http://www.women.it/orlando/;
http://www.diotimafilosofe.it/; http://www.donnealtri.it/home/; http://www.cdbchieri.it/; http://www.cdbitalia.it/gruppi_donne_cdb.html
mercoledì 7 aprile 2010
domenica 4 aprile 2010
Ausilia - Diario di Pasqua 2010
Sono svaniti i pensieri sulla Pasqua dei tempi trascorsi. Lo riconosco: una venatura di retorica serpeggiava tra le righe in cui narravo la mia fede; e non mi riesce facile riconoscermi nel cambiamento sostanziale circa l’oggetto principale sul quale ho impostato la mia vita. Ormai trovo inadeguate, in me ed attorno a me, le ambiguità di cui ci pasciamo tutti. Oggi più di ieri il velo di Maya cerca invano di nascondere le incertezze dell’esserci per caso o quasi. Non è forse vero che l’universo intero potrebbe precipitare da un momento all’altro? che le consequenzialità di quanto avviene sono sommerse da contraddizioni che fanno presagire l’esplosione? che l’umanità vuole raggiungere la pienezza e non riesce a darle spazio? che le opinioni dei nostri accanimenti logici sono fuochi fatui? Il mio giudizio sulle tortuosità che insidiano la verità si estende a tutto l’arco che va dalle religioni alle filosofie al senso comune al quotidiano. E quando tento di rompere quel velo pietoso, mi pervade un senso di vergogna e di colpa per non essere la persona perbene della cui maschera mi sono rivestita finora in buona fede.
Eppure.
Eppure ogni tanto, come nella pasqua di oggi, uno squarcio solleva a mia insaputa quel velo, e mi fa posare lo sguardo sull’ignoto. Si illumina un quadro estremamente vuoto, tanto da vedere, anzi non vedere per troppo abbaglio, che luce. Stremata, prendo il coraggio con tutto quanto rimane di me e accetto di vacillare nello spazio svuotato di tutto. Erano illusioni a nutrirmi di incongruenze, tanto che ora non ci sono più, e assieme ad esse è scomparsa la loro radice di dolore di male di assenza di morte.
Non chiedetemi quale è il volto di questa visione, meglio, di questa non-visione. Perché dovrei usare parole innominabili incomunicabili inesistenti.
Posso solo esemplificare. La metto sull’impersonale per accennare ad una possibilità per tutti.
Chi non ha sobbalzato di «en-tusiasmo» di fronte al bello? In un bimbo, in un fiore, in un sentimento puro, in un’opera d’arte, in una piega nel volto di chicchessia, in una particella, in un soffio... La bellezza della risurrezione ad un altro modo di essere può profilarsi perfino in un grido disperato, dove è assente ogni speranza concreta. Ne sono profeti, ad esempio, genitori quando, privati di un figlio, dicono: “che questa disgrazia sia evitata ad altri, che serva a qualcuno”. E penso anche a «L’urlo» lacerante di Edvard Munch, emesso nel muto linguaggio artistico, che sa farsi compendio del dolore del mondo, prodromo e pedagogo di una felicità, altra già qui, sulla terra. Dolore e felicità senza astrazioni e sublimazioni, semplice commento di un senso che la ragione e finanche la fede non sa dare; che solo la bellezza sa dipingere. Perché il bello non ha realtà autonoma, non appartiene all’ordine dell’essere e del non-essere; è iscritto nell’ineffabile, dentro e fuori di noi. La luce che emana sfugge ai sensi; è senza forma e senza colore, eppure più concretamente tangibile visibile vera.
L’illuminazione degna di questo nome non lascia giocare con le parole perché non accede a luoghi abitati da un bene-bello-vero dal fascino percettibile. Sovrasta l’ombrosa luce terrena, stravolge le apparenze e trascina verso il mistero.
Quei momenti estatici mi restituiscono a me stessa, mi fanno riconoscere. Mi guardo allo specchio per decifrare i segni della trasformazione, e che vedo? Il mio corpo, compenetrato di mistero, è divenuto tutt’uno con l’invisibile luce, priva dei tratti del «terribile sacro» di cui parlano gli antropologi. E’ luce che non mi fa paura, ma mi impone silenzio. A ragione i veri credenti sono testimoni e facitori, non dicitori della verità.
Alla resurrezione descritta nei Vangeli, formulata e professata nel credo, non si può dare il significato di ri-vivificazione o di perennità corporea, perché del corpo muore ciò che è fatto per finire; come il feto e tutto quello che da esso si sviluppa, cedono il posto al corpo maturo.
Nessuno ha inventato le parole giuste per dire la vita compenetrata della Luce che vince la morte. E forse il dolore ha qualche sillaba meno sbagliata della gioia per lanciarne un segnale di vigile allarme contro il Buio. D’altra parte né dolore né gioia possono dare sostanza a parole nuove, che si riferiscano a ciò che E’.
Ecco perché ci muoviamo sballottati di qua e di là quando guardiamo alla vita così come appare. Ecco perché il «sempre» ci pare inutile noiosa ripetizione e ci fa paura quando allude all’aldilà. Il sempre del mistero non conosce stanchezze di ritorno e di re-inizio. E’ il sempre presente già ora nel tempo oltre il tempo, nella vita oltre la vita. A patto di mettersi in gioco e di sfidare la labilità di ciò che muore.
Ausilia
Eppure.
Eppure ogni tanto, come nella pasqua di oggi, uno squarcio solleva a mia insaputa quel velo, e mi fa posare lo sguardo sull’ignoto. Si illumina un quadro estremamente vuoto, tanto da vedere, anzi non vedere per troppo abbaglio, che luce. Stremata, prendo il coraggio con tutto quanto rimane di me e accetto di vacillare nello spazio svuotato di tutto. Erano illusioni a nutrirmi di incongruenze, tanto che ora non ci sono più, e assieme ad esse è scomparsa la loro radice di dolore di male di assenza di morte.
Non chiedetemi quale è il volto di questa visione, meglio, di questa non-visione. Perché dovrei usare parole innominabili incomunicabili inesistenti.
Posso solo esemplificare. La metto sull’impersonale per accennare ad una possibilità per tutti.
Chi non ha sobbalzato di «en-tusiasmo» di fronte al bello? In un bimbo, in un fiore, in un sentimento puro, in un’opera d’arte, in una piega nel volto di chicchessia, in una particella, in un soffio... La bellezza della risurrezione ad un altro modo di essere può profilarsi perfino in un grido disperato, dove è assente ogni speranza concreta. Ne sono profeti, ad esempio, genitori quando, privati di un figlio, dicono: “che questa disgrazia sia evitata ad altri, che serva a qualcuno”. E penso anche a «L’urlo» lacerante di Edvard Munch, emesso nel muto linguaggio artistico, che sa farsi compendio del dolore del mondo, prodromo e pedagogo di una felicità, altra già qui, sulla terra. Dolore e felicità senza astrazioni e sublimazioni, semplice commento di un senso che la ragione e finanche la fede non sa dare; che solo la bellezza sa dipingere. Perché il bello non ha realtà autonoma, non appartiene all’ordine dell’essere e del non-essere; è iscritto nell’ineffabile, dentro e fuori di noi. La luce che emana sfugge ai sensi; è senza forma e senza colore, eppure più concretamente tangibile visibile vera.
L’illuminazione degna di questo nome non lascia giocare con le parole perché non accede a luoghi abitati da un bene-bello-vero dal fascino percettibile. Sovrasta l’ombrosa luce terrena, stravolge le apparenze e trascina verso il mistero.
Quei momenti estatici mi restituiscono a me stessa, mi fanno riconoscere. Mi guardo allo specchio per decifrare i segni della trasformazione, e che vedo? Il mio corpo, compenetrato di mistero, è divenuto tutt’uno con l’invisibile luce, priva dei tratti del «terribile sacro» di cui parlano gli antropologi. E’ luce che non mi fa paura, ma mi impone silenzio. A ragione i veri credenti sono testimoni e facitori, non dicitori della verità.
Alla resurrezione descritta nei Vangeli, formulata e professata nel credo, non si può dare il significato di ri-vivificazione o di perennità corporea, perché del corpo muore ciò che è fatto per finire; come il feto e tutto quello che da esso si sviluppa, cedono il posto al corpo maturo.
Nessuno ha inventato le parole giuste per dire la vita compenetrata della Luce che vince la morte. E forse il dolore ha qualche sillaba meno sbagliata della gioia per lanciarne un segnale di vigile allarme contro il Buio. D’altra parte né dolore né gioia possono dare sostanza a parole nuove, che si riferiscano a ciò che E’.
Ecco perché ci muoviamo sballottati di qua e di là quando guardiamo alla vita così come appare. Ecco perché il «sempre» ci pare inutile noiosa ripetizione e ci fa paura quando allude all’aldilà. Il sempre del mistero non conosce stanchezze di ritorno e di re-inizio. E’ il sempre presente già ora nel tempo oltre il tempo, nella vita oltre la vita. A patto di mettersi in gioco e di sfidare la labilità di ciò che muore.
Ausilia
domenica 28 marzo 2010
Cara Ausilia, scrivo di getto, senza una precedente elaborazione ed organizzazione del mio pensiero. Quanto scrivi mi pone una quantità di elementi di riflessione, tutti da affrontare, tutti da analizzare e da sviscerare, quindi procedo facendo una selezione non ragionata, ma di impressione.
La libertà è tale proprio quando non definisce delle modalità, delle omologazioni, degli steccati che definiscono forzatamente delle appartenenze. Ciascuna persona vive la propria schiavitù o la propria libertà soggettivamente, con l'unico discrimine che è la "consapevolezza" di sé. Infatti non ritengo che l'accettazione di sé sia discriminante nella dimensione della libertà o della schiavitù, ma piuttosto la consapevolezza di esserci come persone libere o come persone schiave.
La consapevolezza potrei tradurla o meglio indicarla come "conoscenza di sé", quella conoscenza che è in costante divenire, che non precinde dagli altri, ma che con gli altri da sé si confronta senza perdersi. Intraprendere la strada stetta della conoscenza di sé non è una introversione, ma piuttosto il porre come primaria la condizione che "io" (inteso come ogni "io"), in quanto soggetto unico ed irripetibile, non sono superabile, omologabile, od interpretabile a prescindere ma stessa. L'esser consapevoli di sé non implica necessariamente l'accettazione di sé! I due piani non devono mai essere confusi o sovrapposti. Conosco me stessa, ed è solo nel momento in cui conosco me stessa - i miei liniti, le mie potenzialità, i miei principi - posso trovarmi di fronte alla accettazione di chi sono o meno.
