, genitori quando, privati di un figlio, dicono: “che questa disgrazia sia evitata ad altri, che serva a qualcuno”. E penso anche a «L’urlo» lacerante di Edvard Munch, emesso nel muto linguaggio artistico, che sa farsi compendio del dolore del mondo, prodromo e pedagogo di una felicità, altra già qui, sulla terra. Dolore e felicità senza astrazioni e sublimazioni, semplice commento di un senso che la ragione e finanche la fede non sa dare; che solo la bellezza sa dipingere. Perché il bello non ha realtà autonoma, non appartiene all’ordine dell’essere e del non-essere; è iscritto nell’ineffabile, dentro e fuori di noi. La luce che emana sfugge ai sensi; è senza forma e senza colore, eppure più concretamente tangibile visibile vera.
L’illuminazione degna di questo nome non lascia giocare con le parole perché non accede a luoghi abitati da un bene-bello-vero dal fascino percettibile. Sovrasta l’ombrosa luce terrena, stravolge le apparenze e trascina verso il mistero.
Quei momenti estatici mi restituiscono a me stessa, mi fanno riconoscere. Mi guardo allo specchio per decifrare i segni della trasformazione, e che vedo? Il mio corpo, compenetrato di mistero, è divenuto tutt’uno con l’invisibile luce, priva dei tratti del «terribile sacro» di cui parlano gli antropologi. E’ luce che non mi fa paura, ma mi impone silenzio. A ragione i veri credenti sono testimoni e facitori, non dicitori della verità.
Alla resurrezione descritta nei Vangeli, formulata e professata nel credo, non si può dare il significato di ri-vivificazione o di perennità corporea, perché del corpo muore ciò che è fatto per finire; come il feto e tutto quello che da esso si sviluppa, cedono il posto al corpo maturo.
Nessuno ha inventato le parole giuste per dire la vita compenetrata della Luce che vince la morte. E forse il dolore ha qualche sillaba meno sbagliata della gioia per lanciarne un segnale di vigile allarme contro il Buio. D’altra parte né dolore né gioia possono dare sostanza a parole nuove, che si riferiscano a ciò che E’.
Ecco perché ci muoviamo sballottati di qua e di là quando guardiamo alla vita così come appare. Ecco perché il «sempre» ci pare inutile noiosa ripetizione e ci fa paura quando allude all’aldilà. Il sempre del mistero non conosce stanchezze di ritorno e di re-inizio. E’ il sempre presente già ora nel tempo oltre il tempo, nella vita oltre la vita. A patto di mettersi in gioco e di sfidare la labilità di ciò che muore.
Ausilia
Eppure.
Eppure ogni tanto, come nella pasqua di oggi, uno squarcio solleva a mia insaputa quel velo, e mi fa posare lo sguardo sull’ignoto. Si illumina un quadro estremamente vuoto, tanto da vedere, anzi non vedere per troppo abbaglio, che luce. Stremata, prendo il coraggio con tutto quanto rimane di me e accetto di vacillare nello spazio svuotato di tutto. Erano illusioni a nutrirmi di incongruenze, tanto che ora non ci sono più, e assieme ad esse è scomparsa la loro radice di dolore di male di assenza di morte.
Non chiedetemi quale è il volto di questa visione, meglio, di questa non-visione. Perché dovrei usare parole innominabili incomunicabili inesistenti.
Posso solo esemplificare. La metto sull’impersonale per accennare ad una possibilità per tutti.
Chi non ha sobbalzato di «en-tusiasmo» di fronte al bello? In un bimbo, in un fiore, in un sentimento puro, in un’opera d’arte, in una piega nel volto di chicchessia, in una particella, in un soffio... La bellezza della risurrezione ad un altro modo di essere può profilarsi perfino in un grido disperato, dove è assente ogni speranza concreta. Ne sono profeti, ad esempio, genitori quando, privati di un figlio, dicono: “che questa disgrazia sia evitata ad altri, che serva a qualcuno”. E penso anche a «L’urlo» lacerante di Edvard Munch, emesso nel muto linguaggio artistico, che sa farsi compendio del dolore del mondo, prodromo e pedagogo di una felicità, altra già qui, sulla terra. Dolore e felicità senza astrazioni e sublimazioni, semplice commento di un senso che la ragione e finanche la fede non sa dare; che solo la bellezza sa dipingere. Perché il bello non ha realtà autonoma, non appartiene all’ordine dell’essere e del non-essere; è iscritto nell’ineffabile, dentro e fuori di noi. La luce che emana sfugge ai sensi; è senza forma e senza colore, eppure più concretamente tangibile visibile vera.
L’illuminazione degna di questo nome non lascia giocare con le parole perché non accede a luoghi abitati da un bene-bello-vero dal fascino percettibile. Sovrasta l’ombrosa luce terrena, stravolge le apparenze e trascina verso il mistero.
Quei momenti estatici mi restituiscono a me stessa, mi fanno riconoscere. Mi guardo allo specchio per decifrare i segni della trasformazione, e che vedo? Il mio corpo, compenetrato di mistero, è divenuto tutt’uno con l’invisibile luce, priva dei tratti del «terribile sacro» di cui parlano gli antropologi. E’ luce che non mi fa paura, ma mi impone silenzio. A ragione i veri credenti sono testimoni e facitori, non dicitori della verità.
Alla resurrezione descritta nei Vangeli, formulata e professata nel credo, non si può dare il significato di ri-vivificazione o di perennità corporea, perché del corpo muore ciò che è fatto per finire; come il feto e tutto quello che da esso si sviluppa, cedono il posto al corpo maturo.
