C'è una parola che sempre pogno di fronte a me, in ogni contesto, in ogni situazione. Questa parola è "speranza". Lo stesso progetto sul quale sto lavorando da anni, in questa ultima sua edizione, l'ho chiamato "La Speranza".
Il motivo per cui ho dato questo nome al progetto e questa parola la pongo sempre di fronte a me, ritengo sia giusto esprimerlo in questo contesto. In effetti questo è il contesto meno legato a tutto quanto sto facendo, ma forse proprio per questo posso dirlo, posso esprimerlo nel suo significato.
Faccio sempre una netta distinzione fra l'esistenza e la vita, le considero due dimensioni diverse, per quanto possono essere estremamente intersecate. Dico e sostengo che la vita non è altro che una interpretazione dell'esistenza, ed è proprio questa interpretazione che fa differenza fra esistenza ed esistenza. Tutte le interpretazioni sono legittime, così come tutte le esistenze sono reali. Ma la mia esistenza come viene vissuta e, quindi, quale interpretazione vengo a dare alla mia esistenza? Quando, in altre parole, trovo senso alla mia esistenza? Trovo senso quando nei fatti lavoro e impiego le mie energie nella realizzazione di un progetto. La parola "speranza" diventa quindi quella che più radicalmente e più esattamente esprime la mia modalità di interpretare la mia esistenza. La speranza non è una attesa di un accadimento, ma è il quotidiano lavoro di costruzione di un progetto, il costante tener presente l'obiettivo, il non perdere di vista - mai - cosa ci ha mosso! Questa la speranza! Costruire, sempre e comunque - parlando sia che ti ascoltino sia che non ti ascoltino - nel senso che ti è indicato dalla tua partenza, e senza la pretesa di vedere la fine! Questa è la speranza? Per me questo è il senso interpretativo della mia esistenza!
domenica 4 luglio 2010
domenica 27 giugno 2010
Me stessa nel diario
Mi sei davvero amico, caro Diario, e spesso mi parli eloquentemente anche attravreso Darianna. Voglio effondere in te quello che sono, per evitare di vedermi imbruttita ed incattivita dagli altri. Per ora passo momenti trememdi nel notare con amarezza quanti cosiddetti amici si siano rivelati... (forse esagero) nemici; il loro motivo? .
Ti ho già detto, caro diario, che il mio dolore è mortale. E tale resta. Perché una persona a me carissima è considerata e trattata da matta, e io debbo accettare tale valutazione, o almeno tapparmi la bocca. Fino a quando non impareremo a credere nella guaribilità delle persone? e ci ripromettiamo premure e toppe a modo nostro, per "guarirle", senza tenere in conto quello che il soggetto vuole e sa fare? Invece nessuno gli crede e lo aiuta come vorrebbe lui. Mi mordo i freni: come capire che credere nella non-guarbilità da parte di chi lo circonda è come ucciderlo?
Non sarò mai creduta, ma io ci credo, lo voglio............ Non mi rassegnerò mai.
Mmeno male che tu, mio amico diario, mi fai parlare, perché gli altri mi mettono a tacrere e CON SARCASMO... Vita amara!
Ti ho già detto, caro diario, che il mio dolore è mortale. E tale resta. Perché una persona a me carissima è considerata e trattata da matta, e io debbo accettare tale valutazione, o almeno tapparmi la bocca. Fino a quando non impareremo a credere nella guaribilità delle persone? e ci ripromettiamo premure e toppe a modo nostro, per "guarirle", senza tenere in conto quello che il soggetto vuole e sa fare? Invece nessuno gli crede e lo aiuta come vorrebbe lui. Mi mordo i freni: come capire che credere nella non-guarbilità da parte di chi lo circonda è come ucciderlo?
Non sarò mai creduta, ma io ci credo, lo voglio............ Non mi rassegnerò mai.
Mmeno male che tu, mio amico diario, mi fai parlare, perché gli altri mi mettono a tacrere e CON SARCASMO... Vita amara!
lunedì 21 giugno 2010
La sofferenza di d-o?
Cara Ausilia
Ieri avevo pensato di scrivere qualcosa di più vicino al discorso teologico, in relazione all'ampia parte del tuo messaggio, e questo mi capita ogni volta in cui mi trovo di fronte ad un "qualcosa" che mi "provoca" in relazione alla mia fede. Non voglio e non posso discutere, interloquire su quello che è la fede di una persona, per quanto mi sia vicina e per quanto io abbia nei suoi confronti un profondo affetto e stima. La fede è sempre un qualcosa di assolutamente soggettivo, ed in quanto tale può essere espressa, testimoniata e comunicata, ma non trasmessa, non discussa, non posta sullo stesso piano di una teorizzazione o di un pensiero.
La sofferenza di d-o non la conosco, nella stessa identica maniera come non posso pensare di conoscere la tua sofferenza. Posso conoscere la mia di sofferenza, ma il fatto che tu parli di dignità negata non mi autorizza a pensare che io possa conoscere la tua.
Nella mia esperienza posso dire di aver imparato a scindere la sofferenza dalla rabbia che mi genera ogni volta che mi trovo di fronte ad una ingiustizia, ad un soppruso, ad un inganno.
Forse la mia necessità di decodificare, di chiarificare a me stessa quello che provo, mi porta a scindere il mio senso di giustizia (che mi apre all'abisso della mia impotenza) e la sofferenza che si genera in me quando sono spettatrice di una esistenza che si annulla. Forse il mio è un sofismo, o più provabilmente un modo per difendermi. Non so dire! Ciò che più o meno conosco è la mia sofferenza, posso solo per simpatia partecipare alla sofferenza altrui, ma nella sofferenza la dimensione che - forse - è costante per ogni persona, è la solitudine.
L'utopia (consentimi questo termine) del messaggio cristiano è che tale solitudine si possa in un qualche modo rompere, appunto nell'essere vicino a chi è nella solitudine, senza invaderla, senza abusarla.
Non so quale sia la sofferenza di d-o! Spero e, nel contempo, credo che il mio d-o sia veramente capace di essermi vicino, di darmi - appunto - quella unica vera con-solazione che riesce a darmi un po' di pace. Si, pace, ma dove io preferisco sempre dire "giustizia".
Non vogio invadere la tua sofferenza, se ho fatto questo ti chiedo scusa, ma nella mia impotenza ed incapacità, voglio solo esserti vicina.
Un abbraccio
Darianna
Ieri avevo pensato di scrivere qualcosa di più vicino al discorso teologico, in relazione all'ampia parte del tuo messaggio, e questo mi capita ogni volta in cui mi trovo di fronte ad un "qualcosa" che mi "provoca" in relazione alla mia fede. Non voglio e non posso discutere, interloquire su quello che è la fede di una persona, per quanto mi sia vicina e per quanto io abbia nei suoi confronti un profondo affetto e stima. La fede è sempre un qualcosa di assolutamente soggettivo, ed in quanto tale può essere espressa, testimoniata e comunicata, ma non trasmessa, non discussa, non posta sullo stesso piano di una teorizzazione o di un pensiero.
La sofferenza di d-o non la conosco, nella stessa identica maniera come non posso pensare di conoscere la tua sofferenza. Posso conoscere la mia di sofferenza, ma il fatto che tu parli di dignità negata non mi autorizza a pensare che io possa conoscere la tua.
Nella mia esperienza posso dire di aver imparato a scindere la sofferenza dalla rabbia che mi genera ogni volta che mi trovo di fronte ad una ingiustizia, ad un soppruso, ad un inganno.
Forse la mia necessità di decodificare, di chiarificare a me stessa quello che provo, mi porta a scindere il mio senso di giustizia (che mi apre all'abisso della mia impotenza) e la sofferenza che si genera in me quando sono spettatrice di una esistenza che si annulla. Forse il mio è un sofismo, o più provabilmente un modo per difendermi. Non so dire! Ciò che più o meno conosco è la mia sofferenza, posso solo per simpatia partecipare alla sofferenza altrui, ma nella sofferenza la dimensione che - forse - è costante per ogni persona, è la solitudine.
L'utopia (consentimi questo termine) del messaggio cristiano è che tale solitudine si possa in un qualche modo rompere, appunto nell'essere vicino a chi è nella solitudine, senza invaderla, senza abusarla.
Non so quale sia la sofferenza di d-o! Spero e, nel contempo, credo che il mio d-o sia veramente capace di essermi vicino, di darmi - appunto - quella unica vera con-solazione che riesce a darmi un po' di pace. Si, pace, ma dove io preferisco sempre dire "giustizia".
Non vogio invadere la tua sofferenza, se ho fatto questo ti chiedo scusa, ma nella mia impotenza ed incapacità, voglio solo esserti vicina.
Un abbraccio
Darianna
sabato 19 giugno 2010
Ferite
... e insulti. Grazie, non c'è di che.
E dovrei mettere punto con il "non ti curar di lor, ma passa e guarda".
Ma se il cuore langue di dolore, non per le ferite ricevute nel proprio sé, bensì per le ferite che una persona riporta nella dimensione assoluta del suo essere persona, fino a diventare fantoccio creato dagli altri, ... e tu che te ne accorgi, che vorresti dargli una mano, lenire qualche piaga..... sei costretta ad assistere impotente?
Soffro, questo è l'unica cosa davvero mia: SOFFRIRE. Le ingiurie che mi rivolgete, gente per bene, non mi toccano, anzi mi fanno ... quasi ... sorridere, tanta è la vostra scempiaggine. La sofferenza è invece sostanza del mio essere-in-situazione-d'impotenza.
Come deve essere terribile la sofferenza di Dio se assomiglia alla nostra del tipo descritto! Terribile. E intanto Lui non la ripudia, come io non mi nego la mia, rassegnandomi alla mia impotenza.
Capisco questo volersi assomigliare nel diritto a soffrire per l'altro vilipeso nella sua dignità di persona libera. Non capisco come mai Lui resista a soffrire, pur potendo vincere l'impotenza e sollevare l'altro. Ci deve essere un qualcosa di più valido della stessa sofferenza per il vilipendio dell'altro.
Ad occhi chiusi mi fido nel credere che la prova dell'impotenza abbia un valore ancora più eccelso del diritto sacrosanto di ciascuno ad essere rispettato nella sua dignità di persona libera. Avevano ragione i sapienti di tempi lontani nel dire che solo il dolore genera cose incredibilmente superiori ad ogni bene. E, mentre riconosco che le cose stanno così - historia docet - il cuore che sanguina in maniera immateriale ma irresistibilmente feroce, si mescola a quello infinito di Cristo.
E dovrei mettere punto con il "non ti curar di lor, ma passa e guarda".
Ma se il cuore langue di dolore, non per le ferite ricevute nel proprio sé, bensì per le ferite che una persona riporta nella dimensione assoluta del suo essere persona, fino a diventare fantoccio creato dagli altri, ... e tu che te ne accorgi, che vorresti dargli una mano, lenire qualche piaga..... sei costretta ad assistere impotente?
Soffro, questo è l'unica cosa davvero mia: SOFFRIRE. Le ingiurie che mi rivolgete, gente per bene, non mi toccano, anzi mi fanno ... quasi ... sorridere, tanta è la vostra scempiaggine. La sofferenza è invece sostanza del mio essere-in-situazione-d'impotenza.