La libertà di interpretarsi, appunto, quella libertà che non può essere sottoposta a nessun giudizio, a nessuna norma o griglia. Accolta in ogni caso a prescindere dall'essere più o meno condivisa.
Altra questione è quella dell'esserci "qui ed ora", che non il "carpe diem" nel senso dell'esclusività dell'oggi, quanto la consapevolezza che io oggi sono il prodotto comunque di ciò che ho vissuto. Lo sbandamento di una persona come me è il fatto di non avere storia, ed il suo vissuto è un bagaglio che può essere usato, ma che non sempre ha una reale intersezione o inerenza con la propria persona. Ciò nonostante ho vissuto, e questo costituisce la componente fondamentale del mio qui ed ora. Del resto, anche la questione del futuro si pone come un elemento interpretativo che deve essere chiarito. Io spesso affermo di non avere futuro, poiché ritengo che oggi sia il luogo della costruzione, della progettazione, della elaborazione, dell'impegno per qualcosa nel quale si crede. Non ho Regni di dio futuri, ma solo la presente signoria di dio che si esercita oggi nella mia esistenza e che mi configura come sua serva. Non ho aspettative, piuttosto attese che implicano il mio lavorare nel presente. Piena di prospettive, priva di ogni dimensione illusoria del domani! Oggi è il miglior mondo possibile, ed in questo mondo cerco di lottare, lavorare, costruire perchè migliori - se possibile.
Il mio dio non è impotente, ma neanche onnipotente! E' il dio che mi chiama ed al quale rispondo, il dio che ha un progetto e che per portarlo avanti deve fare i conti con i miei limiti, le mie paure, le mie difficoltà che, proprio per questo, è il dio che non va oltre a me, ma che è "con me". Non so, sinceramente, se con questo mio dire lo "definisco"; spero di no, per quanto comunque sono costretta a darmene una immagine ed una interpretazione.
Come sai, sto organizzando il Congresso Italiano Transgender Transessuali, il cui slogan è il sequente: "io non sono il problema ... io sono la soluzione"!
C'è una stretta relazione in tutto ciò che faccio e penso, ed è il progetto di una società più equa, una società dove ci sia l'affermazione - senza se e senza ma - del diritto di ogni persona ad autodeterminarsi.
Forse proprio per questo sempre l'orizzonte, non certo per raggiungerlo, ma per vederlo costantemente spostarsi con il mio avanzare. Io sono finita ed ho il mio limite, proprio per questo posso cogliere il senso dell'infinito, nel quale appunto, come te, posso e sono pienamente libera di inventarmi.
Ti abbraccio
Darianna
La libertà è tale proprio quando non definisce delle modalità, delle omologazioni, degli steccati che definiscono forzatamente delle appartenenze. Ciascuna persona vive la propria schiavitù o la propria libertà soggettivamente, con l'unico discrimine che è la "consapevolezza" di sé. Infatti non ritengo che l'accettazione di sé sia discriminante nella dimensione della libertà o della schiavitù, ma piuttosto la consapevolezza di esserci come persone libere o come persone schiave.
La consapevolezza potrei tradurla o meglio indicarla come "conoscenza di sé", quella conoscenza che è in costante divenire, che non precinde dagli altri, ma che con gli altri da sé si confronta senza perdersi. Intraprendere la strada stetta della conoscenza di sé non è una introversione, ma piuttosto il porre come primaria la condizione che "io" (inteso come ogni "io"), in quanto soggetto unico ed irripetibile, non sono superabile, omologabile, od interpretabile a prescindere ma stessa. L'esser consapevoli di sé non implica necessariamente l'accettazione di sé! I due piani non devono mai essere confusi o sovrapposti. Conosco me stessa, ed è solo nel momento in cui conosco me stessa - i miei liniti, le mie potenzialità, i miei principi - posso trovarmi di fronte alla accettazione di chi sono o meno.
La libertà di interpretarsi, appunto, quella libertà che non può essere sottoposta a nessun giudizio, a nessuna norma o griglia. Accolta in ogni caso a prescindere dall'essere più o meno condivisa.
Altra questione è quella dell'esserci "qui ed ora", che non il "carpe diem" nel senso dell'esclusività dell'oggi, quanto la consapevolezza che io oggi sono il prodotto comunque di ciò che ho vissuto. Lo sbandamento di una persona come me è il fatto di non avere storia, ed il suo vissuto è un bagaglio che può essere usato, ma che non sempre ha una reale intersezione o inerenza con la propria persona. Ciò nonostante ho vissuto, e questo costituisce la componente fondamentale del mio qui ed ora. Del resto, anche la questione del futuro si pone come un elemento interpretativo che deve essere chiarito. Io spesso affermo di non avere futuro, poiché ritengo che oggi sia il luogo della costruzione, della progettazione, della elaborazione, dell'impegno per qualcosa nel quale si crede. Non ho Regni di dio futuri, ma solo la presente signoria di dio che si esercita oggi nella mia esistenza e che mi configura come sua serva. Non ho aspettative, piuttosto attese che implicano il mio lavorare nel presente. Piena di prospettive, priva di ogni dimensione illusoria del domani! Oggi è il miglior mondo possibile, ed in questo mondo cerco di lottare, lavorare, costruire perchè migliori - se possibile.
Il mio dio non è impotente, ma neanche onnipotente! E' il dio che mi chiama ed al quale rispondo, il dio che ha un progetto e che per portarlo avanti deve fare i conti con i miei limiti, le mie paure, le mie difficoltà che, proprio per questo, è il dio che non va oltre a me, ma che è "con me". Non so, sinceramente, se con questo mio dire lo "definisco"; spero di no, per quanto comunque sono costretta a darmene una immagine ed una interpretazione.
Come sai, sto organizzando il Congresso Italiano Transgender Transessuali, il cui slogan è il sequente: "io non sono il problema ... io sono la soluzione"!
C'è una stretta relazione in tutto ciò che faccio e penso, ed è il progetto di una società più equa, una società dove ci sia l'affermazione - senza se e senza ma - del diritto di ogni persona ad autodeterminarsi.
Forse proprio per questo sempre l'orizzonte, non certo per raggiungerlo, ma per vederlo costantemente spostarsi con il mio avanzare. Io sono finita ed ho il mio limite, proprio per questo posso cogliere il senso dell'infinito, nel quale appunto, come te, posso e sono pienamente libera di inventarmi.
Ti abbraccio
Darianna
domenica 21 marzo 2010
La libertà di inventarsi 20 marzo 2010
Cara Darianna
Nel leggerti ho provato mille sensazioni e mille motivi di riflessione. Comincio dall’ultima frase, che per me è la più bella: «non esiste un pieno così pieno come il vuoto totale, ed è in questo vuoto che finalmente trovo lo spazio di libertà a cui mi sono sentita chiamata». Non commento, ma aggiungo.
Mi sembra diverso, dal tuo, il modo in cui io vivo la libertà; o almeno sono diverse le deduzioni.
Io non faccio altro che svincolarmi dalle strettoie nelle quali alcuni si lasciano impigliare: non sopporto che altri decida per me, esprima giudizi non richiesti e gratuiti sul mio agire dissentire essere C’è quando mordo i freni per non essere inopportuna, ma appena posso scappo a gambe levate; e quando anche le mie gambe materiali non ce la fanno, ne metto in moto altre invisibili, che mi fanno trovare scorciatoie e mezzi di fortuna con cui raggiungere la «casa» che mi sono costruita dentro, dilatata a spazi sempre nuovi. Introversione? Tutt’altro. Senza maschera riesco a vedere meglio e a socializzare meglio di chi dice sempre «amen-amen» come i vecchioni dell’apocalisse.
Il tuo accenno al vuoto-pieno mi richiama il rapporto intrinseco, sofferto, tra libertà e solitudine. Ogni volta che supero una prova, prendo familiarità col vuoto che mi ha lasciato, e mi accorgo dell’identità tra vuoto come spazio interiore, e pieno come ricchezza senza possesso. Il miracolo lo compie la liberazione; mai totale, e perciò sempre stimolante.
Spesso affermi di riferirti all’esserci qui ed ora. D’accordo su questo punto, da cui partiamo assieme per poi divaricarci.
Il mio «qui ed ora» non è l’attimo fuggente del vagare senza meta. In esso si compendia un passato ed un futuro svuotati, il primo di pesantezze, il secondo di paure. Non è questione di sintesi, ma di novità che si rinnova in ogni attimo: in questo non si vanifica ciò che ho conquistato ieri e non si prefigura un futuro ritagliato sul passato. E non credere che parli di rose e fiori: la fatica e l’impotenza si moltiplicano col passare degli anni di fronte al «cessare»; ma l’avventura diventa interessantissima, davvero nuova. Punto.
Non entro in sintonia col tuo dare attributi al dio che ti resta dopo l’abbandono del primo. Così come non mi convincono le tesi di tanti mistici che parlano del dio-impotente-per-amore. Il mio associarmi al dio di Nietzsche è semplice ricorso ad un’immagine che mi concilia al mio percorso laico: nel quale tutto ciò che ho imparato della divinità ha lasciato una traccia, che ritrovo mia e solo mia per via della novità che vi ho impressa. Ripeto infatti le parole: “mio Dio sconosciuto! / Dolore mio! Felicità mia ultima!”, ma il «mio» ripetuto dal filosofo-poeta la dice lunga dell’intreccio tra questo dio e il suo io. Le vertigini di felicità mista a dolore sono caratteristica del dolore del parto: del dio generato nell’io. E’ questa la felicità che tu dici di ignorare, fatta di dolore non ingoiato a forza né sublimato, ma assaporato fino a farlo divenire carne dell’esserci.
E poi a te piace inseguire l’orizzonte. Io amo lo smarrimento del guardarlo e del trovarlo lontano, il più possibile. Da esso non mi aspetto altro che il vedervi specchiata la mia infinitezza che sovrasta, mentre l’assume, la finitezza. Sì, il bello dell’esistenza è proprio questo misto di finitezza e infinitezza di cui parla Pascal, e non solo lui.