Nessuno ha inventato le parole giuste per dire la vita compenetrata della Luce che vince la morte. E forse il dolore ha qualche sillaba meno sbagliata della gioia per lanciarne un segnale di vigile allarme contro il Buio. D’altra parte né dolore né gioia possono dare sostanza a parole nuove, che si riferiscano a ciò che E’.
Ecco perché ci muoviamo sballottati di qua e di là quando guardiamo alla vita così come appare. Ecco perché il «sempre» ci pare inutile noiosa ripetizione e ci fa paura quando allude all’aldilà. Il sempre del mistero non conosce stanchezze di ritorno e di re-inizio. E’ il sempre presente già ora nel tempo oltre il tempo, nella vita oltre la vita. A patto di mettersi in gioco e di sfidare la labilità di ciò che muore.
Ausilia
domenica 28 marzo 2010
Cara Ausilia, scrivo di getto, senza una precedente elaborazione ed organizzazione del mio pensiero. Quanto scrivi mi pone una quantità di elementi di riflessione, tutti da affrontare, tutti da analizzare e da sviscerare, quindi procedo facendo una selezione non ragionata, ma di impressione.
La libertà è tale proprio quando non definisce delle modalità, delle omologazioni, degli steccati che definiscono forzatamente delle appartenenze. Ciascuna persona vive la propria schiavitù o la propria libertà soggettivamente, con l'unico discrimine che è la "consapevolezza" di sé. Infatti non ritengo che l'accettazione di sé sia discriminante nella dimensione della libertà o della schiavitù, ma piuttosto la consapevolezza di esserci come persone libere o come persone schiave.
La consapevolezza potrei tradurla o meglio indicarla come "conoscenza di sé", quella conoscenza che è in costante divenire, che non precinde dagli altri, ma che con gli altri da sé si confronta senza perdersi. Intraprendere la strada stetta della conoscenza di sé non è una introversione, ma piuttosto il porre come primaria la condizione che "io" (inteso come ogni "io"), in quanto soggetto unico ed irripetibile, non sono superabile, omologabile, od interpretabile a prescindere ma stessa. L'esser consapevoli di sé non implica necessariamente l'accettazione di sé! I due piani non devono mai essere confusi o sovrapposti. Conosco me stessa, ed è solo nel momento in cui conosco me stessa - i miei liniti, le mie potenzialità, i miei principi - posso trovarmi di fronte alla accettazione di chi sono o meno.
La libertà di interpretarsi, appunto, quella libertà che non può essere sottoposta a nessun giudizio, a nessuna norma o griglia. Accolta in ogni caso a prescindere dall'essere più o meno condivisa.
Altra questione è quella dell'esserci "qui ed ora", che non il "carpe diem" nel senso dell'esclusività dell'oggi, quanto la consapevolezza che io oggi sono il prodotto comunque di ciò che ho vissuto. Lo sbandamento di una persona come me è il fatto di non avere storia, ed il suo vissuto è un bagaglio che può essere usato, ma che non sempre ha una reale intersezione o inerenza con la propria persona. Ciò nonostante ho vissuto, e questo costituisce la componente fondamentale del mio qui ed ora. Del resto, anche la questione del futuro si pone come un elemento interpretativo che deve essere chiarito. Io spesso affermo di non avere futuro, poiché ritengo che oggi sia il luogo della costruzione, della progettazione, della elaborazione, dell'impegno per qualcosa nel quale si crede. Non ho Regni di dio futuri, ma solo la presente signoria di dio che si esercita oggi nella mia esistenza e che mi configura come sua serva. Non ho aspettative, piuttosto attese che implicano il mio lavorare nel presente. Piena di prospettive, priva di ogni dimensione illusoria del domani! Oggi è il miglior mondo possibile, ed in questo mondo cerco di lottare, lavorare, costruire perchè migliori - se possibile.
Il mio dio non è impotente, ma neanche onnipotente! E' il dio che mi chiama ed al quale rispondo, il dio che ha un progetto e che per portarlo avanti deve fare i conti con i miei limiti, le mie paure, le mie difficoltà che, proprio per questo, è il dio che non va oltre a me, ma che è "con me". Non so, sinceramente, se con questo mio dire lo "definisco"; spero di no, per quanto comunque sono costretta a darmene una immagine ed una interpretazione.
Come sai, sto organizzando il Congresso Italiano Transgender Transessuali, il cui slogan è il sequente: "io non sono il problema ... io sono la soluzione"!
C'è una stretta relazione in tutto ciò che faccio e penso, ed è il progetto di una società più equa, una società dove ci sia l'affermazione - senza se e senza ma - del diritto di ogni persona ad autodeterminarsi.
Forse proprio per questo sempre l'orizzonte, non certo per raggiungerlo, ma per vederlo costantemente spostarsi con il mio avanzare. Io sono finita ed ho il mio limite, proprio per questo posso cogliere il senso dell'infinito, nel quale appunto, come te, posso e sono pienamente libera di inventarmi.
Ti abbraccio
Darianna
La libertà è tale proprio quando non definisce delle modalità, delle omologazioni, degli steccati che definiscono forzatamente delle appartenenze. Ciascuna persona vive la propria schiavitù o la propria libertà soggettivamente, con l'unico discrimine che è la "consapevolezza" di sé. Infatti non ritengo che l'accettazione di sé sia discriminante nella dimensione della libertà o della schiavitù, ma piuttosto la consapevolezza di esserci come persone libere o come persone schiave.