Come deve essere terribile la sofferenza di Dio se assomiglia alla nostra del tipo descritto! Terribile. E intanto Lui non la ripudia, come io non mi nego la mia, rassegnandomi alla mia impotenza.
Capisco questo volersi assomigliare nel diritto a soffrire per l'altro vilipeso nella sua dignità di persona libera. Non capisco come mai Lui resista a soffrire, pur potendo vincere l'impotenza e sollevare l'altro. Ci deve essere un qualcosa di più valido della stessa sofferenza per il vilipendio dell'altro.
Ad occhi chiusi mi fido nel credere che la prova dell'impotenza abbia un valore ancora più eccelso del diritto sacrosanto di ciascuno ad essere rispettato nella sua dignità di persona libera. Avevano ragione i sapienti di tempi lontani nel dire che solo il dolore genera cose incredibilmente superiori ad ogni bene. E, mentre riconosco che le cose stanno così - historia docet - il cuore che sanguina in maniera immateriale ma irresistibilmente feroce, si mescola a quello infinito di Cristo.
domenica 13 giugno 2010
Ferite e riconciliazione?
A quest'ora cosa posso trovarmi a pensare?
La riflessione di Laura Denu, che si trova a questo indirizzo:
http://lauradenu-lauradenu.blogspot.com/2010/06/le-ferite-e-la-riconciliazione.html
mi ha posto di fronte ad una questione che, tutto sommato, avevo pensato di aver già sufficientemente affrontato. Il problema della riconciliazione lo avevo già valutato dal punto di vista teologico e dal punto di vista personale, avevo già tentato alcune correlazioni, ma il testo di Laura mi ha richiamata con forza a ripensare e, quindi, a rivedere. Questo è il bello del dialogo che a molti sfugge, il bello del poter rimettere in discussione con noi stesse le questioni che riteniamo già assodate.
Riconciliarsi con chi? Con cosa? Ecco cosa pone in una prospettiva nuova Laura, ovvero il riconciliarsi nasce e si produce dal fatto che si hanno ferite, ferite che pretendono di essere rimarginate, che pretendono di non essere più invasive nella nostra esistenza.
Possiamo aver accertato ed, in un qualche modo, anche accantonato queste nostre ferite, nascondendole o non considerandole più perché si è affrontato in modo chiaro ed onesto il "chi" le ha prodotte! Forse abbiamo anche ottenuto di non dover dare più tanto peso a quanto ha prodotto quelle ferite, ma nei fatti non abbiamo curato, non abbiamo rimarginato, non abbiamo sanato le nostre ferite, le quali ad ogni occasione risputano fuori. Sono quei fantasmi che ci inseguono e che si palesano di fronte a noi senza preavviso, senza una logica motivazione, che si riaprono improvvisamente riportando alla superficie gli stessi dolori, le stesse sensazioni.
Si è pensato di aver superato la questione, di aver risolto, di aver dato una motivazione sufficiente per poter passare oltre, ma così non è! Nei fatti, per quanto ci si possiamo esseci date motivazioni, spiegazioni e quant'altro, la ferita è rimasta aperta, e questo significa molto semplicemente che non c'è stata riconciliazione. Si, perché ciò che è fondamentale, è comprendere che la riconciliazione non è con "altri", ma è con noi stess*!
Chi mi ha ferita, chi mi ha oltraggiata, chi ha devastato la mia esistenza, chi mi ha sempre impedito di essere, per quanto sia stata la persona o le persone che mi hanno provocato la ferita, non sono la ferita. Ma ciò che a me fa male, fa male oggi, è la ferita che è rimasta aperta, che è producente dolore, ed è quella che pretende di essere curata, guarita, rimarginata.
E penso a me, penso a quante ferite ho rimarginato, quanta riconciliazione ho operato su me stessa. Penso che il mio dolore, la mia paura, la mia profonda sensazione di fallimento, il mio sentirmi un "re mida al contrario", sia proprio indice che nella realtà ho ancora ferite profonde che non ho curato, che ho voluto, tentato di dimenticare.
Una giornalista con inistenza mi chiedeva se io avevo perdonato chi mi aveva devastato l'esistenza. Cosa avevo da perdonargli? La mia esistenza era stata messa nelle mani di penne senza scrupoli, di personaggi indecenti che per soddisfare i loro pruriti o quelli dei loro presunti lettori né avevano fatto scempio. Chi mi aveva ferita, chi mi aveva oltraggiata non era certo quell'individuo che, malato, aveva fatto le sue nefandezze! No! La ferita mi era stata inferta da altri soggetti, mi era stata inferta dalle istituzioni dello Stato, quelle istituzioni che io avevo onorato e servito nella mia dimensione di cittadina libera e tesa ad essere consapevole. Alcune istituzioni dello Stato, le strutture di una realtà ecclesiastica, la becera attività di chi scrive su giornali e fa televisione senza il minimo di professionalità e di deontologia professionale, questi mi avevano ferito ed oltraggiato!
Loro sono la causa del mio dolore, della mia paura, della mia profonda sensazione di fallimento, del il mio sentirmi un "re mida al contrario"! Ma loro sono solo la causa, non la ferita! Ed io devo guardare bene in faccia la mia ferita e smetterla di essere distratta da chi me l'ha inferta. Loro tutti, comunque sia, servi di qualcuno e qualcosa!
La mia ferita che c'è, ed è quella con la quale io devo fare i conti veramente! Ma io con questa ferita mi devo "riconciliare", non devo cadere nella trappola della "giustificazione", poiché non sono giustificabile né io né loro!
Si, io non sono giustificabile, poiché ho creduto - e credo - che un mondo migliore sia possibile, e ho creduto - e credo - che ci sia il diritto per ogni persona di avere una possibilità reale. Dovrei forse giustificare questo che credo? No! Non ci penso proprio a dover trovare giustificazioni a ciò che credo, per quanto queste mi abbiano esposta e continuino ad espormi. Ed ogni volta che mi espongo e mi rendo bersaglio, nella mia più piena consapevolezza di quanto sto facendo, diventerebbe assolutamente ridicolo che io trovassi pure l'onta, verso le ferite che mi procuro, di dare delle giustificazioni. Ed è proprio per questo che io credo che, contemporaneamente, non posso trovare alcuna giustificazione a quelle persone, a nessuna di quelle persone che hanno rappresentato le istituzioni dello Stato, che hanno rappresentato i media, che hanno rappresentato la dimensione ecclesiale!
Questa mia ferita è troppo seria per me, perché io la insulti con giustificazioni! Ma ogni mia ferita è seria, e nessuna di queste io le ho insultate con giustificazioni, per questo si sono rimarginate, per questo sono divenute fregi di cui onorarmi.
Ma la ferita che ho ancora aperta mi da dolore, e per quanto io sapppia e conosca profondamente quale grandezza essa produca, quale senso profondo essa ponga di fronte alla storia, mi da ancora dolore, perché la mia ferita ha dei nomi precisi, ed è per questo che sempre riappare e non guarisce. La mia ferita si chiama abbandono, si chiama slealtà, si chiama pregiudizio, si chama meschinità, si chiama opportunismo.
Potrei dire che questa è la "legione" che mi tormenta, quel tormento che ancora attende che qualcuno mi liberi!
La riflessione di Laura Denu, che si trova a questo indirizzo:
http://lauradenu-lauradenu.blogspot.com/2010/06/le-ferite-e-la-riconciliazione.html
mi ha posto di fronte ad una questione che, tutto sommato, avevo pensato di aver già sufficientemente affrontato. Il problema della riconciliazione lo avevo già valutato dal punto di vista teologico e dal punto di vista personale, avevo già tentato alcune correlazioni, ma il testo di Laura mi ha richiamata con forza a ripensare e, quindi, a rivedere. Questo è il bello del dialogo che a molti sfugge, il bello del poter rimettere in discussione con noi stesse le questioni che riteniamo già assodate.
Riconciliarsi con chi? Con cosa? Ecco cosa pone in una prospettiva nuova Laura, ovvero il riconciliarsi nasce e si produce dal fatto che si hanno ferite, ferite che pretendono di essere rimarginate, che pretendono di non essere più invasive nella nostra esistenza.
Possiamo aver accertato ed, in un qualche modo, anche accantonato queste nostre ferite, nascondendole o non considerandole più perché si è affrontato in modo chiaro ed onesto il "chi" le ha prodotte! Forse abbiamo anche ottenuto di non dover dare più tanto peso a quanto ha prodotto quelle ferite, ma nei fatti non abbiamo curato, non abbiamo rimarginato, non abbiamo sanato le nostre ferite, le quali ad ogni occasione risputano fuori. Sono quei fantasmi che ci inseguono e che si palesano di fronte a noi senza preavviso, senza una logica motivazione, che si riaprono improvvisamente riportando alla superficie gli stessi dolori, le stesse sensazioni.
Si è pensato di aver superato la questione, di aver risolto, di aver dato una motivazione sufficiente per poter passare oltre, ma così non è! Nei fatti, per quanto ci si possiamo esseci date motivazioni, spiegazioni e quant'altro, la ferita è rimasta aperta, e questo significa molto semplicemente che non c'è stata riconciliazione. Si, perché ciò che è fondamentale, è comprendere che la riconciliazione non è con "altri", ma è con noi stess*!
Chi mi ha ferita, chi mi ha oltraggiata, chi ha devastato la mia esistenza, chi mi ha sempre impedito di essere, per quanto sia stata la persona o le persone che mi hanno provocato la ferita, non sono la ferita. Ma ciò che a me fa male, fa male oggi, è la ferita che è rimasta aperta, che è producente dolore, ed è quella che pretende di essere curata, guarita, rimarginata.
E penso a me, penso a quante ferite ho rimarginato, quanta riconciliazione ho operato su me stessa. Penso che il mio dolore, la mia paura, la mia profonda sensazione di fallimento, il mio sentirmi un "re mida al contrario", sia proprio indice che nella realtà ho ancora ferite profonde che non ho curato, che ho voluto, tentato di dimenticare.
Una giornalista con inistenza mi chiedeva se io avevo perdonato chi mi aveva devastato l'esistenza. Cosa avevo da perdonargli? La mia esistenza era stata messa nelle mani di penne senza scrupoli, di personaggi indecenti che per soddisfare i loro pruriti o quelli dei loro presunti lettori né avevano fatto scempio. Chi mi aveva ferita, chi mi aveva oltraggiata non era certo quell'individuo che, malato, aveva fatto le sue nefandezze! No! La ferita mi era stata inferta da altri soggetti, mi era stata inferta dalle istituzioni dello Stato, quelle istituzioni che io avevo onorato e servito nella mia dimensione di cittadina libera e tesa ad essere consapevole. Alcune istituzioni dello Stato, le strutture di una realtà ecclesiastica, la becera attività di chi scrive su giornali e fa televisione senza il minimo di professionalità e di deontologia professionale, questi mi avevano ferito ed oltraggiato!
Loro sono la causa del mio dolore, della mia paura, della mia profonda sensazione di fallimento, del il mio sentirmi un "re mida al contrario"! Ma loro sono solo la causa, non la ferita! Ed io devo guardare bene in faccia la mia ferita e smetterla di essere distratta da chi me l'ha inferta. Loro tutti, comunque sia, servi di qualcuno e qualcosa!
La mia ferita che c'è, ed è quella con la quale io devo fare i conti veramente! Ma io con questa ferita mi devo "riconciliare", non devo cadere nella trappola della "giustificazione", poiché non sono giustificabile né io né loro!