Lo so, le mie parole possono apparire ermetiche a menti pigre, ma non posso annacquare la densità del mio sentire. Ora che la porzione di verità conquistata è a mia disposizione, il pieno che riempie il mio vuoto mentre lo scava sempre più, mi fa dire l’indicibile della verità di me stessa: l’esserci qui ed ora come lo sarebbe un dio finito. Infinitamente finito, o finitamente infinito. E perciò l’unico attributo che gli riconosco e quello che riconosco in me: la libertà di inventarsi.
Cara Darianna, sono sicura che mi segui, e forse riconoscerai come di fronte ad una libertà così intesa, non è giusto tormentarsi a causa della stupidaggine dei guardoni del niente. E’ ora di farti maestra, ad altre vittime «trans», della possibilità di immettere in un presente nuovo tutta la ricchezza cumulata nel dolore. So che non lo farai con moduli scaduti o con gesti inconsulti, ma attraverso la tua novità.
Ausilia
Nel leggerti ho provato mille sensazioni e mille motivi di riflessione. Comincio dall’ultima frase, che per me è la più bella: «non esiste un pieno così pieno come il vuoto totale, ed è in questo vuoto che finalmente trovo lo spazio di libertà a cui mi sono sentita chiamata». Non commento, ma aggiungo.
Mi sembra diverso, dal tuo, il modo in cui io vivo la libertà; o almeno sono diverse le deduzioni.
Io non faccio altro che svincolarmi dalle strettoie nelle quali alcuni si lasciano impigliare: non sopporto che altri decida per me, esprima giudizi non richiesti e gratuiti sul mio agire dissentire essere C’è quando mordo i freni per non essere inopportuna, ma appena posso scappo a gambe levate; e quando anche le mie gambe materiali non ce la fanno, ne metto in moto altre invisibili, che mi fanno trovare scorciatoie e mezzi di fortuna con cui raggiungere la «casa» che mi sono costruita dentro, dilatata a spazi sempre nuovi. Introversione? Tutt’altro. Senza maschera riesco a vedere meglio e a socializzare meglio di chi dice sempre «amen-amen» come i vecchioni dell’apocalisse.
Il tuo accenno al vuoto-pieno mi richiama il rapporto intrinseco, sofferto, tra libertà e solitudine. Ogni volta che supero una prova, prendo familiarità col vuoto che mi ha lasciato, e mi accorgo dell’identità tra vuoto come spazio interiore, e pieno come ricchezza senza possesso. Il miracolo lo compie la liberazione; mai totale, e perciò sempre stimolante.
Spesso affermi di riferirti all’esserci qui ed ora. D’accordo su questo punto, da cui partiamo assieme per poi divaricarci.
Il mio «qui ed ora» non è l’attimo fuggente del vagare senza meta. In esso si compendia un passato ed un futuro svuotati, il primo di pesantezze, il secondo di paure. Non è questione di sintesi, ma di novità che si rinnova in ogni attimo: in questo non si vanifica ciò che ho conquistato ieri e non si prefigura un futuro ritagliato sul passato. E non credere che parli di rose e fiori: la fatica e l’impotenza si moltiplicano col passare degli anni di fronte al «cessare»; ma l’avventura diventa interessantissima, davvero nuova. Punto.
Non entro in sintonia col tuo dare attributi al dio che ti resta dopo l’abbandono del primo. Così come non mi convincono le tesi di tanti mistici che parlano del dio-impotente-per-amore. Il mio associarmi al dio di Nietzsche è semplice ricorso ad un’immagine che mi concilia al mio percorso laico: nel quale tutto ciò che ho imparato della divinità ha lasciato una traccia, che ritrovo mia e solo mia per via della novità che vi ho impressa. Ripeto infatti le parole: “mio Dio sconosciuto! / Dolore mio! Felicità mia ultima!”, ma il «mio» ripetuto dal filosofo-poeta la dice lunga dell’intreccio tra questo dio e il suo io. Le vertigini di felicità mista a dolore sono caratteristica del dolore del parto: del dio generato nell’io. E’ questa la felicità che tu dici di ignorare, fatta di dolore non ingoiato a forza né sublimato, ma assaporato fino a farlo divenire carne dell’esserci.
E poi a te piace inseguire l’orizzonte. Io amo lo smarrimento del guardarlo e del trovarlo lontano, il più possibile. Da esso non mi aspetto altro che il vedervi specchiata la mia infinitezza che sovrasta, mentre l’assume, la finitezza. Sì, il bello dell’esistenza è proprio questo misto di finitezza e infinitezza di cui parla Pascal, e non solo lui.
Lo so, le mie parole possono apparire ermetiche a menti pigre, ma non posso annacquare la densità del mio sentire. Ora che la porzione di verità conquistata è a mia disposizione, il pieno che riempie il mio vuoto mentre lo scava sempre più, mi fa dire l’indicibile della verità di me stessa: l’esserci qui ed ora come lo sarebbe un dio finito. Infinitamente finito, o finitamente infinito. E perciò l’unico attributo che gli riconosco e quello che riconosco in me: la libertà di inventarsi.
Cara Darianna, sono sicura che mi segui, e forse riconoscerai come di fronte ad una libertà così intesa, non è giusto tormentarsi a causa della stupidaggine dei guardoni del niente. E’ ora di farti maestra, ad altre vittime «trans», della possibilità di immettere in un presente nuovo tutta la ricchezza cumulata nel dolore. So che non lo farai con moduli scaduti o con gesti inconsulti, ma attraverso la tua novità.
Ausilia
sabato 13 marzo 2010
Sono una viaggiatrice
Cara Ausilia,
Come ben sai, il mio vissuto ha un notevole peso nello sviluppo dei miei ragionamenti e nell'organizzazione del mio pensiero. Alcune mie affermazioni trovano - forse - senso proprio nel momento in cui si conoscono dei momenti salienti del mio vissuto.
Mi chiedi giustamente spiegazione se io prima avessi avuto ... felicità. Non lo so! Tutti narrano di "felicità" negandola o affermandola, esprimendo con questo termine astratto qualcosa che cerchi di identificare un qualcosa che hanno vissuto o che ritengono di non aver vissuto. Io non lo so semplicemente, poichè ciò che normalmente vedo descritto come "felicità" mi è qualcosa di estraneo, qualcosa di fronte al quale mi sento straniera. Ho conosciuto la gioia, la passione, l'esaltazione così come ogni loro contrario. Come te, avvicendo negazione ed assenza, schiavitù e liberazione.
Uscendo dalla metafora ed impoverendone l'immagine evocativa - che tu hai ben colto - l'anfora di cui parlo è la "mia" fede. Oggi questa è vuota, quindi liberata, da un dio che mi sono trascinata dietro per troppo tempo come un cadavere da quando a cinque anni ho naufragato.
Sono nata ed ho vissuto serenamente per i primi cinque anni della mia esistenza, poiché in quegli anni nulla poneva in discussione chi ero. All'età di cinque anni, quasi sei, mi viene imposto di mettermi il grembiulino nero ed il fiocco azzurro, invece del grembiule bianco ed il fiocco rosa. Questa imposizione mi disse che gli altri mi leggevano in modo diverso da come io mi comprendevo. Per farmi diggerire o comprendere il perché di questo grembiule nero e fiocco azzurro, mia madre mi pose di fronte a mia sorella nata da poco. Eravamo molto diverse nel fisico, e questa diversità era lampante. Nell'estremo tentativo di recuperarmi chiesi quando sarei diventata così; la risposta fu "mai!", perchè io ero un maschietto e lei una femminuccia. Questo fu il mio naufragio, poiché mai nessuno mi avrebbe ri-conosciuto. Fu questo il momento in cui iniziai a costruire la mia anfora.
Questa anfora si rompe nell'ottobre del 1997, quando fui costretta ad accettarmi per quella che effettivamente sono: una donna con un fisico maschile. Parafrasando i primi capitoli della Genesi, c'è una domanda che per decenni aveva risuonato a vuoto nel giardino della mia esistenza: "dove sei?" A quella domanda ero sempre fuggita anteponendo il mio abito, la mia maschera, questa mia anfora! Ma quella sera, questa domanda, mi colse nuda e mi costrinse a rispondere semplicemente "eccomi"! Non ci fu felicità, ma angoscia; quella domanda che mi aveva colta nuda non proveniva dal dio dell'anfora e mi chiedeva il "perché" avessi vissuto così tanto tempo mangiando il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male. Risposi semplicemente che mi sembrava più facile!
Chi mi ha posto la domanda, e che sul fare della sera mi incontra, non mi ha giudicata, contrariamente al dio dell'anfora. Nietzsche morente di quale dio parla?
Sono una viaggiatrice, ed il mio punto di partenza è il mio naufragio che mi ha fatto perdere il senso di ogni arrivo! Viaggio ma non ho alcuna meta, non ho alcun approdo, ma solo la profonda consapevolezza di esserci in questo "qui ed ora" della storia, nella consapevolezza che questo è il miglior mondo possibile.
Un mondo senza dolore, senza schiavitù, senza ingiustizia, senza morte, sarebbe un mondo senza gioia, senza libertà, senza giustizia, senza vita! Sarebbe un mondo senza memoria. Sono una viaggiatrice, e non posso pensare a nulla che sia statico, perfetto, immobile! Forse è per questo che dico di non conoscere la felicità! Sono viva perché sono inqueta, costantemente in agitazione, costantemente alla ricerca di nuove cose, di nuovi spazi. Non ho interesse a raggiungere l'orizzonte, piuttosto mi affascina l'inseguirlo solo perché so che questo si sposta insieme a me. Non so se riesco ad esprimere quanto sento, ma tutto ciò che mi presenta una fissità, un limite, un recinto, mi annoia, mi infastidisce, non è nel mio interesse.
Non posso parlare di "dio" come se fosse "uno", definito, standarizzato da dogmi e da catechismi. Posso parlare di un dio che conosco, ma non so chi sia! Uno fra i tanti dei, diverso da ogni deità! Un dio che ha rinunciato ad essere assoluto e che si è posto nella relatività al momento che si è posto di fronte alla mia esistenza, alla mia pretesa di darne una interpretazione. Un dio giusto perché non ha giustizia di riferimento, che non ha distinzione fra bene e male. Un dio che la storia, la mia storia, se la gioca giorno per giorno e che non sa cosa accadrà domani, perché lo può scoprire solo vivendo il presente con me!