La consapevolezza potrei tradurla o meglio indicarla come "conoscenza di sé", quella conoscenza che è in costante divenire, che non precinde dagli altri, ma che con gli altri da sé si confronta senza perdersi. Intraprendere la strada stetta della conoscenza di sé non è una introversione, ma piuttosto il porre come primaria la condizione che "io" (inteso come ogni "io"), in quanto soggetto unico ed irripetibile, non sono superabile, omologabile, od interpretabile a prescindere ma stessa. L'esser consapevoli di sé non implica necessariamente l'accettazione di sé! I due piani non devono mai essere confusi o sovrapposti. Conosco me stessa, ed è solo nel momento in cui conosco me stessa - i miei liniti, le mie potenzialità, i miei principi - posso trovarmi di fronte alla accettazione di chi sono o meno.
La libertà di interpretarsi, appunto, quella libertà che non può essere sottoposta a nessun giudizio, a nessuna norma o griglia. Accolta in ogni caso a prescindere dall'essere più o meno condivisa.
Altra questione è quella dell'esserci "qui ed ora", che non il "carpe diem" nel senso dell'esclusività dell'oggi, quanto la consapevolezza che io oggi sono il prodotto comunque di ciò che ho vissuto. Lo sbandamento di una persona come me è il fatto di non avere storia, ed il suo vissuto è un bagaglio che può essere usato, ma che non sempre ha una reale intersezione o inerenza con la propria persona. Ciò nonostante ho vissuto, e questo costituisce la componente fondamentale del mio qui ed ora. Del resto, anche la questione del futuro si pone come un elemento interpretativo che deve essere chiarito. Io spesso affermo di non avere futuro, poiché ritengo che oggi sia il luogo della costruzione, della progettazione, della elaborazione, dell'impegno per qualcosa nel quale si crede. Non ho Regni di dio futuri, ma solo la presente signoria di dio che si esercita oggi nella mia esistenza e che mi configura come sua serva. Non ho aspettative, piuttosto attese che implicano il mio lavorare nel presente. Piena di prospettive, priva di ogni dimensione illusoria del domani! Oggi è il miglior mondo possibile, ed in questo mondo cerco di lottare, lavorare, costruire perchè migliori - se possibile.
Il mio dio non è impotente, ma neanche onnipotente! E' il dio che mi chiama ed al quale rispondo, il dio che ha un progetto e che per portarlo avanti deve fare i conti con i miei limiti, le mie paure, le mie difficoltà che, proprio per questo, è il dio che non va oltre a me, ma che è "con me". Non so, sinceramente, se con questo mio dire lo "definisco"; spero di no, per quanto comunque sono costretta a darmene una immagine ed una interpretazione.
Come sai, sto organizzando il Congresso Italiano Transgender Transessuali, il cui slogan è il sequente: "io non sono il problema ... io sono la soluzione"!
C'è una stretta relazione in tutto ciò che faccio e penso, ed è il progetto di una società più equa, una società dove ci sia l'affermazione - senza se e senza ma - del diritto di ogni persona ad autodeterminarsi.
Forse proprio per questo sempre l'orizzonte, non certo per raggiungerlo, ma per vederlo costantemente spostarsi con il mio avanzare. Io sono finita ed ho il mio limite, proprio per questo posso cogliere il senso dell'infinito, nel quale appunto, come te, posso e sono pienamente libera di inventarmi.
Ti abbraccio
Darianna
domenica 21 marzo 2010
La libertà di inventarsi 20 marzo 2010
Cara Darianna
Nel leggerti ho provato mille sensazioni e mille motivi di riflessione. Comincio dall’ultima frase, che per me è la più bella: «non esiste un pieno così pieno come il vuoto totale, ed è in questo vuoto che finalmente trovo lo spazio di libertà a cui mi sono sentita chiamata». Non commento, ma aggiungo.
Mi sembra diverso, dal tuo, il modo in cui io vivo la libertà; o almeno sono diverse le deduzioni.
Io non faccio altro che svincolarmi dalle strettoie nelle quali alcuni si lasciano impigliare: non sopporto che altri decida per me, esprima giudizi non richiesti e gratuiti sul mio agire dissentire essere C’è quando mordo i freni per non essere inopportuna, ma appena posso scappo a gambe levate; e quando anche le mie gambe materiali non ce la fanno, ne metto in moto altre invisibili, che mi fanno trovare scorciatoie e mezzi di fortuna con cui raggiungere la «casa» che mi sono costruita dentro, dilatata a spazi sempre nuovi. Introversione? Tutt’altro. Senza maschera riesco a vedere meglio e a socializzare meglio di chi dice sempre «amen-amen» come i vecchioni dell’apocalisse.
Il tuo accenno al vuoto-pieno mi richiama il rapporto intrinseco, sofferto, tra libertà e solitudine. Ogni volta che supero una prova, prendo familiarità col vuoto che mi ha lasciato, e mi accorgo dell’identità tra vuoto come spazio interiore, e pieno come ricchezza senza possesso. Il miracolo lo compie la liberazione; mai totale, e perciò sempre stimolante.
Spesso affermi di riferirti all’esserci qui ed ora. D’accordo su questo punto, da cui partiamo assieme per poi divaricarci.