Si, io non sono giustificabile, poiché ho creduto - e credo - che un mondo migliore sia possibile, e ho creduto - e credo - che ci sia il diritto per ogni persona di avere una possibilità reale. Dovrei forse giustificare questo che credo? No! Non ci penso proprio a dover trovare giustificazioni a ciò che credo, per quanto queste mi abbiano esposta e continuino ad espormi. Ed ogni volta che mi espongo e mi rendo bersaglio, nella mia più piena consapevolezza di quanto sto facendo, diventerebbe assolutamente ridicolo che io trovassi pure l'onta, verso le ferite che mi procuro, di dare delle giustificazioni. Ed è proprio per questo che io credo che, contemporaneamente, non posso trovare alcuna giustificazione a quelle persone, a nessuna di quelle persone che hanno rappresentato le istituzioni dello Stato, che hanno rappresentato i media, che hanno rappresentato la dimensione ecclesiale!
Questa mia ferita è troppo seria per me, perché io la insulti con giustificazioni! Ma ogni mia ferita è seria, e nessuna di queste io le ho insultate con giustificazioni, per questo si sono rimarginate, per questo sono divenute fregi di cui onorarmi.
Ma la ferita che ho ancora aperta mi da dolore, e per quanto io sapppia e conosca profondamente quale grandezza essa produca, quale senso profondo essa ponga di fronte alla storia, mi da ancora dolore, perché la mia ferita ha dei nomi precisi, ed è per questo che sempre riappare e non guarisce. La mia ferita si chiama abbandono, si chiama slealtà, si chiama pregiudizio, si chama meschinità, si chiama opportunismo.
Potrei dire che questa è la "legione" che mi tormenta, quel tormento che ancora attende che qualcuno mi liberi!
martedì 8 giugno 2010
...mie far le tue sofferenze
Col Nulla un giorno inutil m’apparve il confronto
Qual ebbrezza bearmi d’immenso
senza meta nuotarvi sperduta. Eppur non potevo
baciarti perché da me Altro restavi
Altro giorno accostata a Tue piaghe
dal dolore del mondo ti vidi ferito
Ormai t’abbracciavo e baciavo da amante
null’altro volendo che mie far le tue
sofferenze
Qual ebbrezza bearmi d’immenso
senza meta nuotarvi sperduta. Eppur non potevo
baciarti perché da me Altro restavi
Altro giorno accostata a Tue piaghe
dal dolore del mondo ti vidi ferito
Ormai t’abbracciavo e baciavo da amante
null’altro volendo che mie far le tue
sofferenze
lunedì 7 giugno 2010
Ostinazione o perseveranza?
Ho un progetto! Forse tutte le persone hanno un progetto e per questo e su questo spendono la loro esistenza. Se è così, io sono una delle tante che, appunto, ha un progetto che persegue da decenni, nel quale ha investito tutta la sua esistenza, sotto ogni aspetto.
Se io faccio un'analisi obiettiva della mia esistenza in relazione a questo progetto, quindi a ciò che ha sempre dato senso, significato, spinta, pensiero, posso solo constatare come questa sia stata un effettivo susseguirsi di insuccessi.
Sono stata sconfitta sul piano ecclesiale, sconfitta sul piano culturale, sconfitta sul piano sociale ed, infine, sconfitta sul piano politico.
Questa volta mi trovo di fronte alla possibile sconfitta sul piano economico. Mi chiedo se questa mia sia ostinazione o perseveranza.
Ovviamente ogni valutazione deve essere fatta a partire da qual è l'oggetto del progetto.
Nella mia "follia" ho sempre ritenuto che per quanto sia impossibile vivere in una società giusta, è quanto meno possibile operare e lavorare perché la società sia meno ingiusta, quanto meno si possa costruire degli spazi di giustizia e di equità.
Nel pieno della mia adolescenza, in un qualche modo, attraverso la predicazione di mio padre, compresi un elemento che è divenuto normativo nella mia esistenza. D-o ha una diversa e profonda attenzione nei riguardi di chi è nella totale marginalità. Nel corso dei miei studi venni folgorata dal cap. 4 del profeta Osea, dove esprime la condanna verso profeti e sacerdoti perché negano la conoscenza al popolo ed il popolo muore per mancanza di conoscenza, tanto che tutto il loro culto e la loro "pietà" è come la nebbia che si dirada al primo sole. Altro fatto determinante fu la comprensione che tutta la "torah" ha come nodo fondamentale il fatto che d-o è garante del diritto degli ultimi.
Da qui parte l'idea che ogni possibile sviluppo ed ogni possile "emancipazione" si può verificare solo partendo dagli ultimi. La mia profonda convinzione è che solo nel momento in cui noi si attua la logica che gli ultimi hanno diritto di serdersi hai primi posti - se non universalmente, almeno in alcuni spazi sociali - potrà veramente esserci una reale emancipazione.
Così l'idea che soggiace al progetto è quella di strutturare un sistema che abbia come obiettivo e fuoco le persone "ultime".
Ciò che ho sperimentato è che le prime persone che vanno contro a questo progetto e che lo contrastano sono proprio le persone socialmente "ultime".
Ora mi chiedo, di fronte alla possibilità dell'ennesima ed ultima sconfitta, se la mia è stata ostinazione o perseveranza, ben consapevole che io ritengo di aver perseverato nel perseguire questo progetto.
Molti sono i pensieri che mi seguono, che sostanziano la mia intera esistenza in relazione al progetto. Forte è il senso di chi ha compreso la necessità di essere "vuote" per poterci lavorare, per poter effettivamente portare avanti una cosa del genere. Non si può avere propri profumi se si parte dagli ultimi, non si può avere proprie verità. La condizione necessaria è l'essere svuotate completamente di sé, per esserci nella consapevolezza piena di sé.
Non che questo essere svutate dia una qualche garanzia di risultato positivo per il progetto stesso, ma piuttosto perchè questo essere svuotate implica e porta a comprendere che non diventa più normativa o fondamentale che un risultato ci sia. Il senso non sta più nell'ottenere o raggiungere qualcosa, ma semplicemente nell'esserci in quel qualcosa che ha il suo senso semplicemente in sé, nel suo esprimersi nella storia, nel suo determinare la quotidianità di qualcuno, nel divenire speranza nella disperazione.
Essere vuota implica non legare più se stesse a qualcosa, non essere più nella logica del poter dare e nel poter ricevere. Niente posso dare, niente posso ricevere. Come ho detto la mia "anfora" è rotta, ed in quanto tale non può più dare né ricevere.
Se io faccio un'analisi obiettiva della mia esistenza in relazione a questo progetto, quindi a ciò che ha sempre dato senso, significato, spinta, pensiero, posso solo constatare come questa sia stata un effettivo susseguirsi di insuccessi.
Sono stata sconfitta sul piano ecclesiale, sconfitta sul piano culturale, sconfitta sul piano sociale ed, infine, sconfitta sul piano politico.
Questa volta mi trovo di fronte alla possibile sconfitta sul piano economico. Mi chiedo se questa mia sia ostinazione o perseveranza.
Ovviamente ogni valutazione deve essere fatta a partire da qual è l'oggetto del progetto.
Nella mia "follia" ho sempre ritenuto che per quanto sia impossibile vivere in una società giusta, è quanto meno possibile operare e lavorare perché la società sia meno ingiusta, quanto meno si possa costruire degli spazi di giustizia e di equità.
Nel pieno della mia adolescenza, in un qualche modo, attraverso la predicazione di mio padre, compresi un elemento che è divenuto normativo nella mia esistenza. D-o ha una diversa e profonda attenzione nei riguardi di chi è nella totale marginalità. Nel corso dei miei studi venni folgorata dal cap. 4 del profeta Osea, dove esprime la condanna verso profeti e sacerdoti perché negano la conoscenza al popolo ed il popolo muore per mancanza di conoscenza, tanto che tutto il loro culto e la loro "pietà" è come la nebbia che si dirada al primo sole. Altro fatto determinante fu la comprensione che tutta la "torah" ha come nodo fondamentale il fatto che d-o è garante del diritto degli ultimi.
Da qui parte l'idea che ogni possibile sviluppo ed ogni possile "emancipazione" si può verificare solo partendo dagli ultimi. La mia profonda convinzione è che solo nel momento in cui noi si attua la logica che gli ultimi hanno diritto di serdersi hai primi posti - se non universalmente, almeno in alcuni spazi sociali - potrà veramente esserci una reale emancipazione.
Così l'idea che soggiace al progetto è quella di strutturare un sistema che abbia come obiettivo e fuoco le persone "ultime".
Ciò che ho sperimentato è che le prime persone che vanno contro a questo progetto e che lo contrastano sono proprio le persone socialmente "ultime".
Ora mi chiedo, di fronte alla possibilità dell'ennesima ed ultima sconfitta, se la mia è stata ostinazione o perseveranza, ben consapevole che io ritengo di aver perseverato nel perseguire questo progetto.
Molti sono i pensieri che mi seguono, che sostanziano la mia intera esistenza in relazione al progetto. Forte è il senso di chi ha compreso la necessità di essere "vuote" per poterci lavorare, per poter effettivamente portare avanti una cosa del genere. Non si può avere propri profumi se si parte dagli ultimi, non si può avere proprie verità. La condizione necessaria è l'essere svuotate completamente di sé, per esserci nella consapevolezza piena di sé.
Non che questo essere svutate dia una qualche garanzia di risultato positivo per il progetto stesso, ma piuttosto perchè questo essere svuotate implica e porta a comprendere che non diventa più normativa o fondamentale che un risultato ci sia. Il senso non sta più nell'ottenere o raggiungere qualcosa, ma semplicemente nell'esserci in quel qualcosa che ha il suo senso semplicemente in sé, nel suo esprimersi nella storia, nel suo determinare la quotidianità di qualcuno, nel divenire speranza nella disperazione.
Essere vuota implica non legare più se stesse a qualcosa, non essere più nella logica del poter dare e nel poter ricevere. Niente posso dare, niente posso ricevere. Come ho detto la mia "anfora" è rotta, ed in quanto tale non può più dare né ricevere.
sabato 5 giugno 2010
Il desiderio e la solitudine
Sogni di comunicazione o insufficienza di me?
Rifiuto l'amarezza che segue a quei sogni e inorridisco di fronte alla soddisfazione di un misero conforto.
E allora butto via sogni e contentini.
*
Ma non mi rassegno al cheto vivere.
Voglio restare non paga, ansiosa, incapace di reggere l'esuberanza che mi pervade.
Col mio desiderio insoddisfatto, continuo a desiderare. E desiderare è più che sognare o appagarmi.
*
Oh sovrabbondanza del mio desiderio!
Rifiuto l'amarezza che segue a quei sogni e inorridisco di fronte alla soddisfazione di un misero conforto.
E allora butto via sogni e contentini.
*
Ma non mi rassegno al cheto vivere.
Voglio restare non paga, ansiosa, incapace di reggere l'esuberanza che mi pervade.
Col mio desiderio insoddisfatto, continuo a desiderare. E desiderare è più che sognare o appagarmi.
*
Oh sovrabbondanza del mio desiderio!
martedì 1 giugno 2010
Attimi
Attimi. Non sempre li vivo come miei, da alcuni, anzi, "sono vissuta", meglio, inghiottita. Vorrei poter descriverne alcuni, ma questa volta mi limito ad uno soltanto.