Sono convinta, cara Ausilia, che non esiste un pieno così pieno come il vuoto totale, ed in questo vuoto che finalmente trovo lo spazio di libertà a cui mi sono sentita chiamata.
Come ben sai, il mio vissuto ha un notevole peso nello sviluppo dei miei ragionamenti e nell'organizzazione del mio pensiero. Alcune mie affermazioni trovano - forse - senso proprio nel momento in cui si conoscono dei momenti salienti del mio vissuto.
Mi chiedi giustamente spiegazione se io prima avessi avuto ... felicità. Non lo so! Tutti narrano di "felicità" negandola o affermandola, esprimendo con questo termine astratto qualcosa che cerchi di identificare un qualcosa che hanno vissuto o che ritengono di non aver vissuto. Io non lo so semplicemente, poichè ciò che normalmente vedo descritto come "felicità" mi è qualcosa di estraneo, qualcosa di fronte al quale mi sento straniera. Ho conosciuto la gioia, la passione, l'esaltazione così come ogni loro contrario. Come te, avvicendo negazione ed assenza, schiavitù e liberazione.
Uscendo dalla metafora ed impoverendone l'immagine evocativa - che tu hai ben colto - l'anfora di cui parlo è la "mia" fede. Oggi questa è vuota, quindi liberata, da un dio che mi sono trascinata dietro per troppo tempo come un cadavere da quando a cinque anni ho naufragato.
Sono nata ed ho vissuto serenamente per i primi cinque anni della mia esistenza, poiché in quegli anni nulla poneva in discussione chi ero. All'età di cinque anni, quasi sei, mi viene imposto di mettermi il grembiulino nero ed il fiocco azzurro, invece del grembiule bianco ed il fiocco rosa. Questa imposizione mi disse che gli altri mi leggevano in modo diverso da come io mi comprendevo. Per farmi diggerire o comprendere il perché di questo grembiule nero e fiocco azzurro, mia madre mi pose di fronte a mia sorella nata da poco. Eravamo molto diverse nel fisico, e questa diversità era lampante. Nell'estremo tentativo di recuperarmi chiesi quando sarei diventata così; la risposta fu "mai!", perchè io ero un maschietto e lei una femminuccia. Questo fu il mio naufragio, poiché mai nessuno mi avrebbe ri-conosciuto. Fu questo il momento in cui iniziai a costruire la mia anfora.
Questa anfora si rompe nell'ottobre del 1997, quando fui costretta ad accettarmi per quella che effettivamente sono: una donna con un fisico maschile. Parafrasando i primi capitoli della Genesi, c'è una domanda che per decenni aveva risuonato a vuoto nel giardino della mia esistenza: "dove sei?" A quella domanda ero sempre fuggita anteponendo il mio abito, la mia maschera, questa mia anfora! Ma quella sera, questa domanda, mi colse nuda e mi costrinse a rispondere semplicemente "eccomi"! Non ci fu felicità, ma angoscia; quella domanda che mi aveva colta nuda non proveniva dal dio dell'anfora e mi chiedeva il "perché" avessi vissuto così tanto tempo mangiando il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male. Risposi semplicemente che mi sembrava più facile!
Chi mi ha posto la domanda, e che sul fare della sera mi incontra, non mi ha giudicata, contrariamente al dio dell'anfora. Nietzsche morente di quale dio parla?
Sono una viaggiatrice, ed il mio punto di partenza è il mio naufragio che mi ha fatto perdere il senso di ogni arrivo! Viaggio ma non ho alcuna meta, non ho alcun approdo, ma solo la profonda consapevolezza di esserci in questo "qui ed ora" della storia, nella consapevolezza che questo è il miglior mondo possibile.
Un mondo senza dolore, senza schiavitù, senza ingiustizia, senza morte, sarebbe un mondo senza gioia, senza libertà, senza giustizia, senza vita! Sarebbe un mondo senza memoria. Sono una viaggiatrice, e non posso pensare a nulla che sia statico, perfetto, immobile! Forse è per questo che dico di non conoscere la felicità! Sono viva perché sono inqueta, costantemente in agitazione, costantemente alla ricerca di nuove cose, di nuovi spazi. Non ho interesse a raggiungere l'orizzonte, piuttosto mi affascina l'inseguirlo solo perché so che questo si sposta insieme a me. Non so se riesco ad esprimere quanto sento, ma tutto ciò che mi presenta una fissità, un limite, un recinto, mi annoia, mi infastidisce, non è nel mio interesse.
Non posso parlare di "dio" come se fosse "uno", definito, standarizzato da dogmi e da catechismi. Posso parlare di un dio che conosco, ma non so chi sia! Uno fra i tanti dei, diverso da ogni deità! Un dio che ha rinunciato ad essere assoluto e che si è posto nella relatività al momento che si è posto di fronte alla mia esistenza, alla mia pretesa di darne una interpretazione. Un dio giusto perché non ha giustizia di riferimento, che non ha distinzione fra bene e male. Un dio che la storia, la mia storia, se la gioca giorno per giorno e che non sa cosa accadrà domani, perché lo può scoprire solo vivendo il presente con me!
Sono convinta, cara Ausilia, che non esiste un pieno così pieno come il vuoto totale, ed in questo vuoto che finalmente trovo lo spazio di libertà a cui mi sono sentita chiamata.
sabato 6 marzo 2010
Ho fatto naufragio. Ho navigato bene
venerdi’ 5 marzo 2010 da Ausilia
Mia cara,
lungi da me volerti suggerire idee, o riflettere a modo mio su ciò che tu, e soltanto tu, vivi.
Piuttosto ti parlerò anch’io di me, del mio vissuto: quello di oggi. E non per un confronto, bensì perché ciascuna di noi riceve stimolo dall’altra; ed è questo che mi intriga nella splendida amicizia con te . Lo farò sfidando il rischio di distruggere la mia immagine quale appariva a chi riteneva di ritrarla dal vero, mentre mi osservava dall’esterno.
Letteratura e realtà coincidono abbastanza, anche se il piatto della bilancia pende di più dalla parte della letteratura, meno falsa della concretezza della vita. Smontare la loro mistura per me significa distinguere bene i due piani e porsi su un terzo: quello dello spettatore, attento analista in cerca di verità. Bel momento di libertà godersi la scena senza paure.
Già, libertà!
Non c’è libertà se non a partire «da», e cioè dal suo contrario, dalla schiavitù.
Non invidio chi non ha provato, o forse non si è accorto di essere schiavo: degli altri di se stesso di Dio della vita del corpo dello spirito di tutto.
Hai mai pensato come sarebbe il mondo senza la schiavitù annidata nella e attorno alla nostra vita e perfino in seno all’universo? Ricordo le utopie costruite nel periodo a cavallo tra il rinascimento e l’illuminismo. Che squallore in un mondo tutto «pulito», privo delle scorie degli egoismi, o per lo meno cautelato contro di essi; un mondo tanto perfetto da far coincidere la felicità con l’ordine morale, materiale, spirituale. Un mondo più soffocante di quello che tu hai descritto efficacemente attraverso tutte le «negazioni» che ti ha regalato. Mentre ti leggevo con appassionata partecipazione, appena ho incontrato la parola «lotta», ho tirato un sospiro di sollievo, mentre mi tornava in mente la celebre frase: “ho fatto naufragio, quindi ho navigato”.
Poiché scrivo di getto, ti racconto un episodio che risale ai miei anni da liceale: narrando la vita di Rousseau nei suoi particolari ad una mia sorella che aveva fatto della pratica religiosa il tutto della sua esistenza, la sentii rammaricarsi: “che vita disordinata!”. Dentro di me scattò la ribellione contro “la vita ordinata” così come la intendeva lei, assieme alla voglia di uscire dal guscio nel quale era contenuta la mia adolescenza forzatamente prolungata.
Qui mi verrebbe spontaneo distinguere tra schiavitù e schiavitù, e so che sarei capace di cadere nella trappola di ritagliarla su misura del tuo dolore, della tua angoscia mortale, eccetera. Ma non è su queste tonalità che si svolgono i nostri dialoghi.
Passo dunque a dirti come cerco la verità di me stessa, al di là delle definizioni. Condivido il tuo: «di mio non c’è nulla», ma mi sento più fortunata di coloro che ritengono di avere qualcosa di proprio. Poveri illusi! Quanti costruttori di verità del soggetto, dell’oggetto, della loro adaequatio …. Io mi aggiro tra i luminari del pensiero, armata del bandolo del filo di Arianna, nel labirinto delle esperienze, sicché, svegliandomi dalla momentanea condivisione del loro sonno dogmatico (me lo concedo per conoscerli meglio), ritrovo la mia libertà-verità. Vedi caso, ha le stesse parole recitate poeticamente da un Nietzsche morente: “No! Torna indietro! / Con tutte le tue torture! /Tutte le lacrime mie corrono a te / e l’ultima fiamma del mio cuore / s’accende per te, / mio Dio sconosciuto! / Dolore mio! Felicità mia ultima!”. Anch’io, all’uscita dall’illusione, parlo da matta ad un Dio impastato nel mio vissuto di dolore e di felicità, irriconoscibile per via dei bagliori infocati di ultimità, e per via delle mie lacrime che si mescolano alla fiamma in via di spegnersi.
Già, dimenticavo che tu la felicità sembri ignorarla, anche se ne parli indirettamente nella metafora dell’anfora “preziosa e bella prima che si rompesse”. Ti chiedo spiegazione: dunque l’avevi? Bene a sapersi. Io non credo di averne avuta una, e mi sento fortunata perché, in tal modo, non si è rotta. Ma fa lo stesso. Meno male, scusami, che quell’anfora rotta “non faccia più parte di te”. Conta piuttosto il vuoto (di senso di fine di tutto) che ha lasciato nell’infrangersi. Uno spazio da riempire o da lasciare vuoto? A te la risposta.
La mia verità è suggestiva grazie a tale vuoto nel quale si avvicendano opposti stati d’animo. Li intravedo e li lascio fuggire. Di mio resta l’avvicendarsi di negazione e di assenza, di schiavitù e di liberazione.
E continuo a navigare in un mare nel quale so di dover naufragare, remando contro.