Il mio «qui ed ora» non è l’attimo fuggente del vagare senza meta. In esso si compendia un passato ed un futuro svuotati, il primo di pesantezze, il secondo di paure. Non è questione di sintesi, ma di novità che si rinnova in ogni attimo: in questo non si vanifica ciò che ho conquistato ieri e non si prefigura un futuro ritagliato sul passato. E non credere che parli di rose e fiori: la fatica e l’impotenza si moltiplicano col passare degli anni di fronte al «cessare»; ma l’avventura diventa interessantissima, davvero nuova. Punto.
Non entro in sintonia col tuo dare attributi al dio che ti resta dopo l’abbandono del primo. Così come non mi convincono le tesi di tanti mistici che parlano del dio-impotente-per-amore. Il mio associarmi al dio di Nietzsche è semplice ricorso ad un’immagine che mi concilia al mio percorso laico: nel quale tutto ciò che ho imparato della divinità ha lasciato una traccia, che ritrovo mia e solo mia per via della novità che vi ho impressa. Ripeto infatti le parole: “mio Dio sconosciuto! / Dolore mio! Felicità mia ultima!”, ma il «mio» ripetuto dal filosofo-poeta la dice lunga dell’intreccio tra questo dio e il suo io. Le vertigini di felicità mista a dolore sono caratteristica del dolore del parto: del dio generato nell’io. E’ questa la felicità che tu dici di ignorare, fatta di dolore non ingoiato a forza né sublimato, ma assaporato fino a farlo divenire carne dell’esserci.
E poi a te piace inseguire l’orizzonte. Io amo lo smarrimento del guardarlo e del trovarlo lontano, il più possibile. Da esso non mi aspetto altro che il vedervi specchiata la mia infinitezza che sovrasta, mentre l’assume, la finitezza. Sì, il bello dell’esistenza è proprio questo misto di finitezza e infinitezza di cui parla Pascal, e non solo lui.
Lo so, le mie parole possono apparire ermetiche a menti pigre, ma non posso annacquare la densità del mio sentire. Ora che la porzione di verità conquistata è a mia disposizione, il pieno che riempie il mio vuoto mentre lo scava sempre più, mi fa dire l’indicibile della verità di me stessa: l’esserci qui ed ora come lo sarebbe un dio finito. Infinitamente finito, o finitamente infinito. E perciò l’unico attributo che gli riconosco e quello che riconosco in me: la libertà di inventarsi.
Cara Darianna, sono sicura che mi segui, e forse riconoscerai come di fronte ad una libertà così intesa, non è giusto tormentarsi a causa della stupidaggine dei guardoni del niente. E’ ora di farti maestra, ad altre vittime «trans», della possibilità di immettere in un presente nuovo tutta la ricchezza cumulata nel dolore. So che non lo farai con moduli scaduti o con gesti inconsulti, ma attraverso la tua novità.
Ausilia
Nel leggerti ho provato mille sensazioni e mille motivi di riflessione. Comincio dall’ultima frase, che per me è la più bella: «non esiste un pieno così pieno come il vuoto totale, ed è in questo vuoto che finalmente trovo lo spazio di libertà a cui mi sono sentita chiamata». Non commento, ma aggiungo.
Mi sembra diverso, dal tuo, il modo in cui io vivo la libertà; o almeno sono diverse le deduzioni.
Io non faccio altro che svincolarmi dalle strettoie nelle quali alcuni si lasciano impigliare: non sopporto che altri decida per me, esprima giudizi non richiesti e gratuiti sul mio agire dissentire essere C’è quando mordo i freni per non essere inopportuna, ma appena posso scappo a gambe levate; e quando anche le mie gambe materiali non ce la fanno, ne metto in moto altre invisibili, che mi fanno trovare scorciatoie e mezzi di fortuna con cui raggiungere la «casa» che mi sono costruita dentro, dilatata a spazi sempre nuovi. Introversione? Tutt’altro. Senza maschera riesco a vedere meglio e a socializzare meglio di chi dice sempre «amen-amen» come i vecchioni dell’apocalisse.
Il tuo accenno al vuoto-pieno mi richiama il rapporto intrinseco, sofferto, tra libertà e solitudine. Ogni volta che supero una prova, prendo familiarità col vuoto che mi ha lasciato, e mi accorgo dell’identità tra vuoto come spazio interiore, e pieno come ricchezza senza possesso. Il miracolo lo compie la liberazione; mai totale, e perciò sempre stimolante.
Spesso affermi di riferirti all’esserci qui ed ora. D’accordo su questo punto, da cui partiamo assieme per poi divaricarci.
Il mio «qui ed ora» non è l’attimo fuggente del vagare senza meta. In esso si compendia un passato ed un futuro svuotati, il primo di pesantezze, il secondo di paure. Non è questione di sintesi, ma di novità che si rinnova in ogni attimo: in questo non si vanifica ciò che ho conquistato ieri e non si prefigura un futuro ritagliato sul passato. E non credere che parli di rose e fiori: la fatica e l’impotenza si moltiplicano col passare degli anni di fronte al «cessare»; ma l’avventura diventa interessantissima, davvero nuova. Punto.
Non entro in sintonia col tuo dare attributi al dio che ti resta dopo l’abbandono del primo. Così come non mi convincono le tesi di tanti mistici che parlano del dio-impotente-per-amore. Il mio associarmi al dio di Nietzsche è semplice ricorso ad un’immagine che mi concilia al mio percorso laico: nel quale tutto ciò che ho imparato della divinità ha lasciato una traccia, che ritrovo mia e solo mia per via della novità che vi ho impressa. Ripeto infatti le parole: “mio Dio sconosciuto! / Dolore mio! Felicità mia ultima!”, ma il «mio» ripetuto dal filosofo-poeta la dice lunga dell’intreccio tra questo dio e il suo io. Le vertigini di felicità mista a dolore sono caratteristica del dolore del parto: del dio generato nell’io. E’ questa la felicità che tu dici di ignorare, fatta di dolore non ingoiato a forza né sublimato, ma assaporato fino a farlo divenire carne dell’esserci.