Ad un tratto, dopo incubi su incubi in cui non vedevo via di uscita, un immediato senso di serenità. Niente di sensazionale, niente di illuminativo; solo che si snodavano vari intrecci e appariva un unico filo, fatto di occasioni, tutte risolte (anche quelle in pendenza).
Non ho avuto alcuna voglia di chiedermi che cosa desse unitarietà a tutti gli attimi della mia vita, per non mettere in gioco la mia razionalità, le mie deduzioni, i miei sentimenti. Volevo solo accettare quell'attimo, che racchiudeva il segreto della serenità, lontana da sensi di sconfitta e vittoria, dolore e gioia, aspatia e desiderio, slancio e depressione.
Ad un tratto, dopo incubi su incubi in cui non vedevo via di uscita, un immediato senso di serenità. Niente di sensazionale, niente di illuminativo; solo che si snodavano vari intrecci e appariva un unico filo, fatto di occasioni, tutte risolte (anche quelle in pendenza).
Non ho avuto alcuna voglia di chiedermi che cosa desse unitarietà a tutti gli attimi della mia vita, per non mettere in gioco la mia razionalità, le mie deduzioni, i miei sentimenti. Volevo solo accettare quell'attimo, che racchiudeva il segreto della serenità, lontana da sensi di sconfitta e vittoria, dolore e gioia, aspatia e desiderio, slancio e depressione.
domenica 30 maggio 2010
Eppure ...
Ed allora, cara Ausilia, faccio mio il tuo "eppure", proprio perché, nonostante tutto e nonostante ogni tipo di valutazione o di giudizio che può essere espresso, per quanto per strade diverse e con sensi diversi, abbiamo scoperto la "ricchezza" del vuoto nel quale siamo, compreso anche quello stato costante di distacco-partecipato alla quotidianità che ci circonda. Mi viene in mente Pirandello con "uno, nessuno e centomila", o con il suo "Enrico IV".
Eppure ... non siamo né l'uno né l'altro, tanto meno un soggetto in cerca d'autore!
Amo descrivere la mia realtà come quella di chi si trova nella terra di nessuno, in quella terra dove si osservano i confini altrui, e non mi nascondo che questi rappresentano i miei confini, segnano il perimetro della terra nella quale sono e che è solo teoricamente non recintata, solo teoricamente terra di nessuno. Quei confini, per quanto non mi appartengano, ci sono! Non mi appartengono più, ho fatto il salto di uscire da tutto questo, camminare dove ancora non è stato tracciato un sentiero, dove ancora non c'è una chiara figura che consente una esposizione, che ancora ricerca il modo di comunicare. Ma i confini delle parole, i confini dei conceti, i confini dei "saputi" e dei "conosciuti" ci sono e fanno comunque parte della mia realtà di persona.
Sono me stessa, si! Nella ingarbugliata matassa di tutto quello che mi rappresenta, privata di una possibile ed unica verità, anche di me stessa, provo a dire come lo smarrimento sia il vero luogo della propria dimensione, senza la necessità di coerenza o di conseguenzialità.
Eccomi qui, per ciò che sono. Con la voglia di essere amata per ciò che sono, avere qualcuno con cui continuare il cammino della scoperta di sé, ma anche tutto sommato serena.
Ho accettato che nulla dipende da me, se non l'intenzione! Ho accettato che a me spetta solo il cercare, nel limite delle mie capacità, di governare ciò che mi viene posto di fronte, e spesso mi chiedo se abbia un senso questo governare, o se pure questo è un tentare di dare corpo.
Ti abbraccio, virtualmente!
Darianna
Eppure ... non siamo né l'uno né l'altro, tanto meno un soggetto in cerca d'autore!
Amo descrivere la mia realtà come quella di chi si trova nella terra di nessuno, in quella terra dove si osservano i confini altrui, e non mi nascondo che questi rappresentano i miei confini, segnano il perimetro della terra nella quale sono e che è solo teoricamente non recintata, solo teoricamente terra di nessuno. Quei confini, per quanto non mi appartengano, ci sono! Non mi appartengono più, ho fatto il salto di uscire da tutto questo, camminare dove ancora non è stato tracciato un sentiero, dove ancora non c'è una chiara figura che consente una esposizione, che ancora ricerca il modo di comunicare. Ma i confini delle parole, i confini dei conceti, i confini dei "saputi" e dei "conosciuti" ci sono e fanno comunque parte della mia realtà di persona.
Sono me stessa, si! Nella ingarbugliata matassa di tutto quello che mi rappresenta, privata di una possibile ed unica verità, anche di me stessa, provo a dire come lo smarrimento sia il vero luogo della propria dimensione, senza la necessità di coerenza o di conseguenzialità.
Eccomi qui, per ciò che sono. Con la voglia di essere amata per ciò che sono, avere qualcuno con cui continuare il cammino della scoperta di sé, ma anche tutto sommato serena.
Ho accettato che nulla dipende da me, se non l'intenzione! Ho accettato che a me spetta solo il cercare, nel limite delle mie capacità, di governare ciò che mi viene posto di fronte, e spesso mi chiedo se abbia un senso questo governare, o se pure questo è un tentare di dare corpo.
Ti abbraccio, virtualmente!
Darianna
Il vuoto insidiato
Cara Darianna, mi ritrovo nella tua strana giornata in cui incontri "persone che vivono la loro esistenza nella quotidianità di una lotta costante per andare avanti, per vivere" e persone che vivono "la dimensione astratta ed impersonale di chi tratta la realtà, le esistenze, solo a partire da uno schema preconfezionato e astratto".
Certamente ci sono altre categorie di persone che incontriamo tutti, e non in "una strana giornata", ma ad ogni pié sospinto. Anch'io esternamente appartengo, mio malgrado, a qualcuna di quelle da te nominate, trovandomi impigliata in una qualche parte da recitare, ora per questo ora per quello.
Ma quale nostalgia di stringermi in abbraccio a qualcuno/a con cui essere me stessa, solo me stessa!
Ed ecco, puntuale, il mio "eppure".
EPPURE mi assale il dubbio che nemmeno mi posso stringere a me stessa, perché mi sfugge sempre qualcosa di me (e nel dirlo credo di essere più sincera di coloro che si ritengono signore del proprio io, libere di scegliere, con possibiltà sempre nuove per reinventarsi; e so che molti reputano tale proprio me....). Mi consola Pascal col paragone tra l'io pensante-amante e la canna sbattuta dal vento. Mi consola essere cosciente delle mie debolezze VERE. Almeno posso accostarmi con sussiego ma senza ambage al mistero del me-stessa, fatto di VUOTO.
Lascio questa parola 'vuoto' alle interpretazioni di chi si prendesse una simile stupida briga. Da parte mia non aggiungo una parola di FEDE: non perché non ce l'abbia (anzi è l'unica a definirmi), ma perchè essa non riempie quel vuoto; semmai lo dilata sempre più.........).
E vivrei felice e contenta nello spazio liberato da ogni invadenza, se non mi tormentasse la decadenza corporea, che lo insidia corrodendo i margini i quali lo delimitano e in un certo qual modo lo proteggono. Accipicchia!
Certamente ci sono altre categorie di persone che incontriamo tutti, e non in "una strana giornata", ma ad ogni pié sospinto. Anch'io esternamente appartengo, mio malgrado, a qualcuna di quelle da te nominate, trovandomi impigliata in una qualche parte da recitare, ora per questo ora per quello.
Ma quale nostalgia di stringermi in abbraccio a qualcuno/a con cui essere me stessa, solo me stessa!
Ed ecco, puntuale, il mio "eppure".
EPPURE mi assale il dubbio che nemmeno mi posso stringere a me stessa, perché mi sfugge sempre qualcosa di me (e nel dirlo credo di essere più sincera di coloro che si ritengono signore del proprio io, libere di scegliere, con possibiltà sempre nuove per reinventarsi; e so che molti reputano tale proprio me....). Mi consola Pascal col paragone tra l'io pensante-amante e la canna sbattuta dal vento. Mi consola essere cosciente delle mie debolezze VERE. Almeno posso accostarmi con sussiego ma senza ambage al mistero del me-stessa, fatto di VUOTO.
Lascio questa parola 'vuoto' alle interpretazioni di chi si prendesse una simile stupida briga. Da parte mia non aggiungo una parola di FEDE: non perché non ce l'abbia (anzi è l'unica a definirmi), ma perchè essa non riempie quel vuoto; semmai lo dilata sempre più.........).
E vivrei felice e contenta nello spazio liberato da ogni invadenza, se non mi tormentasse la decadenza corporea, che lo insidia corrodendo i margini i quali lo delimitano e in un certo qual modo lo proteggono. Accipicchia!
martedì 25 maggio 2010
Giornata strana
Oggi è stata una giornata strana sotto tutti gli aspetti. La sua preparazione è stata un crescendo di tensione in prospettiva ad un momento pubblico nel quale avrei dovuto parlare ad un pubblico sconosciuto ed attraverso un telefono. Non sono abituata a parlare in questo modo, ho necessità di avere di fronte persone quando parlo. Ma la situazione era questa, quando si parla ad una radio e lo si fa per telefono, ci si deve impostare, entrare in un modo di comunicazione che - sebbene non mi sia consono - dovevo adottare per poter portare avanti il progetto al quale sto lavorando da troppo tempo.
Ho ascoltato questa radio per due giorni, per capire come si muove, come imposta le cose, qual è il suo "livello" di comunicazione! Il genere preferito è simile alla "rissa" verbale! Non è il mio genere, per quanto sia piuttosto veemente quando parlo ed espongo qualcosa. Dovevo farlo, l'ho fatto adottando linguaggio e modalità di questa radio, ricevendo una risposta inaspettata dagli ascoltatori (in meno di 40 minuti, sono arrivate 450 mail). Oggi pomeriggio in banca, convocati da responsabili di zona per ascoltare le loro metodiche e per dire cosa stiamo costruendo.
Tutto si fonda sull'idea che si deve ripartire dal basso, si deve riprendere il filo delle cose a partire dalle situazioni più piccole. Nel campo economico si sostiene la necessità di partire dalle micro imprese, nel campo culturale di ripartire dalle basi fondamentali della conoscenza della storia e del vissuto.
Due ambiti completamente diversi: il primo culturalmente inqualificabile, ma rappresentantivo delle persone che vivono in una situazione culturalmente marginale; dall'altra parte persone dalle quali ci si aspetta almeno una certa cultura, una impostazione quanto meno più analitica.
Nella prima situazione di assoluta assenza di possibilità argomentative e di una discussione serena, l'ascolto e la volontà di interazione c'è stata; dall'altra ... un muro di gomma!
Nella mattinata ho "incontrato" persone che vivono la loro esistenza nella quotidianità di una lotta costante per andare avanti, per vivere; una costante e disordinata rivendicazione al loro diritto di vivere dignitosamente; nel pomeriggio solo la dimensione astratta ed impersonale di chi tratta la realtà, le esistenze, solo a partire da uno schema preconfezionato e astratto.
Le sensazioni sono tante, difficile per me poterle descrivere pienamente, ma mi è venuto chiaro quale fosse veramente il ruolo dei giudici biblici.
E mi chiedo con quale diritto e sulla base di cosa io mi debba fare portavoce di chi non ha voce, senza - per altro - che costoro me lo abbiano chiesto.