Ausilia
Mia cara,
lungi da me volerti suggerire idee, o riflettere a modo mio su ciò che tu, e soltanto tu, vivi.
Piuttosto ti parlerò anch’io di me, del mio vissuto: quello di oggi. E non per un confronto, bensì perché ciascuna di noi riceve stimolo dall’altra; ed è questo che mi intriga nella splendida amicizia con te . Lo farò sfidando il rischio di distruggere la mia immagine quale appariva a chi riteneva di ritrarla dal vero, mentre mi osservava dall’esterno.
Letteratura e realtà coincidono abbastanza, anche se il piatto della bilancia pende di più dalla parte della letteratura, meno falsa della concretezza della vita. Smontare la loro mistura per me significa distinguere bene i due piani e porsi su un terzo: quello dello spettatore, attento analista in cerca di verità. Bel momento di libertà godersi la scena senza paure.
Già, libertà!
Non c’è libertà se non a partire «da», e cioè dal suo contrario, dalla schiavitù.
Non invidio chi non ha provato, o forse non si è accorto di essere schiavo: degli altri di se stesso di Dio della vita del corpo dello spirito di tutto.
Hai mai pensato come sarebbe il mondo senza la schiavitù annidata nella e attorno alla nostra vita e perfino in seno all’universo? Ricordo le utopie costruite nel periodo a cavallo tra il rinascimento e l’illuminismo. Che squallore in un mondo tutto «pulito», privo delle scorie degli egoismi, o per lo meno cautelato contro di essi; un mondo tanto perfetto da far coincidere la felicità con l’ordine morale, materiale, spirituale. Un mondo più soffocante di quello che tu hai descritto efficacemente attraverso tutte le «negazioni» che ti ha regalato. Mentre ti leggevo con appassionata partecipazione, appena ho incontrato la parola «lotta», ho tirato un sospiro di sollievo, mentre mi tornava in mente la celebre frase: “ho fatto naufragio, quindi ho navigato”.
Poiché scrivo di getto, ti racconto un episodio che risale ai miei anni da liceale: narrando la vita di Rousseau nei suoi particolari ad una mia sorella che aveva fatto della pratica religiosa il tutto della sua esistenza, la sentii rammaricarsi: “che vita disordinata!”. Dentro di me scattò la ribellione contro “la vita ordinata” così come la intendeva lei, assieme alla voglia di uscire dal guscio nel quale era contenuta la mia adolescenza forzatamente prolungata.
Qui mi verrebbe spontaneo distinguere tra schiavitù e schiavitù, e so che sarei capace di cadere nella trappola di ritagliarla su misura del tuo dolore, della tua angoscia mortale, eccetera. Ma non è su queste tonalità che si svolgono i nostri dialoghi.
Passo dunque a dirti come cerco la verità di me stessa, al di là delle definizioni. Condivido il tuo: «di mio non c’è nulla», ma mi sento più fortunata di coloro che ritengono di avere qualcosa di proprio. Poveri illusi! Quanti costruttori di verità del soggetto, dell’oggetto, della loro adaequatio …. Io mi aggiro tra i luminari del pensiero, armata del bandolo del filo di Arianna, nel labirinto delle esperienze, sicché, svegliandomi dalla momentanea condivisione del loro sonno dogmatico (me lo concedo per conoscerli meglio), ritrovo la mia libertà-verità. Vedi caso, ha le stesse parole recitate poeticamente da un Nietzsche morente: “No! Torna indietro! / Con tutte le tue torture! /Tutte le lacrime mie corrono a te / e l’ultima fiamma del mio cuore / s’accende per te, / mio Dio sconosciuto! / Dolore mio! Felicità mia ultima!”. Anch’io, all’uscita dall’illusione, parlo da matta ad un Dio impastato nel mio vissuto di dolore e di felicità, irriconoscibile per via dei bagliori infocati di ultimità, e per via delle mie lacrime che si mescolano alla fiamma in via di spegnersi.
Già, dimenticavo che tu la felicità sembri ignorarla, anche se ne parli indirettamente nella metafora dell’anfora “preziosa e bella prima che si rompesse”. Ti chiedo spiegazione: dunque l’avevi? Bene a sapersi. Io non credo di averne avuta una, e mi sento fortunata perché, in tal modo, non si è rotta. Ma fa lo stesso. Meno male, scusami, che quell’anfora rotta “non faccia più parte di te”. Conta piuttosto il vuoto (di senso di fine di tutto) che ha lasciato nell’infrangersi. Uno spazio da riempire o da lasciare vuoto? A te la risposta.
La mia verità è suggestiva grazie a tale vuoto nel quale si avvicendano opposti stati d’animo. Li intravedo e li lascio fuggire. Di mio resta l’avvicendarsi di negazione e di assenza, di schiavitù e di liberazione.
E continuo a navigare in un mare nel quale so di dover naufragare, remando contro.
Ausilia
sabato 27 febbraio 2010
Cosa c'è di mio in me
Cara Ausilia, non è facile per me affrontare la questione che tu poni. Il rischio è che io fugga dalla questione scadendo in una riflessione pseudo accademica. Ma fra te e me, fin dall'inizio della nostra conoscenza e del nostro dialogare qualche anno fa, ciò che è stato messo al centro della nostra argomentazione è sempre stato il nostro essere “carne e sangue” su ogni questione. La nostra lealtà e la nostra stima, che prescinde dall'affetto, non ci permette e non può permetterci una fuga nei massimi sistemi. Noi siamo poste nel campo della quotidianità soggettiva e con questo vogliamo fare realmente i conti. Tu ed io, l'una di fronte all'altra a scavarsi dentro nella ricerca di una “autenticità” di se, come “so chi sono, ma proprio per questo mi voglio conoscere”!
Ed allora? Cosa c'è di mio in me? Io, transessuale, donna che si è negata per decenni; donna che oggi è negata da una società miope ed ignorante, cosa posso avere di mio in me? Quale il dono? Cosa mi ha inquinata, devastata, negata? Quale furioso meccanismo culturale, sociale mi ha costretta a non riconoscermi per tutta la mia esistenza? Oggi tu mi chiami a riconoscermi oltre quello che io mi sono già riconosciuta, a fare un passo in più nel conoscere me stessa, oltre a quello che io già posso sapere di me! Cosa ho di mio in me?
Parlo, scrivo e devo avere il coraggio di parlare e di scrivere, poiché io sono una schiava liberata! Ma io sono stata liberata, e per quanto liberata non sono libera, sono e rimango una schiava; ho tutti i segni addosso della mia schiavitù, ho addosso lo stigma della mia liberazione. Quando una persona viene liberata ha come uno sbandamento … è una vertigine che può passare come può non passare! Non è questione fisiologica di chi si trova improvvisamente in uno spazio aperto; è che ora tutto è cambiato, le regole, le condizioni, il modo di rapportarsi; la libertà non coincide con quello che si sogna quando si è in schiavitù! Chi è stata schiava, privata della propria libertà, non ha più dimensione di quale sia la verità, la propria verità! Non ha mai avuto una propria verità! Non ha mai avuto una propria storia. Essere deprivata della propria storia è la cosa più tremenda che possa capitare ad una persona! Una schiava liberata è senza storia, senza un passato spendibile, senza un passato che sia effettivamente suo. Qual è la mia storia di persona?
I miei studi, le esperienze molteplici, le persone che si sono incontrate, quelle che hanno avuto in me un riferimento? Ma tutta questa roba è roba mia? Eppure io né sono piena di tutta questa roba, per quanto non sia la mia storia, per quanto non sia il mio bagaglio, questa è il bagaglio che mi porto dietro, ma quanto mi appartiene? L'inganno sottile del mio nome “Darianna”, come se in un qualche modo potessi appropriarmi di quella storia che non è mia! Come se potessi in un qualche modo dire che il dio di Dario possa essere il dio di Anna, come se potessi affermare che tutto quel vissuto sia il mio vissuto. Cosa c'è di mio in me?
Conosco la sofferenza, ma ho solo una vaga idea di cosa sia il dolore e ritengo il dolore una cosa inutile e priva di senso!
Conosco la gioia, ma ho solo lontani ricordi dell'allegrezza. La felicità è un inganno!
Conosco la serenità, ma non conosco la tranquillità!
La parola che più ha avuto un senso chiaro e proprio nella mia esistenza è “Lotta”. Ho sempre e solo combattuto con me stessa e con gli altri, contro me stessa e contro gli altri! Ho sempre lottato per qualcosa o qualcuno che non ho mai potuto definire, non ho mai potuto dire cosa sia o chi sia! Giocando con le parole potrei dire che so chi è e cosa è, ma che nei fatti non lo conosco. Ma sto giocando con le parole! La questione non è risolvibile con la parola “dio”, in qualsiasi modo la si condisca. Vivo come se dio non ci fosse, penso ed agisco senza poter prescindere da dio. Ma quale dio? Oggi non so quale sia il dio a cui fanno riferimento le persone, le troppe persone che né parlano! Il mio dio non è quel dio!
Si, non posso fuggire la questione che poni, poiché tu interroghi te stessa, forse anche ti rispondi, e facendolo lasci la domanda li, appesa, che attende che di essere affrontata. Cosa c'è di mio in me? Io non riesco a distingue il dono, poiché non lo vedo! Devo fare un arteficio per trovarlo, arrampicandomi sullo specchio della discussione teologica; ma è una finzione, un tentativo giustificativo che non soddisfa! Fai bene a distinguere la grazia dal dono! Sono due cose diverse ed hanno implicazioni diverse! L'apostolo Paolo invoca tre volte il “dono” e gli viene risposto che “la mia grazia ti basti”! A me la grazia del mio dio basta, ma non mi si parli di dono! Non lo vedo, forse perché io sono stanca della vita e stanca di vivere! Vorrei poter semplicemente esistere, senza più la fatica quotidiana di dover interpretare questa esistenza dovendogli dare necessariamente la dimensione della vita! Ed è chiaro che io ho questa stanchezza perché non ho storia, non ho un passato, non ho la fantasia di un ideale, di un principe azzurro, di una famiglia, di una dimensione omologata! Costruire cosa? A cosa serve costruire qualcosa se non a lasciare una memoria che sia degna di essere definita con questo nome?