E poi a te piace inseguire l’orizzonte. Io amo lo smarrimento del guardarlo e del trovarlo lontano, il più possibile. Da esso non mi aspetto altro che il vedervi specchiata la mia infinitezza che sovrasta, mentre l’assume, la finitezza. Sì, il bello dell’esistenza è proprio questo misto di finitezza e infinitezza di cui parla Pascal, e non solo lui.
Lo so, le mie parole possono apparire ermetiche a menti pigre, ma non posso annacquare la densità del mio sentire. Ora che la porzione di verità conquistata è a mia disposizione, il pieno che riempie il mio vuoto mentre lo scava sempre più, mi fa dire l’indicibile della verità di me stessa: l’esserci qui ed ora come lo sarebbe un dio finito. Infinitamente finito, o finitamente infinito. E perciò l’unico attributo che gli riconosco e quello che riconosco in me: la libertà di inventarsi.
Cara Darianna, sono sicura che mi segui, e forse riconoscerai come di fronte ad una libertà così intesa, non è giusto tormentarsi a causa della stupidaggine dei guardoni del niente. E’ ora di farti maestra, ad altre vittime «trans», della possibilità di immettere in un presente nuovo tutta la ricchezza cumulata nel dolore. So che non lo farai con moduli scaduti o con gesti inconsulti, ma attraverso la tua novità.
Ausilia
sabato 13 marzo 2010
Sono una viaggiatrice
Cara Ausilia,
Come ben sai, il mio vissuto ha un notevole peso nello sviluppo dei miei ragionamenti e nell'organizzazione del mio pensiero. Alcune mie affermazioni trovano - forse - senso proprio nel momento in cui si conoscono dei momenti salienti del mio vissuto.
Mi chiedi giustamente spiegazione se io prima avessi avuto ... felicità. Non lo so! Tutti narrano di "felicità" negandola o affermandola, esprimendo con questo termine astratto qualcosa che cerchi di identificare un qualcosa che hanno vissuto o che ritengono di non aver vissuto. Io non lo so semplicemente, poichè ciò che normalmente vedo descritto come "felicità" mi è qualcosa di estraneo, qualcosa di fronte al quale mi sento straniera. Ho conosciuto la gioia, la passione, l'esaltazione così come ogni loro contrario. Come te, avvicendo negazione ed assenza, schiavitù e liberazione.
Uscendo dalla metafora ed impoverendone l'immagine evocativa - che tu hai ben colto - l'anfora di cui parlo è la "mia" fede. Oggi questa è vuota, quindi liberata, da un dio che mi sono trascinata dietro per troppo tempo come un cadavere da quando a cinque anni ho naufragato.
Sono nata ed ho vissuto serenamente per i primi cinque anni della mia esistenza, poiché in quegli anni nulla poneva in discussione chi ero. All'età di cinque anni, quasi sei, mi viene imposto di mettermi il grembiulino nero ed il fiocco azzurro, invece del grembiule bianco ed il fiocco rosa. Questa imposizione mi disse che gli altri mi leggevano in modo diverso da come io mi comprendevo. Per farmi diggerire o comprendere il perché di questo grembiule nero e fiocco azzurro, mia madre mi pose di fronte a mia sorella nata da poco. Eravamo molto diverse nel fisico, e questa diversità era lampante. Nell'estremo tentativo di recuperarmi chiesi quando sarei diventata così; la risposta fu "mai!", perchè io ero un maschietto e lei una femminuccia. Questo fu il mio naufragio, poiché mai nessuno mi avrebbe ri-conosciuto. Fu questo il momento in cui iniziai a costruire la mia anfora.
Questa anfora si rompe nell'ottobre del 1997, quando fui costretta ad accettarmi per quella che effettivamente sono: una donna con un fisico maschile. Parafrasando i primi capitoli della Genesi, c'è una domanda che per decenni aveva risuonato a vuoto nel giardino della mia esistenza: "dove sei?" A quella domanda ero sempre fuggita anteponendo il mio abito, la mia maschera, questa mia anfora! Ma quella sera, questa domanda, mi colse nuda e mi costrinse a rispondere semplicemente "eccomi"! Non ci fu felicità, ma angoscia; quella domanda che mi aveva colta nuda non proveniva dal dio dell'anfora e mi chiedeva il "perché" avessi vissuto così tanto tempo mangiando il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male. Risposi semplicemente che mi sembrava più facile!
Chi mi ha posto la domanda, e che sul fare della sera mi incontra, non mi ha giudicata, contrariamente al dio dell'anfora. Nietzsche morente di quale dio parla?
Sono una viaggiatrice, ed il mio punto di partenza è il mio naufragio che mi ha fatto perdere il senso di ogni arrivo! Viaggio ma non ho alcuna meta, non ho alcun approdo, ma solo la profonda consapevolezza di esserci in questo "qui ed ora" della storia, nella consapevolezza che questo è il miglior mondo possibile.