Ho la presunzione di avere parole per chi non le ha! Ho la responsabilità di dirle! Non mi consola il fatto di doverle dire sia che ascoltino che non ascoltino; mi è duro seminare ovunque! Mi chiedo con quale diritto e con quale mandato!
Eppure ... eccoci a parlare a chi non ha orecchie, e sicuramente per chi non ha parole.
Un abbraccione
Ho ascoltato questa radio per due giorni, per capire come si muove, come imposta le cose, qual è il suo "livello" di comunicazione! Il genere preferito è simile alla "rissa" verbale! Non è il mio genere, per quanto sia piuttosto veemente quando parlo ed espongo qualcosa. Dovevo farlo, l'ho fatto adottando linguaggio e modalità di questa radio, ricevendo una risposta inaspettata dagli ascoltatori (in meno di 40 minuti, sono arrivate 450 mail). Oggi pomeriggio in banca, convocati da responsabili di zona per ascoltare le loro metodiche e per dire cosa stiamo costruendo.
Tutto si fonda sull'idea che si deve ripartire dal basso, si deve riprendere il filo delle cose a partire dalle situazioni più piccole. Nel campo economico si sostiene la necessità di partire dalle micro imprese, nel campo culturale di ripartire dalle basi fondamentali della conoscenza della storia e del vissuto.
Due ambiti completamente diversi: il primo culturalmente inqualificabile, ma rappresentantivo delle persone che vivono in una situazione culturalmente marginale; dall'altra parte persone dalle quali ci si aspetta almeno una certa cultura, una impostazione quanto meno più analitica.
Nella prima situazione di assoluta assenza di possibilità argomentative e di una discussione serena, l'ascolto e la volontà di interazione c'è stata; dall'altra ... un muro di gomma!
Nella mattinata ho "incontrato" persone che vivono la loro esistenza nella quotidianità di una lotta costante per andare avanti, per vivere; una costante e disordinata rivendicazione al loro diritto di vivere dignitosamente; nel pomeriggio solo la dimensione astratta ed impersonale di chi tratta la realtà, le esistenze, solo a partire da uno schema preconfezionato e astratto.
Le sensazioni sono tante, difficile per me poterle descrivere pienamente, ma mi è venuto chiaro quale fosse veramente il ruolo dei giudici biblici.
E mi chiedo con quale diritto e sulla base di cosa io mi debba fare portavoce di chi non ha voce, senza - per altro - che costoro me lo abbiano chiesto.
Ho la presunzione di avere parole per chi non le ha! Ho la responsabilità di dirle! Non mi consola il fatto di doverle dire sia che ascoltino che non ascoltino; mi è duro seminare ovunque! Mi chiedo con quale diritto e con quale mandato!
Eppure ... eccoci a parlare a chi non ha orecchie, e sicuramente per chi non ha parole.
Un abbraccione
Le due vite
"Vivere la vita pienamente": lo sento ripetere da più parti. Ma se vado ad apprendere il senso dagli altri, trovo delusioni, e solo delusioni. Non ne trovo soltanto nella realtà simbolica che si esprime nelle produzioni artistiche, dove il mondo singolare dell'artista combacia con quello universale. Preciso: non sbiadisce e non si appiattisce su un'universalità astratta, ma diventa rivelativo del senso profondo della vita, che è uno e inesauribilmente molteplice. Una rosa concreta è destinata ad appassire, una rosa assunta nella realtà simbolica acquista una valenza di infinito senza cessare di essere finita: il finito è compiutezza se attraversato dall'infinitezza del sentire pensare creare umano.
Una rumena, facendo le pulizie, mi professava la sua non-intelligenza. Alle mie proteste non si convinceva: "no, io non sono intelligente, so solo quello che debbo fare". Dite voi se la sua convinzione non è più intelligente della mia pretesa di essere capita da chi di discorsi veri non vogliono sentir parlare.
Una rumena, facendo le pulizie, mi professava la sua non-intelligenza. Alle mie proteste non si convinceva: "no, io non sono intelligente, so solo quello che debbo fare". Dite voi se la sua convinzione non è più intelligente della mia pretesa di essere capita da chi di discorsi veri non vogliono sentir parlare.
sabato 15 maggio 2010
Accidenti alle utopie!
Siamo imbevuti di utopie fino al collo, nella nostra mentalità, anche la più quotidiana e più banale. In politica le espongono nella maniera più indecorosa, per dire cosa si dovrebbe dire e fare; si capisce, riferendosi agli altri, perché se i soggetti parlassero di se stessi, magari se la caverebbero ad imbrogliare con la loro verbosità, ma non ad operare. E quel che è peggio noialtri che stiamo a sentirli ci facciamo loro complici in bugie utopiche, sia facendoci loro seguaci sia criticandoli.
La politica è solo n esempio. In campo etico chi non ha visto e sentito pronunciare paradigmi di perfezione umana in opposizione alla rovina di cui si è testimoni oculari? quasi che si fosse realizzato qualche volta nella storia un mondo perfetto o vicino alla perfezione, oppure quasi che si attendesse il suo arrivo in un futuro... Ma quale? Se guardiamo alla storia, le cosiddette età auree, esaminate bene, nascondono al loro interno il seme del tracollo.
Eppure.
Il mio 'eppure' ritorna puntuale.
Sì, non esiste solo il bianco e il nero; si può sempre fare meglio o almeno meno male. Ma per favore, chi parla si faccia l'esame di coscienza per vedere se l'ha fatto lui, qualche volta, il 'meno peggio'
Ausilia
La politica è solo n esempio. In campo etico chi non ha visto e sentito pronunciare paradigmi di perfezione umana in opposizione alla rovina di cui si è testimoni oculari? quasi che si fosse realizzato qualche volta nella storia un mondo perfetto o vicino alla perfezione, oppure quasi che si attendesse il suo arrivo in un futuro... Ma quale? Se guardiamo alla storia, le cosiddette età auree, esaminate bene, nascondono al loro interno il seme del tracollo.
Eppure.
Il mio 'eppure' ritorna puntuale.
Sì, non esiste solo il bianco e il nero; si può sempre fare meglio o almeno meno male. Ma per favore, chi parla si faccia l'esame di coscienza per vedere se l'ha fatto lui, qualche volta, il 'meno peggio'
Ausilia
mercoledì 12 maggio 2010
Mi sono chiesta
Non è il mio tempo, quello dell'immagine, tanto meno quello del ricordo. L'unica cosa che si è impadronita di me è la visione. Evito di cadere nel gioco pericoloso del ricordo!
Mi hanno costretta a vivere nella logica di ciò che resta, dove tutto ha uno specifico prezzo che deve essere corrisposto o pagato. La gratuicità è qualcosa che non può trovare spazio nella mia quotidianità. Se io vi cedo, la pago caramente! Nulla è concesso alla possibilità di un sogno, di una immagine, di un pensare; il fatto impera e si impone, deformando gli individui che vi sono coinvolti in maschere, così che tu vedi persone di cui non scorgi e non riesci a scorgere chi vi si nasconde dietro. Mi chiedo se nei fatti qualcuno vi si nasconda dietro, oppure quelle maschere non servono ad altro che a nascondere la nullità del fatto, di ciò che concretamente si può portare, che resiste alla pioggia, al vento ed al mare!
Mi sono chiesta e mi chiedo cosa sia il vero e cosa sia il falso. Me lo sono chiesta su me stessa, interrogandomi in modo ossessivo, cercando di comprendere chi di fronte a me fosse "vero" o fosse "falso". Mi sono illusa di pensare che solo l'essere vera io stessa potesse costringere altri ad essere veri; ma io sono vera? Io sono falsa? Chi è di fronte a me si trova di fronte ad una maschera che rappresenta qualcuno che ora è così, ora è diverso!
Mi sono chiesta se la questione della verità e della falsità non fossero, nei fatti, solo concetti conseguenti ad un presuppoto ideologico di coerenza, di continuità, e non invece inerenti al quotidiano che si esprime e che - forse - non merita di essere sottoposto ad una valutazione rigida quale può essere la "verità" o la "falsità".
E se fosse che la verità fosse solo lo scorrere del tempo e gli eventi che mutano? E se la verità fosse un divenire invece che un accadimento? Cosa cambierebbe nella nostra comprensione del mondo e nella percezione che noi abbiamo del contesto nel quale viviamo?
Non ho mai costruito castelli di sabbia sulla riva del mare, proprio perché non ho mai sopportato l'idea che il mare li distruggesse; ho scavato buche nella sabbia, nella sciocca speranza che potessero inghiottire il mare! Il mare ha ricoperto le mie buche, come non fossero mai state!
Le buche che ho scavato erano "vere" o erano "false"? Era vera o falsa la mia pretesa di volere che il mare fosse inghiottito da quelle buce? Non so rispondere a queste domande, ma ho consapevolezza che le buche le ho scavate e che ho sempre desiderato che il mare fosse da queste inghiottito.
Forse perché mai ho pensato che avrei potuto camminare sul mare, e forse perché la tempesta mi affascina oltre ogni cosa!
Non mi interrogo più sulla "deità", tanto meno ritengo che il concetto stesso di "umanità" possa più essere adeguato. La biologia non è sufficiente per farmi sentire appartenente ad un continuo, ad un comune denominatore!
Fuori di metafora, vedo i progetti di molti individui venire annientati da un clic di un mouse; vedo la fatica e lo sforzo quotidiano di individui che hanno dato tutto di loro stessi per poter costruire qualcosa per i loro figli e figlie, annientato dal cinismo disinteressato e distaccato di personaggi dietro a scrivanie squallide; personaggi resi sicuri di sé dalla loro posizione e dalla loro sicurezza di avere garantito il cibo per se e per chi gli è vicino!
Ogni castello che viene dissolto è lacrime e sangue, perché non può essere gratuito, perché nulla ti è permesso nella grauicità! Neanche la grazia è così gratuita, poiché un caro prezzo è stato pagato! Quanto conosce il prezzo della grazia chi ne ha avuto occasione di incontrarla, di conoscerla e di viverla.
Oggi scrivevo a te, cara Ausilia, di qual è il mondo con il quale mi trovo a confrontarmi, ma il mondo che mi circonda è lo sguardo spento di un uomo che ha perso la speranza fino al punto di non riuscire neanche più a cogliere l'opportunità!
Non ho immagini ne posso concedermi al ricordo; ho visione! C'è una massa che grida solo "ora devo salvarmi!" e null'altro conta!
Crolla la borsa! Qualcuno gode nel vedere il successo della propria operazione, si perde nel contare quante volte e quante si moltiplicherà quella disperazione e quel prezzo che altri hanno pagato, pagano e pagheranno! Ed il loro gusto non è il guadagno, del quale non hanno necessità, ma è il cinico giusto di aver vinto.
La menzogna? Si, forse è proprio così! Tutto si regge sulla menzonga! Questa mattina io non mi sarei alzata se non avessi mentito a me stessa che qualcosa potevo ancora fare! E domani mi dovrò mentire ancora, ed ancora per andare avanti! Dovrò pensare ipocritamente al sorriso di un bambino, per non vedere il pianto di tanti e troppi!
Tutto si regge sulla menzogna, e spesso si deve compiere una vera e propria opera di persuasione su noi stesse per poter far si che quella menzogna ci appia vera anche per un solo momento. Ma è mentire il darsi fiato e forza di vivere un altro giorno, sapendo bene che se non ci si mentisse sarebbe il lasciarsi morire?