Ma può essere solo la questione della memoria a darmi la chiave interpretativa della mia esistenza affinché questa assuma la dignità di vita? Eppure non posso fare a meno di vivere, come se fosse una abitudine di cui non riesco a liberarmi, o dalla quale non sono stata liberata, o appartiene a quel senso di vertigine che vive una schiava liberata.
Sono me stessa, ma una me stessa senza storia, senza passato e completamente disinteressata al futuro, poiché, cara Ausilia, di mio in me non c'è nulla!
Forse è l'accettazione del mio vuoto a perdere che fa di me una persona liberata, ma per quanto liberata ancora schiava del ricordo di quando forse riteneva di avere in se qualcosa. Guardo questa anfora bella, che conteneva preziosi profumi, ma che ora è rotta e di quello che conteneva c'è solo un lontano ricordo!
Ci sono, semplicemente ci sono! Senza profumi, senza aromi, ma ci sono! Cosa ci sia di mio in me, forse solo l'essere questa anfora che, prima di rompersi, era preziosa e bella, ma ora è solo un ricordo e non fa più parte di me!
Ed allora? Cosa c'è di mio in me? Io, transessuale, donna che si è negata per decenni; donna che oggi è negata da una società miope ed ignorante, cosa posso avere di mio in me? Quale il dono? Cosa mi ha inquinata, devastata, negata? Quale furioso meccanismo culturale, sociale mi ha costretta a non riconoscermi per tutta la mia esistenza? Oggi tu mi chiami a riconoscermi oltre quello che io mi sono già riconosciuta, a fare un passo in più nel conoscere me stessa, oltre a quello che io già posso sapere di me! Cosa ho di mio in me?
Parlo, scrivo e devo avere il coraggio di parlare e di scrivere, poiché io sono una schiava liberata! Ma io sono stata liberata, e per quanto liberata non sono libera, sono e rimango una schiava; ho tutti i segni addosso della mia schiavitù, ho addosso lo stigma della mia liberazione. Quando una persona viene liberata ha come uno sbandamento … è una vertigine che può passare come può non passare! Non è questione fisiologica di chi si trova improvvisamente in uno spazio aperto; è che ora tutto è cambiato, le regole, le condizioni, il modo di rapportarsi; la libertà non coincide con quello che si sogna quando si è in schiavitù! Chi è stata schiava, privata della propria libertà, non ha più dimensione di quale sia la verità, la propria verità! Non ha mai avuto una propria verità! Non ha mai avuto una propria storia. Essere deprivata della propria storia è la cosa più tremenda che possa capitare ad una persona! Una schiava liberata è senza storia, senza un passato spendibile, senza un passato che sia effettivamente suo. Qual è la mia storia di persona?
I miei studi, le esperienze molteplici, le persone che si sono incontrate, quelle che hanno avuto in me un riferimento? Ma tutta questa roba è roba mia? Eppure io né sono piena di tutta questa roba, per quanto non sia la mia storia, per quanto non sia il mio bagaglio, questa è il bagaglio che mi porto dietro, ma quanto mi appartiene? L'inganno sottile del mio nome “Darianna”, come se in un qualche modo potessi appropriarmi di quella storia che non è mia! Come se potessi in un qualche modo dire che il dio di Dario possa essere il dio di Anna, come se potessi affermare che tutto quel vissuto sia il mio vissuto. Cosa c'è di mio in me?
Conosco la sofferenza, ma ho solo una vaga idea di cosa sia il dolore e ritengo il dolore una cosa inutile e priva di senso!
Conosco la gioia, ma ho solo lontani ricordi dell'allegrezza. La felicità è un inganno!
Conosco la serenità, ma non conosco la tranquillità!
La parola che più ha avuto un senso chiaro e proprio nella mia esistenza è “Lotta”. Ho sempre e solo combattuto con me stessa e con gli altri, contro me stessa e contro gli altri! Ho sempre lottato per qualcosa o qualcuno che non ho mai potuto definire, non ho mai potuto dire cosa sia o chi sia! Giocando con le parole potrei dire che so chi è e cosa è, ma che nei fatti non lo conosco. Ma sto giocando con le parole! La questione non è risolvibile con la parola “dio”, in qualsiasi modo la si condisca. Vivo come se dio non ci fosse, penso ed agisco senza poter prescindere da dio. Ma quale dio? Oggi non so quale sia il dio a cui fanno riferimento le persone, le troppe persone che né parlano! Il mio dio non è quel dio!
Si, non posso fuggire la questione che poni, poiché tu interroghi te stessa, forse anche ti rispondi, e facendolo lasci la domanda li, appesa, che attende che di essere affrontata. Cosa c'è di mio in me? Io non riesco a distingue il dono, poiché non lo vedo! Devo fare un arteficio per trovarlo, arrampicandomi sullo specchio della discussione teologica; ma è una finzione, un tentativo giustificativo che non soddisfa! Fai bene a distinguere la grazia dal dono! Sono due cose diverse ed hanno implicazioni diverse! L'apostolo Paolo invoca tre volte il “dono” e gli viene risposto che “la mia grazia ti basti”! A me la grazia del mio dio basta, ma non mi si parli di dono! Non lo vedo, forse perché io sono stanca della vita e stanca di vivere! Vorrei poter semplicemente esistere, senza più la fatica quotidiana di dover interpretare questa esistenza dovendogli dare necessariamente la dimensione della vita! Ed è chiaro che io ho questa stanchezza perché non ho storia, non ho un passato, non ho la fantasia di un ideale, di un principe azzurro, di una famiglia, di una dimensione omologata! Costruire cosa? A cosa serve costruire qualcosa se non a lasciare una memoria che sia degna di essere definita con questo nome?
Ma può essere solo la questione della memoria a darmi la chiave interpretativa della mia esistenza affinché questa assuma la dignità di vita? Eppure non posso fare a meno di vivere, come se fosse una abitudine di cui non riesco a liberarmi, o dalla quale non sono stata liberata, o appartiene a quel senso di vertigine che vive una schiava liberata.
Sono me stessa, ma una me stessa senza storia, senza passato e completamente disinteressata al futuro, poiché, cara Ausilia, di mio in me non c'è nulla!
Forse è l'accettazione del mio vuoto a perdere che fa di me una persona liberata, ma per quanto liberata ancora schiava del ricordo di quando forse riteneva di avere in se qualcosa. Guardo questa anfora bella, che conteneva preziosi profumi, ma che ora è rotta e di quello che conteneva c'è solo un lontano ricordo!
Ci sono, semplicemente ci sono! Senza profumi, senza aromi, ma ci sono! Cosa ci sia di mio in me, forse solo l'essere questa anfora che, prima di rompersi, era preziosa e bella, ma ora è solo un ricordo e non fa più parte di me!
lunedì 22 febbraio 2010
Ausilia 20 febbraio
“Essere semplicemente se stessi”
Cara Darianna,
Prendo le tue stesse parole, mentre mi unisco a te nel farmi la domanda : Quale verità? Quale libertà?
Pur avendo raggiunto quello che mi pare un traguardo della mia vita, la sincerità con me stessa, non posso fare a meno di dubitare di ciò a cui si riferisce il “me stessa”. Sono tante le cose che ci hanno messo e ci ho messo dentro anch’io! Il canto di libertà a cui inneggio si colloca a partire dallo svuotamento del pieno che si è costruito.
Ora voglio sapere cosa c’è di mio in me, non tanto per il gusto di cogliere la mia originalità, bensì per la necessità di capire cosa dico quando parliamo di verità e di libertà.
Ecco perché mi piacciono le tue affermazioni, sia quella posta come titolo di questo mio nuovo intervento, sia un’altra: “senza la necessità di “dover essere” qualcosa o qualcuno”.
Le tue espressioni mi indicano una via di uscita dall’empasse; le traduco così: accettare la mia finitezza, la mia presenza nel qui ed ora, rendendola libera da ciò che mi impedirebbe di viverla come un dato di fatto di cui dispongo, parzialmente, è vero (date le condizioni che imprigionano abbastanza le mie potenze legate alla corporeità non-sana), ma con un margine tutto mio. Mio è ciò che ho cumulato nella lunga esperienza di vita, tesa a non lasciarmi soggiogare dalla “necessità”.
Penso molto a come parla di necessità Simone Weil, la quale non ricorre ad un concetto astratto di libertà velleitaria, bensì alla possibilità di recezione di un dono che esorbita dalla pura esistenzialità necessitante. Un dono da accettare come tale, come ad esempio quando mi giunge il “tepore” (il termine è mio) dell’amicizia che mi avvolge di comprensione e mi apre allo scambio con un tu; o quando sono colpita dal’incanto della bellezza proveniente da qualcosa anche minima, quasi impercettibile, ma che penetra dentro il me stessa, illuminandolo…
La Weil parla di grazia. Preferisco fermarmi allo stretto significato del termine dono. il dono richiede solo disponibilità a riceverlo. Farne tesoro significa per me vivere il qui ed ora con una pienezza-altra rispetto a ciò che di fuggevole penetra a mia insaputa, deviandomi dalla percezione pura di ciò di cui ho sete profonda.
Sospendo perché amo tanto ascoltare te al riguardo. Mi interessa molto dar continuità al nostro discorso. Molto.
Ausilia
“Essere semplicemente se stessi”
Cara Darianna,
Prendo le tue stesse parole, mentre mi unisco a te nel farmi la domanda : Quale verità? Quale libertà?
Pur avendo raggiunto quello che mi pare un traguardo della mia vita, la sincerità con me stessa, non posso fare a meno di dubitare di ciò a cui si riferisce il “me stessa”. Sono tante le cose che ci hanno messo e ci ho messo dentro anch’io! Il canto di libertà a cui inneggio si colloca a partire dallo svuotamento del pieno che si è costruito.
Ora voglio sapere cosa c’è di mio in me, non tanto per il gusto di cogliere la mia originalità, bensì per la necessità di capire cosa dico quando parliamo di verità e di libertà.
Ecco perché mi piacciono le tue affermazioni, sia quella posta come titolo di questo mio nuovo intervento, sia un’altra: “senza la necessità di “dover essere” qualcosa o qualcuno”.