Un mondo senza dolore, senza schiavitù, senza ingiustizia, senza morte, sarebbe un mondo senza gioia, senza libertà, senza giustizia, senza vita! Sarebbe un mondo senza memoria. Sono una viaggiatrice, e non posso pensare a nulla che sia statico, perfetto, immobile! Forse è per questo che dico di non conoscere la felicità! Sono viva perché sono inqueta, costantemente in agitazione, costantemente alla ricerca di nuove cose, di nuovi spazi. Non ho interesse a raggiungere l'orizzonte, piuttosto mi affascina l'inseguirlo solo perché so che questo si sposta insieme a me. Non so se riesco ad esprimere quanto sento, ma tutto ciò che mi presenta una fissità, un limite, un recinto, mi annoia, mi infastidisce, non è nel mio interesse.
Non posso parlare di "dio" come se fosse "uno", definito, standarizzato da dogmi e da catechismi. Posso parlare di un dio che conosco, ma non so chi sia! Uno fra i tanti dei, diverso da ogni deità! Un dio che ha rinunciato ad essere assoluto e che si è posto nella relatività al momento che si è posto di fronte alla mia esistenza, alla mia pretesa di darne una interpretazione. Un dio giusto perché non ha giustizia di riferimento, che non ha distinzione fra bene e male. Un dio che la storia, la mia storia, se la gioca giorno per giorno e che non sa cosa accadrà domani, perché lo può scoprire solo vivendo il presente con me!
Sono convinta, cara Ausilia, che non esiste un pieno così pieno come il vuoto totale, ed in questo vuoto che finalmente trovo lo spazio di libertà a cui mi sono sentita chiamata.
Come ben sai, il mio vissuto ha un notevole peso nello sviluppo dei miei ragionamenti e nell'organizzazione del mio pensiero. Alcune mie affermazioni trovano - forse - senso proprio nel momento in cui si conoscono dei momenti salienti del mio vissuto.
Mi chiedi giustamente spiegazione se io prima avessi avuto ... felicità. Non lo so! Tutti narrano di "felicità" negandola o affermandola, esprimendo con questo termine astratto qualcosa che cerchi di identificare un qualcosa che hanno vissuto o che ritengono di non aver vissuto. Io non lo so semplicemente, poichè ciò che normalmente vedo descritto come "felicità" mi è qualcosa di estraneo, qualcosa di fronte al quale mi sento straniera. Ho conosciuto la gioia, la passione, l'esaltazione così come ogni loro contrario. Come te, avvicendo negazione ed assenza, schiavitù e liberazione.
Uscendo dalla metafora ed impoverendone l'immagine evocativa - che tu hai ben colto - l'anfora di cui parlo è la "mia" fede. Oggi questa è vuota, quindi liberata, da un dio che mi sono trascinata dietro per troppo tempo come un cadavere da quando a cinque anni ho naufragato.
Sono nata ed ho vissuto serenamente per i primi cinque anni della mia esistenza, poiché in quegli anni nulla poneva in discussione chi ero. All'età di cinque anni, quasi sei, mi viene imposto di mettermi il grembiulino nero ed il fiocco azzurro, invece del grembiule bianco ed il fiocco rosa. Questa imposizione mi disse che gli altri mi leggevano in modo diverso da come io mi comprendevo. Per farmi diggerire o comprendere il perché di questo grembiule nero e fiocco azzurro, mia madre mi pose di fronte a mia sorella nata da poco. Eravamo molto diverse nel fisico, e questa diversità era lampante. Nell'estremo tentativo di recuperarmi chiesi quando sarei diventata così; la risposta fu "mai!", perchè io ero un maschietto e lei una femminuccia. Questo fu il mio naufragio, poiché mai nessuno mi avrebbe ri-conosciuto. Fu questo il momento in cui iniziai a costruire la mia anfora.
Questa anfora si rompe nell'ottobre del 1997, quando fui costretta ad accettarmi per quella che effettivamente sono: una donna con un fisico maschile. Parafrasando i primi capitoli della Genesi, c'è una domanda che per decenni aveva risuonato a vuoto nel giardino della mia esistenza: "dove sei?" A quella domanda ero sempre fuggita anteponendo il mio abito, la mia maschera, questa mia anfora! Ma quella sera, questa domanda, mi colse nuda e mi costrinse a rispondere semplicemente "eccomi"! Non ci fu felicità, ma angoscia; quella domanda che mi aveva colta nuda non proveniva dal dio dell'anfora e mi chiedeva il "perché" avessi vissuto così tanto tempo mangiando il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male. Risposi semplicemente che mi sembrava più facile!
Chi mi ha posto la domanda, e che sul fare della sera mi incontra, non mi ha giudicata, contrariamente al dio dell'anfora. Nietzsche morente di quale dio parla?
Sono una viaggiatrice, ed il mio punto di partenza è il mio naufragio che mi ha fatto perdere il senso di ogni arrivo! Viaggio ma non ho alcuna meta, non ho alcun approdo, ma solo la profonda consapevolezza di esserci in questo "qui ed ora" della storia, nella consapevolezza che questo è il miglior mondo possibile.
Un mondo senza dolore, senza schiavitù, senza ingiustizia, senza morte, sarebbe un mondo senza gioia, senza libertà, senza giustizia, senza vita! Sarebbe un mondo senza memoria. Sono una viaggiatrice, e non posso pensare a nulla che sia statico, perfetto, immobile! Forse è per questo che dico di non conoscere la felicità! Sono viva perché sono inqueta, costantemente in agitazione, costantemente alla ricerca di nuove cose, di nuovi spazi. Non ho interesse a raggiungere l'orizzonte, piuttosto mi affascina l'inseguirlo solo perché so che questo si sposta insieme a me. Non so se riesco ad esprimere quanto sento, ma tutto ciò che mi presenta una fissità, un limite, un recinto, mi annoia, mi infastidisce, non è nel mio interesse.