Domani sarò più positiva, la sera mi riesce meno facile!
Un abbraccio
Darianna
Mi hanno costretta a vivere nella logica di ciò che resta, dove tutto ha uno specifico prezzo che deve essere corrisposto o pagato. La gratuicità è qualcosa che non può trovare spazio nella mia quotidianità. Se io vi cedo, la pago caramente! Nulla è concesso alla possibilità di un sogno, di una immagine, di un pensare; il fatto impera e si impone, deformando gli individui che vi sono coinvolti in maschere, così che tu vedi persone di cui non scorgi e non riesci a scorgere chi vi si nasconde dietro. Mi chiedo se nei fatti qualcuno vi si nasconda dietro, oppure quelle maschere non servono ad altro che a nascondere la nullità del fatto, di ciò che concretamente si può portare, che resiste alla pioggia, al vento ed al mare!
Mi sono chiesta e mi chiedo cosa sia il vero e cosa sia il falso. Me lo sono chiesta su me stessa, interrogandomi in modo ossessivo, cercando di comprendere chi di fronte a me fosse "vero" o fosse "falso". Mi sono illusa di pensare che solo l'essere vera io stessa potesse costringere altri ad essere veri; ma io sono vera? Io sono falsa? Chi è di fronte a me si trova di fronte ad una maschera che rappresenta qualcuno che ora è così, ora è diverso!
Mi sono chiesta se la questione della verità e della falsità non fossero, nei fatti, solo concetti conseguenti ad un presuppoto ideologico di coerenza, di continuità, e non invece inerenti al quotidiano che si esprime e che - forse - non merita di essere sottoposto ad una valutazione rigida quale può essere la "verità" o la "falsità".
E se fosse che la verità fosse solo lo scorrere del tempo e gli eventi che mutano? E se la verità fosse un divenire invece che un accadimento? Cosa cambierebbe nella nostra comprensione del mondo e nella percezione che noi abbiamo del contesto nel quale viviamo?
Non ho mai costruito castelli di sabbia sulla riva del mare, proprio perché non ho mai sopportato l'idea che il mare li distruggesse; ho scavato buche nella sabbia, nella sciocca speranza che potessero inghiottire il mare! Il mare ha ricoperto le mie buche, come non fossero mai state!
Le buche che ho scavato erano "vere" o erano "false"? Era vera o falsa la mia pretesa di volere che il mare fosse inghiottito da quelle buce? Non so rispondere a queste domande, ma ho consapevolezza che le buche le ho scavate e che ho sempre desiderato che il mare fosse da queste inghiottito.
Forse perché mai ho pensato che avrei potuto camminare sul mare, e forse perché la tempesta mi affascina oltre ogni cosa!
Non mi interrogo più sulla "deità", tanto meno ritengo che il concetto stesso di "umanità" possa più essere adeguato. La biologia non è sufficiente per farmi sentire appartenente ad un continuo, ad un comune denominatore!
Fuori di metafora, vedo i progetti di molti individui venire annientati da un clic di un mouse; vedo la fatica e lo sforzo quotidiano di individui che hanno dato tutto di loro stessi per poter costruire qualcosa per i loro figli e figlie, annientato dal cinismo disinteressato e distaccato di personaggi dietro a scrivanie squallide; personaggi resi sicuri di sé dalla loro posizione e dalla loro sicurezza di avere garantito il cibo per se e per chi gli è vicino!
Ogni castello che viene dissolto è lacrime e sangue, perché non può essere gratuito, perché nulla ti è permesso nella grauicità! Neanche la grazia è così gratuita, poiché un caro prezzo è stato pagato! Quanto conosce il prezzo della grazia chi ne ha avuto occasione di incontrarla, di conoscerla e di viverla.
Oggi scrivevo a te, cara Ausilia, di qual è il mondo con il quale mi trovo a confrontarmi, ma il mondo che mi circonda è lo sguardo spento di un uomo che ha perso la speranza fino al punto di non riuscire neanche più a cogliere l'opportunità!
Non ho immagini ne posso concedermi al ricordo; ho visione! C'è una massa che grida solo "ora devo salvarmi!" e null'altro conta!
Crolla la borsa! Qualcuno gode nel vedere il successo della propria operazione, si perde nel contare quante volte e quante si moltiplicherà quella disperazione e quel prezzo che altri hanno pagato, pagano e pagheranno! Ed il loro gusto non è il guadagno, del quale non hanno necessità, ma è il cinico giusto di aver vinto.
La menzogna? Si, forse è proprio così! Tutto si regge sulla menzonga! Questa mattina io non mi sarei alzata se non avessi mentito a me stessa che qualcosa potevo ancora fare! E domani mi dovrò mentire ancora, ed ancora per andare avanti! Dovrò pensare ipocritamente al sorriso di un bambino, per non vedere il pianto di tanti e troppi!
Tutto si regge sulla menzogna, e spesso si deve compiere una vera e propria opera di persuasione su noi stesse per poter far si che quella menzogna ci appia vera anche per un solo momento. Ma è mentire il darsi fiato e forza di vivere un altro giorno, sapendo bene che se non ci si mentisse sarebbe il lasciarsi morire?
Domani sarò più positiva, la sera mi riesce meno facile!
Un abbraccio
Darianna
martedì 11 maggio 2010
Gratuità
Una poesia dell'amica Adriana
I bambini fanno castelli di sabbia
non si dispiacciono di abbandonarli
il mare prima o poi arriva
o il vento o la pioggia,
i castelli verranno distrutti
ma rimane un ricordo
una piccola piuma sulla torre più alta
segno di una conquista, di un successo gratuito.
Essere bambina per costruire castelli
senza il rimpianto di vederli cadere,
lasciare che il mare spiani la sabbia
faticosamente raccolta per raggiungere il cielo
conservare soltanto nel cuore
l’immagine di una piccola piuma
che solo io ho veduto.
Rosignano, 25/4/2010
I bambini fanno castelli di sabbia
non si dispiacciono di abbandonarli
il mare prima o poi arriva
o il vento o la pioggia,
i castelli verranno distrutti
ma rimane un ricordo
una piccola piuma sulla torre più alta
segno di una conquista, di un successo gratuito.
Essere bambina per costruire castelli
senza il rimpianto di vederli cadere,
lasciare che il mare spiani la sabbia
faticosamente raccolta per raggiungere il cielo
conservare soltanto nel cuore
l’immagine di una piccola piuma
che solo io ho veduto.
Rosignano, 25/4/2010
Menzogne e verità dell'istante
Ho l'impressione che tutto si regga sulla menzogna: si evidenza nel comune modo di parlare, ma in realtà è presente ovunque, perché è iscritta nella transitorietà di tutto, e abita soprattutto dentro noi stessi, nel nostro modo di pensare e di esserci. Pessimismo? No, basta riflettere un po'.
Vogliamo credere all'istante come realtà, mentre nulla c'è di più transitorio (e quindi evanescente) di esso quando pretendiamo di trovare la SUA verità. Cosa c'è di vero-reale in un fiore nell'attimo della sua più alta bellezza, se non che finirà?
Eppure.
Se pensassimo che la verità non è nell'istante in sé e in ciò che esso ci presenta, le cose cambierebbero. La verità tocca l'istante, ma lo trascende. E, mentre lo tocca, lo rende vero, e gli conferisce realtà oltre le apparenze (da lì l'arte). Basta cogliere la verità-NELL'istante non la verità-DELL'istante, e tutto "torna".
Ausilia
Vogliamo credere all'istante come realtà, mentre nulla c'è di più transitorio (e quindi evanescente) di esso quando pretendiamo di trovare la SUA verità. Cosa c'è di vero-reale in un fiore nell'attimo della sua più alta bellezza, se non che finirà?
Eppure.
Se pensassimo che la verità non è nell'istante in sé e in ciò che esso ci presenta, le cose cambierebbero. La verità tocca l'istante, ma lo trascende. E, mentre lo tocca, lo rende vero, e gli conferisce realtà oltre le apparenze (da lì l'arte). Basta cogliere la verità-NELL'istante non la verità-DELL'istante, e tutto "torna".
Ausilia
sabato 8 maggio 2010
Immediatezze
Le immediatezze prendono sempre più spazio nella mia vita. In un certo senso me ne meraviglio perché sono molto portata alla riflessione lunga e laboriosa.
Eppure sono tante le piccole cose della giornata che, belle o brutte, interessanti o inutili, non richiedono la mia riflessione, bensi la mia e-staticità.
Ieri guardavo una badante trentenne accanto ad un'anziana signora; entrambe in atteggiamento statico, marmoreo, glaciale. L'una e l'altra, due pietre isolate in un deserto. Però nella giovane la durezza delle apparenze non riusciva a nascondere dolore da sradicamento e angoscia infinita.
Ho provato a rivolgerle con simpatia qualche domanda.
In un breve scorcio di tempo il suo viso si è illuminato di un sorriso che mi ha dato felicità. Mi ha dato l'aire per buttare via la mia solitudine tra gli oggetti di lusso inservibili.
Eppure sono tante le piccole cose della giornata che, belle o brutte, interessanti o inutili, non richiedono la mia riflessione, bensi la mia e-staticità.
Ieri guardavo una badante trentenne accanto ad un'anziana signora; entrambe in atteggiamento statico, marmoreo, glaciale. L'una e l'altra, due pietre isolate in un deserto. Però nella giovane la durezza delle apparenze non riusciva a nascondere dolore da sradicamento e angoscia infinita.
Ho provato a rivolgerle con simpatia qualche domanda.
In un breve scorcio di tempo il suo viso si è illuminato di un sorriso che mi ha dato felicità. Mi ha dato l'aire per buttare via la mia solitudine tra gli oggetti di lusso inservibili.
domenica 2 maggio 2010
La speranza
Carissima Ausilia, rispondo con immediatezza a questo tuo scritto. Nei fatti non rispondo, non ho nulla da rispondere, ma solo qualcosa di cui prendere atto insieme a tutte le altre persone che ti (ci) leggono.
Sono una credente, amo definirmi come "eterodossa", e sono fuori dalle realtà ecclesiali perché collocata fuori, non perché abbia io deciso di uscire. Di questo ringrazio il mio dio, poiché mi ha fatto passare dalla "terra di qualcuno" alla "terra di nessuno", facendomi perdere - mio malgrado e con la sofferenza che né consegue - ogni senso di appartenenza. Non appartengo ad alcuno e nessuno mi appartiene. Posso essere finalmente "laica", perché deprivata dalla necessità di dover coordinare la mia fede con il dogma, fuori dalla necessità di avere un assoluto di riferimento, per potermi calare - finalmente - nella contestualità, nella relatività del quotidiano e del nostro percorrerlo in così tanti e svariati modi.
Ma sono credente, e per tanto il tutto non può prescindere dalla fede, la quale si pone di fronte a me come semplice e non richiesto dono! C'è e ci devo fare i conti come con chi non ti chiede mai conto!
La narrazione del se è narrazione della storia, del pensiero che si fa "fatto", di una parola che si fa "carne". Il primo approccio serio che ebbi con il pensiero femminista mi aprì una visione diversa della esistenza, e mi mise di fronte la mia incolmabile mancanza. C'è qualcosa che io non potrò mai avere, ma solo caparbiamente dare. La trasmissione della memoria della vita, quella dei gesti, quella che di madre in figlia si passa, senza che sia scritta o documentata, ma che è iscritta nella memoria, quella non l'avrò; non l'avrò come qualcosa che sia stata passata a me, ma io la passerò, come nuova memoria di quel mondo femminile che ancora deve fare la propria storia, deve fare la propria memoria e condividerla.