Le tue espressioni mi indicano una via di uscita dall’empasse; le traduco così: accettare la mia finitezza, la mia presenza nel qui ed ora, rendendola libera da ciò che mi impedirebbe di viverla come un dato di fatto di cui dispongo, parzialmente, è vero (date le condizioni che imprigionano abbastanza le mie potenze legate alla corporeità non-sana), ma con un margine tutto mio. Mio è ciò che ho cumulato nella lunga esperienza di vita, tesa a non lasciarmi soggiogare dalla “necessità”.
Penso molto a come parla di necessità Simone Weil, la quale non ricorre ad un concetto astratto di libertà velleitaria, bensì alla possibilità di recezione di un dono che esorbita dalla pura esistenzialità necessitante. Un dono da accettare come tale, come ad esempio quando mi giunge il “tepore” (il termine è mio) dell’amicizia che mi avvolge di comprensione e mi apre allo scambio con un tu; o quando sono colpita dal’incanto della bellezza proveniente da qualcosa anche minima, quasi impercettibile, ma che penetra dentro il me stessa, illuminandolo…
La Weil parla di grazia. Preferisco fermarmi allo stretto significato del termine dono. il dono richiede solo disponibilità a riceverlo. Farne tesoro significa per me vivere il qui ed ora con una pienezza-altra rispetto a ciò che di fuggevole penetra a mia insaputa, deviandomi dalla percezione pura di ciò di cui ho sete profonda.
Sospendo perché amo tanto ascoltare te al riguardo. Mi interessa molto dar continuità al nostro discorso. Molto.
Ausilia
mercoledì 17 febbraio 2010
Quale verità? Quale Libertà?
Cara Ausilia, spesso ci troviamo di fronte al termine "verità" coniugato con "libertà" nel testo biblico. La stessa parola "amen" ha il profondo senso di "verità". Conoscete la verità, e la verità vi farà liberi! Voi siete chiamati a libertà, ma non fate della libertà occasione di scandalo! Nello stesso concetto di "servizio" è contenuto sia il concetto di verità che di libertà!
Mi piace poter dialogare con te, proprio perché possiamo uscire dallo schema rigido di un argomentare accademico, ma al contrario possiamo finalmente concederci la dimensione testimoniale del nostro vissuto.
Trovo spesso una profonda analogia fra la testimonianza biblica ed il mio vissuto, per quanto mi debba porre sempre nella costante condizione di interpretare. Devo interpretare me, la mia storia, il mio vissuto passato e presente, per poi poter interpretare anche quel vissuto che ci viene testimoniato in quelle vecchie pagine.
Nel mio vissuto ho sperimentato che vi è una molteplicità di verità, e proprio per questo nessuna può arrogarsi la dimensione di assoluto, e proprio partendo dal concetto aristotelico che tu citi. Infatti se io parto dal concetto di unica verità, o sono una cosa o sono l'altra; se la verità è una o sono figlia o sono sorella; sicuramente per mia madre sono figlia, sicuramente per mia sorella sono sorella; sono due verità, in entrambe i casi il "pensiero della cosa corrisponde alla cosa in sé". Sono amica, sorella, figlia, compagna, partner, collaboratrice, complice, avversaria, nemica e quant'altro si vuole aggiungere, e ciascuna di queste cose esprime nei fatti una verità a seconda del soggetto che l'esprime e che mi legge. Così io stessa mi interpreto attraverso una molteplicità di verità, ciascuna contestualizzata, asserita dai fatti e dai contesti; tutte vere, tutte reali, tutte diverse l'una dall'altra ma pur sempre tutte facenti parte di me! Tutte facenti parte della mia esistenza; tutte espressioni interpretative del mio vivere e della mia vita.
Quale verità? Quale libertà? Forse conoscere la verità è conoscerne la sua molteplicità? Forse è la comprensione più totale della relatività nella quale siamo immerse che ci apre le porte ad un vivere pienamente nella libertà?
Parto dalla mia esperienza personale, del resto non ho altro, e tutte queste domande mi si pongono proprio in relazione a me stessa, in relazione al conflitto profondo che ho dovuto vivere - e che ancora vivo - fra il dover essere e l'esserci. La scomposizione totale di una dimensione unificante e univoca dell'interpretazione di sé, la ricerca di sé che sconfina fuori dalla condizione data di "essere", ma la profonda e concreta attestazione che - nonostante tutto e tutti - ci sono! E' una sensazione strana quella di uscire fuori dal concetto di "essere", da questa dimensione invasiva dell'essere! Questa dimensione dell'essere mi ha violentata per 45 anni della mia esistenza, e l'ha fatto perché ero stretta nella morsa della paura di cadere nella terra dei senza dio, di cadere nella terra di nessuno, di cadere nel deserto della solitudine e dell'abbandono! L'essere è stato per me una prigione, la negazione di ogni possibile verità, ed è forse per questo che ho verso questo concetto una certa avversione.
La mia storia, il mio vissuto, mi pongono di fronte ad una dimensione che è fortemente caratterizzata nel presente, dove poco importa da dove e come una persona venga e sia stata, ma ciò che importa ed è fondante per il mio presente è che questa persona ci sia, effettivamente, pienamente, lealmente e senza finzioni, senza la necessità di “dover essere” qualcosa o qualcuno. Si, semplicemente se stessa, nulla di più nulla di meno.
Così, dove concepisco trovi luogo la “verità” quindi anche la “libertà”, dove riconoscono il luogo della conoscenza della verità? Riconosco questo luogo e questa impossibile possibilità di conoscere se stesse come espressione della volontà creatrice di dio. Vivere ed esistere per come dio mi ha pensata. Ho conosciuto, compreso ed accettato che dio mi avesse pensata esattamente così come sono, e che solo nell'esserci nella creazione così come egli mi ha pensata io posso veramente vivere quella piena libertà che egli mi ha donato! La libertà di esserci nonostante ogni tipo di negazione e di misconoscimento. Esserci nonostante ogni aspetto possibile di verità.
Così io vivo la mia esistenza, così mi incontro con altre persone.
Darianna
Mi piace poter dialogare con te, proprio perché possiamo uscire dallo schema rigido di un argomentare accademico, ma al contrario possiamo finalmente concederci la dimensione testimoniale del nostro vissuto.
Trovo spesso una profonda analogia fra la testimonianza biblica ed il mio vissuto, per quanto mi debba porre sempre nella costante condizione di interpretare. Devo interpretare me, la mia storia, il mio vissuto passato e presente, per poi poter interpretare anche quel vissuto che ci viene testimoniato in quelle vecchie pagine.
Nel mio vissuto ho sperimentato che vi è una molteplicità di verità, e proprio per questo nessuna può arrogarsi la dimensione di assoluto, e proprio partendo dal concetto aristotelico che tu citi. Infatti se io parto dal concetto di unica verità, o sono una cosa o sono l'altra; se la verità è una o sono figlia o sono sorella; sicuramente per mia madre sono figlia, sicuramente per mia sorella sono sorella; sono due verità, in entrambe i casi il "pensiero della cosa corrisponde alla cosa in sé". Sono amica, sorella, figlia, compagna, partner, collaboratrice, complice, avversaria, nemica e quant'altro si vuole aggiungere, e ciascuna di queste cose esprime nei fatti una verità a seconda del soggetto che l'esprime e che mi legge. Così io stessa mi interpreto attraverso una molteplicità di verità, ciascuna contestualizzata, asserita dai fatti e dai contesti; tutte vere, tutte reali, tutte diverse l'una dall'altra ma pur sempre tutte facenti parte di me! Tutte facenti parte della mia esistenza; tutte espressioni interpretative del mio vivere e della mia vita.
Quale verità? Quale libertà? Forse conoscere la verità è conoscerne la sua molteplicità? Forse è la comprensione più totale della relatività nella quale siamo immerse che ci apre le porte ad un vivere pienamente nella libertà?
Parto dalla mia esperienza personale, del resto non ho altro, e tutte queste domande mi si pongono proprio in relazione a me stessa, in relazione al conflitto profondo che ho dovuto vivere - e che ancora vivo - fra il dover essere e l'esserci. La scomposizione totale di una dimensione unificante e univoca dell'interpretazione di sé, la ricerca di sé che sconfina fuori dalla condizione data di "essere", ma la profonda e concreta attestazione che - nonostante tutto e tutti - ci sono! E' una sensazione strana quella di uscire fuori dal concetto di "essere", da questa dimensione invasiva dell'essere! Questa dimensione dell'essere mi ha violentata per 45 anni della mia esistenza, e l'ha fatto perché ero stretta nella morsa della paura di cadere nella terra dei senza dio, di cadere nella terra di nessuno, di cadere nel deserto della solitudine e dell'abbandono! L'essere è stato per me una prigione, la negazione di ogni possibile verità, ed è forse per questo che ho verso questo concetto una certa avversione.
La mia storia, il mio vissuto, mi pongono di fronte ad una dimensione che è fortemente caratterizzata nel presente, dove poco importa da dove e come una persona venga e sia stata, ma ciò che importa ed è fondante per il mio presente è che questa persona ci sia, effettivamente, pienamente, lealmente e senza finzioni, senza la necessità di “dover essere” qualcosa o qualcuno. Si, semplicemente se stessa, nulla di più nulla di meno.
Così, dove concepisco trovi luogo la “verità” quindi anche la “libertà”, dove riconoscono il luogo della conoscenza della verità? Riconosco questo luogo e questa impossibile possibilità di conoscere se stesse come espressione della volontà creatrice di dio. Vivere ed esistere per come dio mi ha pensata. Ho conosciuto, compreso ed accettato che dio mi avesse pensata esattamente così come sono, e che solo nell'esserci nella creazione così come egli mi ha pensata io posso veramente vivere quella piena libertà che egli mi ha donato! La libertà di esserci nonostante ogni tipo di negazione e di misconoscimento. Esserci nonostante ogni aspetto possibile di verità.
Così io vivo la mia esistenza, così mi incontro con altre persone.
Darianna
Quale verità ci farà liberi?