Non posso parlare di "dio" come se fosse "uno", definito, standarizzato da dogmi e da catechismi. Posso parlare di un dio che conosco, ma non so chi sia! Uno fra i tanti dei, diverso da ogni deità! Un dio che ha rinunciato ad essere assoluto e che si è posto nella relatività al momento che si è posto di fronte alla mia esistenza, alla mia pretesa di darne una interpretazione. Un dio giusto perché non ha giustizia di riferimento, che non ha distinzione fra bene e male. Un dio che la storia, la mia storia, se la gioca giorno per giorno e che non sa cosa accadrà domani, perché lo può scoprire solo vivendo il presente con me!
Sono convinta, cara Ausilia, che non esiste un pieno così pieno come il vuoto totale, ed in questo vuoto che finalmente trovo lo spazio di libertà a cui mi sono sentita chiamata.
sabato 6 marzo 2010
Ho fatto naufragio. Ho navigato bene
venerdi’ 5 marzo 2010 da Ausilia
Mia cara,
lungi da me volerti suggerire idee, o riflettere a modo mio su ciò che tu, e soltanto tu, vivi.
Piuttosto ti parlerò anch’io di me, del mio vissuto: quello di oggi. E non per un confronto, bensì perché ciascuna di noi riceve stimolo dall’altra; ed è questo che mi intriga nella splendida amicizia con te . Lo farò sfidando il rischio di distruggere la mia immagine quale appariva a chi riteneva di ritrarla dal vero, mentre mi osservava dall’esterno.
Letteratura e realtà coincidono abbastanza, anche se il piatto della bilancia pende di più dalla parte della letteratura, meno falsa della concretezza della vita. Smontare la loro mistura per me significa distinguere bene i due piani e porsi su un terzo: quello dello spettatore, attento analista in cerca di verità. Bel momento di libertà godersi la scena senza paure.
Già, libertà!
Non c’è libertà se non a partire «da», e cioè dal suo contrario, dalla schiavitù.
Non invidio chi non ha provato, o forse non si è accorto di essere schiavo: degli altri di se stesso di Dio della vita del corpo dello spirito di tutto.
Hai mai pensato come sarebbe il mondo senza la schiavitù annidata nella e attorno alla nostra vita e perfino in seno all’universo? Ricordo le utopie costruite nel periodo a cavallo tra il rinascimento e l’illuminismo. Che squallore in un mondo tutto «pulito», privo delle scorie degli egoismi, o per lo meno cautelato contro di essi; un mondo tanto perfetto da far coincidere la felicità con l’ordine morale, materiale, spirituale. Un mondo più soffocante di quello che tu hai descritto efficacemente attraverso tutte le «negazioni» che ti ha regalato. Mentre ti leggevo con appassionata partecipazione, appena ho incontrato la parola «lotta», ho tirato un sospiro di sollievo, mentre mi tornava in mente la celebre frase: “ho fatto naufragio, quindi ho navigato”.
Poiché scrivo di getto, ti racconto un episodio che risale ai miei anni da liceale: narrando la vita di Rousseau nei suoi particolari ad una mia sorella che aveva fatto della pratica religiosa il tutto della sua esistenza, la sentii rammaricarsi: “che vita disordinata!”. Dentro di me scattò la ribellione contro “la vita ordinata” così come la intendeva lei, assieme alla voglia di uscire dal guscio nel quale era contenuta la mia adolescenza forzatamente prolungata.
Qui mi verrebbe spontaneo distinguere tra schiavitù e schiavitù, e so che sarei capace di cadere nella trappola di ritagliarla su misura del tuo dolore, della tua angoscia mortale, eccetera. Ma non è su queste tonalità che si svolgono i nostri dialoghi.
Passo dunque a dirti come cerco la verità di me stessa, al di là delle definizioni. Condivido il tuo: «di mio non c’è nulla», ma mi sento più fortunata di coloro che ritengono di avere qualcosa di proprio. Poveri illusi! Quanti costruttori di verità del soggetto, dell’oggetto, della loro adaequatio …. Io mi aggiro tra i luminari del pensiero, armata del bandolo del filo di Arianna, nel labirinto delle esperienze, sicché, svegliandomi dalla momentanea condivisione del loro sonno dogmatico (me lo concedo per conoscerli meglio), ritrovo la mia libertà-verità. Vedi caso, ha le stesse parole recitate poeticamente da un Nietzsche morente: “No! Torna indietro! / Con tutte le tue torture! /Tutte le lacrime mie corrono a te / e l’ultima fiamma del mio cuore / s’accende per te, / mio Dio sconosciuto! / Dolore mio! Felicità mia ultima!”. Anch’io, all’uscita dall’illusione, parlo da matta ad un Dio impastato nel mio vissuto di dolore e di felicità, irriconoscibile per via dei bagliori infocati di ultimità, e per via delle mie lacrime che si mescolano alla fiamma in via di spegnersi.
Già, dimenticavo che tu la felicità sembri ignorarla, anche se ne parli indirettamente nella metafora dell’anfora “preziosa e bella prima che si rompesse”. Ti chiedo spiegazione: dunque l’avevi? Bene a sapersi. Io non credo di averne avuta una, e mi sento fortunata perché, in tal modo, non si è rotta. Ma fa lo stesso. Meno male, scusami, che quell’anfora rotta “non faccia più parte di te”. Conta piuttosto il vuoto (di senso di fine di tutto) che ha lasciato nell’infrangersi. Uno spazio da riempire o da lasciare vuoto? A te la risposta.