Ho tante figlie e qualche figlio, ed a tutt* cerco di passare questa memoria, questa cosa che non si può scrivere, non si può dire! Non perché sia proibito, ma perché l'esperienza del quotidiano, la percezione della storia, il senso del se e l'amore verso il proprio corpo, il senso della cura, non sono cose che possono essere scritte nel "manuale" della vita, ma solo trasmesse nel quotidiano parlare e seguire. Pur non avendo mai partorito sento quella profonda insofferenza e sofferenza per il dolore che oggi devono subire le mie figlie ed i miei figli, nella mia rabbia sorda di una ostinata lotta per aprire prospettive e per ridare speranza. Si, cara amica mia, la speranza a chi si è visto rapinare la speranza dall'idiozia delle "appartenenze peculiari" e dei loro conenuti e di quant'altro si pone in una sudditanza di pensiero in qualsiasi forma essa si esprime.
Combatto, ma non contro "carne e sangue", ma contro principati e potestà, ed è una presunzione che richiama il senso proprio di una vocazione che non si spenge perché donata, perché data.
Non credo che ci sia una possibilità di nuovi pensieri, quanto piuttosto la possibilità di nuove strade e nuovi percorsi, se poi di qualcosa di nuovo si possa parlare. Nuovo per noi? Si, per noi nuovo! La speranza, quindi, perché questo è il nuovo che si pone di fronte a noi oggi, per l'oggi, per quello che siamo!
Vivo di speranza, tant'è che è il mio pane questa speranza, è il lavoro che ogni giorno svolgo, è il nome pieno del progetto che porto avanti da tempo. Un progetto economico, sociale, politico ... ma manca della cultura, perché una cultura della speranza non c'è! Oggi non c'è! Oggi ci si trova di fronte solo ad una cultura della disperazione e del nascondimento! Il bello lo hanno ridotto ad una sciocca icona fantasiosa, colorata con pastelli irreali! Dove è il bello? Dove lo hanno nascosto? Perché ci hanno tolto il bello del quotidiano vivere e di quella piccola quotidiana allegrezza di aver potuto parlare, sorridere, confrontarsi, arrabbiarsi, gustare, vedere, sentire? Perché tutto è così coperto di mille amarezze?
Lotto, è l'unica cosa che so fare! Lotto perché non ho altre possibilità! Lotto perché so che, comunque vada, vinco! Lotto e sono nella lotta, spesso nella consapevolezza di una schiacciante solitudine, spesso nella consapevolezza della totale incomprensione! La laicità ... chimera? Prassi? Obiettivo? Quotidiano soggettivo che si snocciola in ogni scelta che non è pregiudiziale e condizionata da "verità" prefabbricate e preconcette? Laicità di un pensiero che apre e mai chiude, tutto ascolta e tutto valuta; ma poi anche sceglie!
E si, perché il pensiero poi sceglie per potersi formulare, sceglie un campo, sceglie un punto di fuoco e lo persegue, ed in questo prende le distanze dal ragionamento che, forse, può anche costituirlo ma non strutturarlo.
Sai quali sono i pregiudizzi più duri da superare? Sono i propri nei confronti di noi stesse!
E' qualche tempo che mi ritorna in mente quella similitudine "vi abbiamo suonato il flauto, e non avete danzato; vi abbiamo cantato il lamento, e non avete fatto cordoglio!"
Cantiamo, Ausilia, il nostro canto di liberazione, non preoccupiamoci se questo non sarà armonico agli orecchi dei più. E' il nostro canto ed è musica per chi la vuole sentire.
Ti abbraccio
Sono una credente, amo definirmi come "eterodossa", e sono fuori dalle realtà ecclesiali perché collocata fuori, non perché abbia io deciso di uscire. Di questo ringrazio il mio dio, poiché mi ha fatto passare dalla "terra di qualcuno" alla "terra di nessuno", facendomi perdere - mio malgrado e con la sofferenza che né consegue - ogni senso di appartenenza. Non appartengo ad alcuno e nessuno mi appartiene. Posso essere finalmente "laica", perché deprivata dalla necessità di dover coordinare la mia fede con il dogma, fuori dalla necessità di avere un assoluto di riferimento, per potermi calare - finalmente - nella contestualità, nella relatività del quotidiano e del nostro percorrerlo in così tanti e svariati modi.
Ma sono credente, e per tanto il tutto non può prescindere dalla fede, la quale si pone di fronte a me come semplice e non richiesto dono! C'è e ci devo fare i conti come con chi non ti chiede mai conto!
La narrazione del se è narrazione della storia, del pensiero che si fa "fatto", di una parola che si fa "carne". Il primo approccio serio che ebbi con il pensiero femminista mi aprì una visione diversa della esistenza, e mi mise di fronte la mia incolmabile mancanza. C'è qualcosa che io non potrò mai avere, ma solo caparbiamente dare. La trasmissione della memoria della vita, quella dei gesti, quella che di madre in figlia si passa, senza che sia scritta o documentata, ma che è iscritta nella memoria, quella non l'avrò; non l'avrò come qualcosa che sia stata passata a me, ma io la passerò, come nuova memoria di quel mondo femminile che ancora deve fare la propria storia, deve fare la propria memoria e condividerla.
Ho tante figlie e qualche figlio, ed a tutt* cerco di passare questa memoria, questa cosa che non si può scrivere, non si può dire! Non perché sia proibito, ma perché l'esperienza del quotidiano, la percezione della storia, il senso del se e l'amore verso il proprio corpo, il senso della cura, non sono cose che possono essere scritte nel "manuale" della vita, ma solo trasmesse nel quotidiano parlare e seguire. Pur non avendo mai partorito sento quella profonda insofferenza e sofferenza per il dolore che oggi devono subire le mie figlie ed i miei figli, nella mia rabbia sorda di una ostinata lotta per aprire prospettive e per ridare speranza. Si, cara amica mia, la speranza a chi si è visto rapinare la speranza dall'idiozia delle "appartenenze peculiari" e dei loro conenuti e di quant'altro si pone in una sudditanza di pensiero in qualsiasi forma essa si esprime.
Combatto, ma non contro "carne e sangue", ma contro principati e potestà, ed è una presunzione che richiama il senso proprio di una vocazione che non si spenge perché donata, perché data.
Non credo che ci sia una possibilità di nuovi pensieri, quanto piuttosto la possibilità di nuove strade e nuovi percorsi, se poi di qualcosa di nuovo si possa parlare. Nuovo per noi? Si, per noi nuovo! La speranza, quindi, perché questo è il nuovo che si pone di fronte a noi oggi, per l'oggi, per quello che siamo!
Vivo di speranza, tant'è che è il mio pane questa speranza, è il lavoro che ogni giorno svolgo, è il nome pieno del progetto che porto avanti da tempo. Un progetto economico, sociale, politico ... ma manca della cultura, perché una cultura della speranza non c'è! Oggi non c'è! Oggi ci si trova di fronte solo ad una cultura della disperazione e del nascondimento! Il bello lo hanno ridotto ad una sciocca icona fantasiosa, colorata con pastelli irreali! Dove è il bello? Dove lo hanno nascosto? Perché ci hanno tolto il bello del quotidiano vivere e di quella piccola quotidiana allegrezza di aver potuto parlare, sorridere, confrontarsi, arrabbiarsi, gustare, vedere, sentire? Perché tutto è così coperto di mille amarezze?
Lotto, è l'unica cosa che so fare! Lotto perché non ho altre possibilità! Lotto perché so che, comunque vada, vinco! Lotto e sono nella lotta, spesso nella consapevolezza di una schiacciante solitudine, spesso nella consapevolezza della totale incomprensione! La laicità ... chimera? Prassi? Obiettivo? Quotidiano soggettivo che si snocciola in ogni scelta che non è pregiudiziale e condizionata da "verità" prefabbricate e preconcette? Laicità di un pensiero che apre e mai chiude, tutto ascolta e tutto valuta; ma poi anche sceglie!
E si, perché il pensiero poi sceglie per potersi formulare, sceglie un campo, sceglie un punto di fuoco e lo persegue, ed in questo prende le distanze dal ragionamento che, forse, può anche costituirlo ma non strutturarlo.
Sai quali sono i pregiudizzi più duri da superare? Sono i propri nei confronti di noi stesse!
E' qualche tempo che mi ritorna in mente quella similitudine "vi abbiamo suonato il flauto, e non avete danzato; vi abbiamo cantato il lamento, e non avete fatto cordoglio!"
Cantiamo, Ausilia, il nostro canto di liberazione, non preoccupiamoci se questo non sarà armonico agli orecchi dei più. E' il nostro canto ed è musica per chi la vuole sentire.
Ti abbraccio
Il punto su questo blog
2maggio 2010
Cara Darianna
Questa volta, mentre continuo la mia conversazione con te, mi rivolgo a coloro che da tempo considero amiche ed amici. E’, questo, un bisogno di tutta me stessa. Non per fare due chiacchiere. Come dice Dewey, sento di avere «qualcosa da dire» (non «da dire qualcosa»), perché ospito in me un laboratorio di idee sentimenti esperienze, che sarebbe un tradimento chiudere alla comunicazione.
Da parecchi anni avevo fatto convergere questo «qualcosa» con la problematica delle donne in disagio nel rapporto con l’istituzione ecclesiastica, su due fronti: quello del coinvolgimento femminile di carattere esistenziale-affettivo nella vita dei preti in crisi, e quello delle ex-suore, deluse nel non poter realizzare all’interno dell’istituzione i loro ideali, meglio: la loro vocazione. VOLEVO PARLARE “DA DONNA A DONNA” (come recita il titolo di un mio libro), tenendo molto presente la PARTE MASCHILE. Ne sentivo la responsabilità, data l’incarnazione delle due tipologie di donna nella mia persona.
Ora le due esperienze-in-una si sono sedimentate e ritengo di dover fare un passo ulteriore.
Dopo dodici anni di dialogo aperto attraverso il sito “Donne-contro-il-silenzio”, per me non ha più senso offrire una spalla su cui piangere, e nemmeno aggiungere (tranne che privatamente) altre testimonianze a quelle raccolte finora: un cliché, quando si ripete sempre uguale a se stesso, non serve né alla maturazione delle persone né al cambiamento dei chiamati in causa.
Una volta disincagliata interiormente da appartenenze peculiari, il mio sguardo si dilata. Pur procedendo sullo stesso binario, voglio fare del mio impegno pregresso un paradigma applicabile ad altre realtà, in primis al modo-di-essere sedimentato attraverso il vissuto. E per farlo in libertà e in profondità, ho bisogno di mettere un po’ da parte i vecchi strumenti, di ri-leggermi e di confrontarmi sulla linea di una laicità a tutto spiano. Fermo restando ciò che mi sta più a cuore, la fede, voglio scavare dentro di essa in maniera laica, e cioè nella nudità del mio essere, a prescindere da qualsiasi ‘topos’ precostituito.