15 Febbraio
Cara amica,
Voglio fare un breve cenno circa il modo di porci, tuo e mio, di fronte all’esistenza. Penso che l’abbattimento di barriere e reticenze possa mettere a nudo il bisogno di verità, gestito da persone «normali» con equivoci di fondo circa il dilemma tra l’apparire e l’essere
Ho nella mente alcune definizioni della verità, ma la vecchia che Aristotele ha dato mi pare tenga banco ancora: verità è la corrispondenza tra pensiero della cosa e la cosa stessa. Questa formula, riferita al nostro io, non è così semplice da applicare: perché l’io è in continuo divenire, e ciò che emerge alla coscienza è superficie spesso vaporosa, è schiuma che emerge dal profondo. E non mi riferisco alla psicologia detta –appunto- del profondo. Voglio giungere alle radici del mio essere, proprio a partire dalla demolizione del concetto di essere come sostanza tradotta in concetto. E’ vero, l’essere è presente ovunque, anche quando lo si nega. Ma appunto la negazione dell’essere si annida ovunque esso si presenti; le nostre capacità conoscitive e le nostre emozioni si aggirano tra la sua presenza e la sua assenza.
Filosofia e teologia da una parte e ogni tipo di fede dall’altra sono costruzioni da interrogare, se si vuole uscire da verità consolatorie. Mettere tra parentesi, come direbbe un fenomenologo, gli schemi mentali a cui siamo abituati, per me non è uno snob né un gioco, né un aggirarmi attorno a ciò che è stato detto finora da ogni parte; è esigenza di verità.
La frase che più mi interroga è: la verità vi farà liberi.
Come mai il predicato della verità è la libertà? E cosa è la libertà?
Cara Darianna, di quanto dici (14 u.s.) mi piace soprattutto l’uso che vogliamo fare di questi dialoghi diaristici: compiere un «atto sublime di egoismo», come «atto sublime di apertura agli altri diversi da noi»
Ausilia
Ausilia
domenica 14 febbraio 2010
Dare senso all'esistenza ...?
Da molto tempo non riesco più ad accostare o comprendere il significato o il valore di tutte le frasi che richiamano all'amore "di" dio o "per" dio o "da" dio! L'esistenza che fino ad oggi ho condotto è stata una esistenza a prescidere da questo "eventuale" amore, per quanto non ho mai avuto possibilità né modo di prescindere da dio. Forse più che prescindere dall'amore "di", "da" e "per" dio, nella mia esistenza ho dovuto imparare a prescindere dalla quantità indistinta di interpretazioni di questo amore, fornite da ogni dove, tese ad inquadrare e definire qualcosa che non può essere né inquadrato né definito. Si, fondamentalmente prescindo da queste interpretazioni, poiché non posso certo affermare di non essere stata oggetto dell'amore di dio.
Troppe dovrebbero essere le specificazioni, i distinguo da fare in ogni argomentazione, poiché si è perso il linguaggio mischiandolo e sovrapponendolo con quelle concettualità che ci sono state più utili al momento, utili a noi o a chi per noi. Questa immane tela di concetti che ci siamo costruite e che ci hanno costruito, ci imprigiona, ed il nostro desiderio di libertà e pari alla schiavitù che queste ci hanno indotto e nella quale abbiamo condizionato la interpretazione della nostra esistenza.
Oggi siamo qui, a dialogare a distanza, ma contemporaneamente così vicine, proprio perché - in un qualche modo e per un qualche motivo - il passaggio da quella schiavitù a questa dimensione libera ci è stato fatto compiere, e per quanto non nella terra promessa, siamo in questo nostro deserto: la nostra esistenza!
Si, perché è della nostra esistenza che si deve parlare, con la consapevolezza che questa altro non è che una parte, un frammento, di una esistenza più vasta e complessiva nella quale noi siamo immerse, come esseri umani, così come lo sono gli altri animali ed ogni altra cosa esistente. Ma proprio perché noi parliamo della nostra esistenza, anche diamo una interpretazione, un senso che sempre cerchiamo e sempre diamo, consapevoli che la vita è in quel senso, in quella interpretazione che, ora, vuole essere libera, finalmente liberata da quella schiavitù di dover essere, rese capaci di essere, finalmente capaci senza dover essere. Proprio perché ora siamo, e non dobbiamo più essere, parlare dei nostri dolori, sofferenze, ansie, gioie e felicità è fondamentale! Io così sono, e sono l'insieme di tutto quello che è il mio vissuto, e non ho più alcuna intenzione di asecondare una visione di me che non mi corrisponde, che non è più coincidente con la mia interpretazione della "mia" esistenza! Atto sublime di egoismo, ed è proprio per questo che è l'atto subline di apertura agli altri diversi da me; liberi o schiavi che siano, diversi, quindi nella piena possibilità di poter dialogare con me per quella che sono, e non per quello che vorrebbero che io fossi!
Troppe dovrebbero essere le specificazioni, i distinguo da fare in ogni argomentazione, poiché si è perso il linguaggio mischiandolo e sovrapponendolo con quelle concettualità che ci sono state più utili al momento, utili a noi o a chi per noi. Questa immane tela di concetti che ci siamo costruite e che ci hanno costruito, ci imprigiona, ed il nostro desiderio di libertà e pari alla schiavitù che queste ci hanno indotto e nella quale abbiamo condizionato la interpretazione della nostra esistenza.
Oggi siamo qui, a dialogare a distanza, ma contemporaneamente così vicine, proprio perché - in un qualche modo e per un qualche motivo - il passaggio da quella schiavitù a questa dimensione libera ci è stato fatto compiere, e per quanto non nella terra promessa, siamo in questo nostro deserto: la nostra esistenza!
Si, perché è della nostra esistenza che si deve parlare, con la consapevolezza che questa altro non è che una parte, un frammento, di una esistenza più vasta e complessiva nella quale noi siamo immerse, come esseri umani, così come lo sono gli altri animali ed ogni altra cosa esistente. Ma proprio perché noi parliamo della nostra esistenza, anche diamo una interpretazione, un senso che sempre cerchiamo e sempre diamo, consapevoli che la vita è in quel senso, in quella interpretazione che, ora, vuole essere libera, finalmente liberata da quella schiavitù di dover essere, rese capaci di essere, finalmente capaci senza dover essere. Proprio perché ora siamo, e non dobbiamo più essere, parlare dei nostri dolori, sofferenze, ansie, gioie e felicità è fondamentale! Io così sono, e sono l'insieme di tutto quello che è il mio vissuto, e non ho più alcuna intenzione di asecondare una visione di me che non mi corrisponde, che non è più coincidente con la mia interpretazione della "mia" esistenza! Atto sublime di egoismo, ed è proprio per questo che è l'atto subline di apertura agli altri diversi da me; liberi o schiavi che siano, diversi, quindi nella piena possibilità di poter dialogare con me per quella che sono, e non per quello che vorrebbero che io fossi!
giovedì 11 febbraio 2010
Diario di Ausilia 11/02/2010
11 febbraio 2010
Difficile la traduzione nella parola del mio modo di esserci oggi qui.
Il modo ordinario di espormi agli altri mi pare crocifiggete perché sono lontani l’uno dall’altro i due mondi che vivo, uno intimo, l’altro soggetto alle regole della convivenza umana. Eppure non voglio essere una monade senza porte né finestre. E perciò nel primo vivo l’intensità dei sentimenti di paura e di angoscia assieme a tanta voglia di risurrezione, di bisogno di espansione assieme alla necessità di non disperdermi nella banalità dei luoghi comuni, di pensiero profondo che custodisco gelosamente dall’assalto dell’incomprensione; nel secondo, mentre mi adatto come posso alle abitudini sociali, cerco questa via della scrittura diaristica per non tradire me stessa e non rifiutare il conforto della comunicazione.
Oggi sarà una giornata come tante altre, così come è stata la nottata: sofferenza fisica che debbo smaltire io e solo io; slanci di comunione con la sofferenza più atroce dei dannati della terra; raccoglimento fruttuoso in me stessa (incomunicabile di sua natura); insofferenza e rassegnazione; disperazione e speranza; pascolo nei contenuti mentali scanditi da studio riflessione produzione; rapporto con qualcuno che mi sostiene e di cui non posso fare a meno, attestandomi in posizione di vigilanza per non alienarmi mai; bisogno di evasione da tutto e voglia di sprofondare, senza annegare, nella «mancanza». Da questa mi lascio attraversare: mi fa scoprire l’esistenza di una pienezza che mi rifiuto di assolutizzare nel mio desiderio (non mi riconoscerei in essa).
Ecco in sintesi il mio status vitale: mi si lasci gestire la vita senza che debba renderne conto ad alcuno, nemmeno a Dio. Infatti vivo come se lui non fosse; e la parola amore nei suoi riguardi non mi dice nulla; la sostituisco con un sì basato sul principio di realtà, alla quale debbo pur dare un senso.
Difficile la traduzione nella parola del mio modo di esserci oggi qui.
Il modo ordinario di espormi agli altri mi pare crocifiggete perché sono lontani l’uno dall’altro i due mondi che vivo, uno intimo, l’altro soggetto alle regole della convivenza umana. Eppure non voglio essere una monade senza porte né finestre. E perciò nel primo vivo l’intensità dei sentimenti di paura e di angoscia assieme a tanta voglia di risurrezione, di bisogno di espansione assieme alla necessità di non disperdermi nella banalità dei luoghi comuni, di pensiero profondo che custodisco gelosamente dall’assalto dell’incomprensione; nel secondo, mentre mi adatto come posso alle abitudini sociali, cerco questa via della scrittura diaristica per non tradire me stessa e non rifiutare il conforto della comunicazione.
Oggi sarà una giornata come tante altre, così come è stata la nottata: sofferenza fisica che debbo smaltire io e solo io; slanci di comunione con la sofferenza più atroce dei dannati della terra; raccoglimento fruttuoso in me stessa (incomunicabile di sua natura); insofferenza e rassegnazione; disperazione e speranza; pascolo nei contenuti mentali scanditi da studio riflessione produzione; rapporto con qualcuno che mi sostiene e di cui non posso fare a meno, attestandomi in posizione di vigilanza per non alienarmi mai; bisogno di evasione da tutto e voglia di sprofondare, senza annegare, nella «mancanza». Da questa mi lascio attraversare: mi fa scoprire l’esistenza di una pienezza che mi rifiuto di assolutizzare nel mio desiderio (non mi riconoscerei in essa).
Ecco in sintesi il mio status vitale: mi si lasci gestire la vita senza che debba renderne conto ad alcuno, nemmeno a Dio. Infatti vivo come se lui non fosse; e la parola amore nei suoi riguardi non mi dice nulla; la sostituisco con un sì basato sul principio di realtà, alla quale debbo pur dare un senso.
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