La mia verità è suggestiva grazie a tale vuoto nel quale si avvicendano opposti stati d’animo. Li intravedo e li lascio fuggire. Di mio resta l’avvicendarsi di negazione e di assenza, di schiavitù e di liberazione.
E continuo a navigare in un mare nel quale so di dover naufragare, remando contro.
Ausilia
Mia cara,
lungi da me volerti suggerire idee, o riflettere a modo mio su ciò che tu, e soltanto tu, vivi.
Piuttosto ti parlerò anch’io di me, del mio vissuto: quello di oggi. E non per un confronto, bensì perché ciascuna di noi riceve stimolo dall’altra; ed è questo che mi intriga nella splendida amicizia con te . Lo farò sfidando il rischio di distruggere la mia immagine quale appariva a chi riteneva di ritrarla dal vero, mentre mi osservava dall’esterno.
Letteratura e realtà coincidono abbastanza, anche se il piatto della bilancia pende di più dalla parte della letteratura, meno falsa della concretezza della vita. Smontare la loro mistura per me significa distinguere bene i due piani e porsi su un terzo: quello dello spettatore, attento analista in cerca di verità. Bel momento di libertà godersi la scena senza paure.
Già, libertà!
Non c’è libertà se non a partire «da», e cioè dal suo contrario, dalla schiavitù.
Non invidio chi non ha provato, o forse non si è accorto di essere schiavo: degli altri di se stesso di Dio della vita del corpo dello spirito di tutto.
Hai mai pensato come sarebbe il mondo senza la schiavitù annidata nella e attorno alla nostra vita e perfino in seno all’universo? Ricordo le utopie costruite nel periodo a cavallo tra il rinascimento e l’illuminismo. Che squallore in un mondo tutto «pulito», privo delle scorie degli egoismi, o per lo meno cautelato contro di essi; un mondo tanto perfetto da far coincidere la felicità con l’ordine morale, materiale, spirituale. Un mondo più soffocante di quello che tu hai descritto efficacemente attraverso tutte le «negazioni» che ti ha regalato. Mentre ti leggevo con appassionata partecipazione, appena ho incontrato la parola «lotta», ho tirato un sospiro di sollievo, mentre mi tornava in mente la celebre frase: “ho fatto naufragio, quindi ho navigato”.
Poiché scrivo di getto, ti racconto un episodio che risale ai miei anni da liceale: narrando la vita di Rousseau nei suoi particolari ad una mia sorella che aveva fatto della pratica religiosa il tutto della sua esistenza, la sentii rammaricarsi: “che vita disordinata!”. Dentro di me scattò la ribellione contro “la vita ordinata” così come la intendeva lei, assieme alla voglia di uscire dal guscio nel quale era contenuta la mia adolescenza forzatamente prolungata.
Qui mi verrebbe spontaneo distinguere tra schiavitù e schiavitù, e so che sarei capace di cadere nella trappola di ritagliarla su misura del tuo dolore, della tua angoscia mortale, eccetera. Ma non è su queste tonalità che si svolgono i nostri dialoghi.
Passo dunque a dirti come cerco la verità di me stessa, al di là delle definizioni. Condivido il tuo: «di mio non c’è nulla», ma mi sento più fortunata di coloro che ritengono di avere qualcosa di proprio. Poveri illusi! Quanti costruttori di verità del soggetto, dell’oggetto, della loro adaequatio …. Io mi aggiro tra i luminari del pensiero, armata del bandolo del filo di Arianna, nel labirinto delle esperienze, sicché, svegliandomi dalla momentanea condivisione del loro sonno dogmatico (me lo concedo per conoscerli meglio), ritrovo la mia libertà-verità. Vedi caso, ha le stesse parole recitate poeticamente da un Nietzsche morente: “No! Torna indietro! / Con tutte le tue torture! /Tutte le lacrime mie corrono a te / e l’ultima fiamma del mio cuore / s’accende per te, / mio Dio sconosciuto! / Dolore mio! Felicità mia ultima!”. Anch’io, all’uscita dall’illusione, parlo da matta ad un Dio impastato nel mio vissuto di dolore e di felicità, irriconoscibile per via dei bagliori infocati di ultimità, e per via delle mie lacrime che si mescolano alla fiamma in via di spegnersi.
Già, dimenticavo che tu la felicità sembri ignorarla, anche se ne parli indirettamente nella metafora dell’anfora “preziosa e bella prima che si rompesse”. Ti chiedo spiegazione: dunque l’avevi? Bene a sapersi. Io non credo di averne avuta una, e mi sento fortunata perché, in tal modo, non si è rotta. Ma fa lo stesso. Meno male, scusami, che quell’anfora rotta “non faccia più parte di te”. Conta piuttosto il vuoto (di senso di fine di tutto) che ha lasciato nell’infrangersi. Uno spazio da riempire o da lasciare vuoto? A te la risposta.
La mia verità è suggestiva grazie a tale vuoto nel quale si avvicendano opposti stati d’animo. Li intravedo e li lascio fuggire. Di mio resta l’avvicendarsi di negazione e di assenza, di schiavitù e di liberazione.
E continuo a navigare in un mare nel quale so di dover naufragare, remando contro.
Ausilia
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