Il ricorso a tale criterio mi fa sentire lontana le mille miglia dalla parte più illuminata dei cattolici che denuncia-attaccando le «malefatte» della chiesa con un anti-clericalismo in perfetto stile clericale (l’espressione non è nuova, ma mi pare di averla pronunziata io per prima); e mi fa avvertire la nocività degli atteggiamenti supini dei più, compresi quelli dei credenti che si proclamano laici e dei non-credenti zelanti, nonché dei divi dell’anti-eroismo: tutti accodati a rendere tributo idolatrico, dentro le pieghe del dissenso, a chi ha o ritiene di avere un carisma, spesso per ruolo. Se è vero che non c’è ombra di spirito laico in chi riveste i panni del personaggio per contare e in chi entra dalla finestra nei suoi luoghi fascinosi nella condizione di fan, altrettanto non ce n’è in chi prende di mira il sacro aggirandosi nei suoi paraggi, con critiche infinite ed infinitamente minuziose.
Al largo! Verso vie nuove. Quando si vedono due lottare, è difficile distinguere chi ha torto e chi ha ragione; la lotta sfocia nella vittoria, non del più buono, bensì del più violento. La stessa mitezza va preservata da glorificazioni, sempre devastanti. Ecco: la laicità è formale; non punta sul personaggio e nemmeno sulle idee sane; è (quanto è difficile definirla!) capacità di andare-oltre sia dei personalismi sia delle idee assolutizzate.
Il colloquiare di questo blog cerca rispondenze nella parte di società che vuole dare sostanza all’«autenticità» (attenzione! è da eliminare il logorio del significato del termine): restando al riparo del dubbio che si interroga mentre interroga senza fine.
Ho stima per il femminismo storico, e perciò lo chiamo a confronto nel particolare settore religioso, in seno al quale esso è più sprovveduto, pur avendone succhiato il primo latte. Considero suo maggiore merito l’aver capito che ci va ORGANICITÀ (alla Gramsci) per coniugare singole questioni tra di loro e con la società nella sua interezza. Su questa scia voglia muovermi, in sponda non isolata da altri contesti. Già ai lettori attenti non è sfuggito il senso della mia metamorfosi strategica nel dare corso a questo blog confidenziale; al contrario, in chi si è fermato alla superficie, hanno destato sorpresa le incertezze esistenziali espresse, quasi che fossero ombre da fugare.
Nella scrittura narrativa la cultura femminista ha espresso il meglio di sé. Il racconto della vita ordinaria può gestire idee, eccome, se fa trasparire l’inespresso, spoglio di fatua spettacolarità e di audience.
Voglio esemplificare con una mia confessione la scelta diaristica e colloquiale di questo blog: uno dei pochissimi risultati raggiunti nel mio pregresso impegno di vita è stato quello di avere portato un piccolo contributo, con il racconto delle mie delusioni istituzionali, nelle decisioni prese dall’OMS per evitare il più possibile l’ospitalizzazione dei minori senza famiglia. Dio sa quanti anatemi mi sono attirata, ma ne valeva la pena. Lo so, ci vogliono appunto le grandi organizzazioni per dare concretezza e validità sociale ai progetti. Ma se non si opera nel sottosuolo di base che regge l’edificio, lo si vedrà crollare alla prima scossa; e certamente si richiede un et-et, non un aut-aut.
Dove andrà a finire la questione circa il binomio « donne e preti», che ormai ha non-belle risonanze nelle mie orecchie? Almeno di una cosa sono certa: non si otterranno risultati fino a che i soggetti non sapranno rompere il cordone ombelicale che li lega ad un’identità immobilizzata sul modello di Legge che vogliono cambiare. E con ciò non plaudo a coloro che imboccano vie tortuose di travestimento.
Col parlare colloquiale di questo blog, in apparenza occasionale e avulso da singole problematiche, miro a provocare chi legge alle durezze del Pensiero non-immediato; ad incoraggiare la messa in moto di energie spirituali scevre dai facili aggreganti spiritualismi di oggi; energie robuste e coraggiose perché tratte dalle radici del proprio essere.
Ma, per favore, non lasciatemi sola. Inseritevi anche voi, fattivamente, nelle conversazioni lanciate da me e da Darianna, interlocutrice principale.
Già, te, Darianna. Trans a cui è vietato di continuare a fare come un tempo il pastore in una chiesa cristiana; di essere accettata per quella che sei e di avere i mezzi per tirare a campare. Mi affascina la tua personalità di credente col dubbio piantato in cuore. Il tuo stile di libertà nel raccontarti non riesce ancora a farti felice perché hai il mondo contro, ma forse sei tu a regalare agli altri la liberazione dalla schiavitù dei pregiudizi.
Ausilia
Cara Darianna
Questa volta, mentre continuo la mia conversazione con te, mi rivolgo a coloro che da tempo considero amiche ed amici. E’, questo, un bisogno di tutta me stessa. Non per fare due chiacchiere. Come dice Dewey, sento di avere «qualcosa da dire» (non «da dire qualcosa»), perché ospito in me un laboratorio di idee sentimenti esperienze, che sarebbe un tradimento chiudere alla comunicazione.
Da parecchi anni avevo fatto convergere questo «qualcosa» con la problematica delle donne in disagio nel rapporto con l’istituzione ecclesiastica, su due fronti: quello del coinvolgimento femminile di carattere esistenziale-affettivo nella vita dei preti in crisi, e quello delle ex-suore, deluse nel non poter realizzare all’interno dell’istituzione i loro ideali, meglio: la loro vocazione. VOLEVO PARLARE “DA DONNA A DONNA” (come recita il titolo di un mio libro), tenendo molto presente la PARTE MASCHILE. Ne sentivo la responsabilità, data l’incarnazione delle due tipologie di donna nella mia persona.
Ora le due esperienze-in-una si sono sedimentate e ritengo di dover fare un passo ulteriore.
Dopo dodici anni di dialogo aperto attraverso il sito “Donne-contro-il-silenzio”, per me non ha più senso offrire una spalla su cui piangere, e nemmeno aggiungere (tranne che privatamente) altre testimonianze a quelle raccolte finora: un cliché, quando si ripete sempre uguale a se stesso, non serve né alla maturazione delle persone né al cambiamento dei chiamati in causa.
Una volta disincagliata interiormente da appartenenze peculiari, il mio sguardo si dilata. Pur procedendo sullo stesso binario, voglio fare del mio impegno pregresso un paradigma applicabile ad altre realtà, in primis al modo-di-essere sedimentato attraverso il vissuto. E per farlo in libertà e in profondità, ho bisogno di mettere un po’ da parte i vecchi strumenti, di ri-leggermi e di confrontarmi sulla linea di una laicità a tutto spiano. Fermo restando ciò che mi sta più a cuore, la fede, voglio scavare dentro di essa in maniera laica, e cioè nella nudità del mio essere, a prescindere da qualsiasi ‘topos’ precostituito.
Il ricorso a tale criterio mi fa sentire lontana le mille miglia dalla parte più illuminata dei cattolici che denuncia-attaccando le «malefatte» della chiesa con un anti-clericalismo in perfetto stile clericale (l’espressione non è nuova, ma mi pare di averla pronunziata io per prima); e mi fa avvertire la nocività degli atteggiamenti supini dei più, compresi quelli dei credenti che si proclamano laici e dei non-credenti zelanti, nonché dei divi dell’anti-eroismo: tutti accodati a rendere tributo idolatrico, dentro le pieghe del dissenso, a chi ha o ritiene di avere un carisma, spesso per ruolo. Se è vero che non c’è ombra di spirito laico in chi riveste i panni del personaggio per contare e in chi entra dalla finestra nei suoi luoghi fascinosi nella condizione di fan, altrettanto non ce n’è in chi prende di mira il sacro aggirandosi nei suoi paraggi, con critiche infinite ed infinitamente minuziose.
Al largo! Verso vie nuove. Quando si vedono due lottare, è difficile distinguere chi ha torto e chi ha ragione; la lotta sfocia nella vittoria, non del più buono, bensì del più violento. La stessa mitezza va preservata da glorificazioni, sempre devastanti. Ecco: la laicità è formale; non punta sul personaggio e nemmeno sulle idee sane; è (quanto è difficile definirla!) capacità di andare-oltre sia dei personalismi sia delle idee assolutizzate.
Il colloquiare di questo blog cerca rispondenze nella parte di società che vuole dare sostanza all’«autenticità» (attenzione! è da eliminare il logorio del significato del termine): restando al riparo del dubbio che si interroga mentre interroga senza fine.
Ho stima per il femminismo storico, e perciò lo chiamo a confronto nel particolare settore religioso, in seno al quale esso è più sprovveduto, pur avendone succhiato il primo latte. Considero suo maggiore merito l’aver capito che ci va ORGANICITÀ (alla Gramsci) per coniugare singole questioni tra di loro e con la società nella sua interezza. Su questa scia voglia muovermi, in sponda non isolata da altri contesti. Già ai lettori attenti non è sfuggito il senso della mia metamorfosi strategica nel dare corso a questo blog confidenziale; al contrario, in chi si è fermato alla superficie, hanno destato sorpresa le incertezze esistenziali espresse, quasi che fossero ombre da fugare.
Nella scrittura narrativa la cultura femminista ha espresso il meglio di sé. Il racconto della vita ordinaria può gestire idee, eccome, se fa trasparire l’inespresso, spoglio di fatua spettacolarità e di audience.
Voglio esemplificare con una mia confessione la scelta diaristica e colloquiale di questo blog: uno dei pochissimi risultati raggiunti nel mio pregresso impegno di vita è stato quello di avere portato un piccolo contributo, con il racconto delle mie delusioni istituzionali, nelle decisioni prese dall’OMS per evitare il più possibile l’ospitalizzazione dei minori senza famiglia. Dio sa quanti anatemi mi sono attirata, ma ne valeva la pena. Lo so, ci vogliono appunto le grandi organizzazioni per dare concretezza e validità sociale ai progetti. Ma se non si opera nel sottosuolo di base che regge l’edificio, lo si vedrà crollare alla prima scossa; e certamente si richiede un et-et, non un aut-aut.
Dove andrà a finire la questione circa il binomio « donne e preti», che ormai ha non-belle risonanze nelle mie orecchie? Almeno di una cosa sono certa: non si otterranno risultati fino a che i soggetti non sapranno rompere il cordone ombelicale che li lega ad un’identità immobilizzata sul modello di Legge che vogliono cambiare. E con ciò non plaudo a coloro che imboccano vie tortuose di travestimento.
Col parlare colloquiale di questo blog, in apparenza occasionale e avulso da singole problematiche, miro a provocare chi legge alle durezze del Pensiero non-immediato; ad incoraggiare la messa in moto di energie spirituali scevre dai facili aggreganti spiritualismi di oggi; energie robuste e coraggiose perché tratte dalle radici del proprio essere.
Ma, per favore, non lasciatemi sola. Inseritevi anche voi, fattivamente, nelle conversazioni lanciate da me e da Darianna, interlocutrice principale.
Già, te, Darianna. Trans a cui è vietato di continuare a fare come un tempo il pastore in una chiesa cristiana; di essere accettata per quella che sei e di avere i mezzi per tirare a campare. Mi affascina la tua personalità di credente col dubbio piantato in cuore. Il tuo stile di libertà nel raccontarti non riesce ancora a farti felice perché hai il mondo contro, ma forse sei tu a regalare agli altri la liberazione dalla schiavitù dei pregiudizi.
Ausilia
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